One more time with feeling

One more time with feeling

Sono andata a vedere One more time with feeling. Sapevo cosa andavo a vedere, naturalmente. Ero preparata. Un artista del calibro di Nick Cave che si mette a nudo dopo una tragedia simile. Un uomo che ha sempre vissuto la sua arte e la sua vita come se l’una fluisse nell’altra. Quindi … sai cosa vai a vedere.

La prima cosa che mi ha colpito è stato il pubblico. Vado spesso al cinema e non mi è mai capitato di avere attorno a me un pubblico simile. Non solo non è volata una mosca per tutta la durata del film, ma le persone erano pressoché immobili, parevano quasi in apnea. Non era un silenzio normale, era partecipe, teso, empatico. Di tanto in tanto, qualcuno si muoveva. Un uomo si è alzato. È uscito. Ai titoli di coda, mentre ascoltavi Arthur Cave cantare, le luci si sono accese, ma nessuno si è mosso, nessuno ha parlato. Lo schermo è diventato nero e c’è voluto qualche secondo perché ci ricomponessimo e potessimo guardarci. 

È commuovente? Certo, perdio, che è commuovente. Poi, uno può reagire in modi diversi, ma in quanto essere umano non puoi restare indifferente. Se non sei colpito, se la cosa non ti tange, allora… boh. Sospendo il giudizio.

È bello? Sì, è bello. Di una bellezza tragica, atroce, nuda. È Nick Cave. Che puoi dire di Cave se non elogiarlo per le sue qualità?

La seconda cosa che ti viene in mente è perché. Perché mettersi così a nudo? Perché mostrare un dolore così grande? Non è forse un mettersi in piazza? Lo ammetto, un pensiero simile, mi è venuto. Prima di ascoltare l’album, prima di vedere il film, ma alla fine sono arrivata alla conclusione che quando il dolore è grande non c’è spazio per quelle cose che prima ritenevi importanti. Non te ne frega niente. Lo stesso Cave lo dice, Non so quello che sto facendo! È quando le persone escono dagli schemi che ti rendi conto di quanto il disagio sia grande. Non te ne frega nulla del giudizio, di come la gente possa vederti … sei oltre. 

La terza cosa è il non verbale. Io sono una persona per indole attenta alla comunicazione non verbale. Ti ascolto, ma soprattutto ti guardo. E ti rendi conto di quanto c’è negli occhi di una persona, ti rendi conto che quello che si dice, sull’importanza del non detto è vero. 

Cave dice una cosa a un certo punto riguardo il dolore e la creatività. Si dