Cit. 08

Cit. 08

– L’epica ci insegna che ogni lavoro è equivalente a qualsiasi altro. Quando ci saremo liberati dalla paura e dai desideri, nessuna delle nostre azioni avrà più importanza di quella precedente o di quella successiva. L’emancipazione è la via per il transreale. Ed è nel transreale che si interiorizza la nostra vera natura. Il corpo è un’illusione. L’epica c’insegna chela razza umana non è in grado di varcare i confini del tempo fino a raggiungere l’occhio dell’assoluto. Gli uomini devono procedere a tappe successive attraversando innumerevoli frontiere. Emancipati dalla paura e dal desiderio, scopriremo la nostra vera natura. Il bene. La bontà. Dio. L’idolo divino. Il male è tutto nella dipendenza. La dipendenza è il male.
– Il male è un movimento in direzione del nulla.

Don DeLillo, Great Jones Street

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House. Home.

House. Home.

Questa sera, saranno passati dieci giorni da quando mi sono trasferita. Mi sento ancora un ospite in casa mia, sebbene essa corrisponda esattamente ai miei desideri e se il proprietario la vendesse la comprerei subito.

Ma dubito lo faccia, dal momento che è veramente bella. La mia stanza da letto è così grande da sembrare vuota. Ci sono ancora in giro le borse e dai miei sono rimaste ancora molte cose che mi servono. Così una mattina sono andata al lavoro con i pantaloni che quasi mi cadevano perché non avevo la cintura e una sera ho dovuto rinunciare a passare l’aspirapolvere perché mi mancava l’adattatore.

Ci sono ancora alcune cose che mi servono, ma ho visto il mio estratto conto e sono quasi svenuta. Quei soldi devono bastarmi fino al prossimo stipendio e ho un viaggio a Berlino da tener presente.

A proposito di viaggi, a Vienna non ci sono andata. Troppe spese e ho preferito non prendere giorni al lavoro.

La mattina mi sveglio alle 6 meno un quarto e esco di casa alle 6.30. In quel lasso di tempo riesco a fare veramente poco. Ammetto di essere lenta. Però il mattino è così.

La sera, arrivo a casa verso le 19.30. Se non passo dai miei, ho tempo fino alle 22.30 per fare quello che devo fare. Poi comincio ad avere sonno. Probabilmente è l’abitudine ai nuovi ritmi o forse i ritmi sono in effetti sostenuti.

Ogni giorno mi vengono in mente cose da fare, o da comprare. Ma poi mi viene sonno e… niente, rimando tutto a domani. Ma il domani non arriva mai.

Guardandomi indietro mi sono resa conto che in un modo o nell’altro ho sempre ottenuto quello che volevo e se non accade è perché in realtà non mi interessava.

Ho dato un’occhiata ai miei buoni propositi. Lavorare per una grande società, viaggiare di più, prendere casa. Ho realizzato i più importanti. Quelli che ti cambiano la vita.

L’altro giorno mi è capitato di sentire un amico del passato. Forse dovrei definirlo un conoscente. Ma io, a volte, non faccio distinzioni, e attribuisco a tutti la stessa importanza. L’ho sentito per caso e… Non ho provato niente. È stato come scambiare il buongiorno sul treno al tuo vicino di posto.

A volte mi dico: Non farò più entrare nessuno! Ma non accade mai. Faccio sempre entrare qualcuno. Perché, in fondo, le persone mi piacciono. Per questo dirò loro Addio!

Io che parlo di politica? Il mondo sta cambiando.

Io che parlo di politica? Il mondo sta cambiando.

Di Maio, e immagino altri, si è fatto portatore dell’hashtag #ilmiovotoconta.

Il #tuovotononcontauncazzo preso singolarmente, conta nell’ambito della maggioranza.

In una democrazia come quella italiana, ha senso parlare di “valore del singolo” con particolare riferimento al voto elettorale?

Io non credo nella democrazia pura. Essa ha valore solo come reazione a un assolutismo di tipo oligarchico. La democrazia è una terra di illusioni che fa leva sul sogno del singolo di contare nella massa. Ma il singolo preso da solo non vale niente. Una goccia d’acqua non fa un mare, non fa manco una tazzina, se per questo.

La democrazia affida la responsabilità al popolo, ma il popolo come entità politica è nulla. È saggiamente tenuto in uno stato dormiente, fondamentalmente ignorante, ma trionfo del proprio presunto sapere. La massa si muove seguendo slogan accusatori ed è sempre colpa degli altri.

Io non credo in un sistema politico liberale, che permette a chiunque di candidarsi alla guida del paese, perché siamo in democrazia. Voglio rigore. Politici puri. La democrazia deve essere rivista. E voglio programmi politici trasparenti.

Alle ultime elezioni non ho votato. Chi avrei dovuto scegliere? Il PD con la sua insulsa debolezza e incapacità di essere realmente incisivo? I 5 stelle, che incarnano tutto ciò che per me deve stare fuori dalla politica? La Lega, con i suoi programmi populisti? La Meloni? Forza Italia?

La cosa giusta da fare sarebbe stata scegliere il partito che incarna la mia visione, ma ciò avrebbe richiesto tempo, e un non indifferente intento nell’essere partecipi. E ammettiamolo, c’è la vita di mezzo, chi ce l’ha il tempo e la pazienza per decifrare le parole nascoste dietro le parole.

L’indifferenza che provavo fino a poco tempo fa, ha lasciato il posto al disprezzo, al “Sapete che vi dico? Avete rotto il cazzo! Voi e quelli che intasano i social appestando l’altrui esistenza con le loro insulse opinioni, che almeno un tempo restavano circoscritte al baretto di paese, o al circolino o al che cazzo ne so io. Invece no. Oggi sono global. Di dominio pubblico.

Vi odio.

Con tutto il cuore.

E soprattutto ho in disprezzo la vostra sicurezza.

Cit. 07

Cit. 07

Essere indipendenti non c’entra con l’essere sposati o il vivere soli. Ho visto tanti figli che anche dopo il matrimonio e dopo aver lasciato la casa paterna, continuano a vivere sotto il peso della figura dei genitori. Non c’è niente di male, ma è chiaro che l’indipendenza non è quella.
L’ho capito davvero solo dopo aver incontrato Akira. Non perché abbiamo formato insieme una coppia, o una famiglia, non sono così sentimentale, ma nel senso che dopo averlo conosciuto ho capito davvero la malinconica realtà del fatto che ognuno di noi è solo. Né mio padre, né mia madre, né la comunità, né Akira possono pensare per me: se io faccio qualcosa sono solo io a farla, sono io che decido per me, sono io che adesso mi trovo qui, e non altrove.
Come posso spiegare?
La mia casa sono solo io, il mio posto è solo dove sono in quel momento, e però questa realtà non si può isolare: è un processo continuo come la bellezza azzurra dell’aurora che dopo un istante si trasformerà in un’alba che posseide una diversa bellezza non meno meravigliosa. E’ più o meno la stessa cosa.

Banana Yoshimoto

Panta rei

Panta rei

Stavo pensando al passato. Non con fare nostalgico. Pensavo al passato e riflettevo su quanto poco ricordassi del passato. Persone che per me erano state importanti si riducono a pochi frammenti contornati da un’emozione che è il ricordo di un’emozione.

Noi offriamo noi stessi al Tempo. La nostra giovinezza. La nostra eternità. Il Tempo cura, risana, salva, ma in cambio esige in pegno noi stessi.

Così noi invecchiamo, dimentichiamo.

Sono stata una bambina che fissava la propria mano e s’interrogava sulla reale esistenza della sua forma, turbata, affascinata, dalla consapevolezza che ciò che appare non è ciò che realmente è.

Anche oggi, sono la stessa bambina di allora che fissa la sua mano alla ricerca del vuoto, del modo per liberarsi dell’illusione del suo essere.

Il mattino mi sveglio alle 6.00. Milano alle 8.00 è una città che già freme al massimo della potenza. I gesti sono sempre gli stessi. Così come i passi. L’andatura rapida. Nessuna azione inutile. Sei già stanco e non hai nemmeno iniziato. Il brusio ininterrotto di Garibaldi. Il violino che ti accoglie alle 7.40. Sempre la stessa canzone.

Ormai considero la sede lavorativa come una seconda casa. Non so cosa mi riserverà il futuro, ma so che mi piace. Sono stanca la sera e non riesco a fare nulla, ma non importa.

Accetterei un lavoro vicino a casa? No. Mi trasferirei a Milano? Nemmeno. Il mio lavoro mi soddisfa. E adoro la casa dove andrò a vivere. Ho pochissimi amici perché non li so gestire. Mi affeziono in un attimo alle persone e altrettanto rapidamente me ne dimentico. A volte, sembra quasi che dica: “Ti prego! Non lasciarmi andare! Trattienimi, perché io non sono capace.”

Però non lo dico mai.

Lascio che tutto scorra.

Il mondo è una de-limitazione

Il mondo è una de-limitazione

Stavo scrivendo un post, poi mi sono resa conto che era un po’ troppo introspettivo, quindi l’ho cancellato. Perché è vero che per me il blog è letteralmente un parlare al vento, ma è anche vero che il vento è pubblico…

Quindi ridimensiono il tutto e parlerò del nulla. Il nulla è un ideale non raggiungibile. I greci ti fracassavano le sinapsi con le loro asserzioni: Il nulla non è e non può essere; l’essere è e non può non essere. Non sono tanto sicura di ricordare giusto. Comunque il nulla o non essere era visto come una sorta di paradosso logico. C’è una mela. Questa mela è sul tavolo. La mela è, ovvero esiste. Ma se la mela non c’è, come si fa a dire che una cosa che non c’è non esiste. Se io non esistessi, come fate voi a dire che io non esisto, se appunto io non esisto?

Insomma è una cosa così, più o meno. Solo che a me il nulla piace e penso che il nulla sia il potenziale dell’essere. La cabala in pratica, dice questo: in principio esisteva l’uno, quello che possiamo chiamare Dio, il Senza Fine, Ein Sof. Dio era unico, tutto il mondo era Dio, tutta l’esistenza era Dio. Non c’era tempo, non c’era spazio. Quindi Dio cosa fa? Si contrae, libera spazio, crea il Tempo e il mondo inizia dalla contrazione di Dio in sé stesso. Dio autodelimita sé stesso. È ciò che la cabala luriana chiama Tzimtzum. Anche qui, la cosa è più o meno così.

Tutto questo per dire che vorrei tanto avere più tempo.

Suicidio e Anima, James Hillman

Suicidio e Anima, James Hillman

Nel suo saggio “Suicidio e Anima” Hillman mette in luce alcuni aspetti
legati al suicidio che possono essere condivisi o non condivisi.
E’ un libro denso, complesso.
Noi siamo immersi nella morte. Ogni giorno compiamo un passo verso essa e, paradossalmente, ogni morte è un suicidio. Se il fine ultimo della vita è
la morte, questo lascia intendere Hillman, cosa rende una morte
accidentale migliore o più giusta di un suicidio?
Se c’è completamento, se oltre non si può andare, non è forse il momento
di morire?
Chi teme la morte, teme il cambiamento.
Noi viviamo nello status quo della nostra vita. Morire significa lasciarsi
alle spalle lo status quo. Significa entrare nell’ombra.
Hillman non rifiuta a priori il suicidio. Egli differenzia il suicidio
dell’anima dal suicidio fisico e mette in luce la differenza tra la
medicina e l'(psico)analisi, spesso considerata la sorellastra povera
della medicina.
E così, mentre il medico persegue la salvezza del corpo, l’analista
insegue la salvezza dell’anima, di ciò che non si può vedere.
Stringendo il più possibile, se lo psicanalista riuscisse a “far
suicidare” l’anima, senza che tale suicidio interessi il corpo, il
soggetto potrebbe, avendo sperimentato la morte dell’anima, evitare quella fisica che ne determinerebbe la definitiva dipartita.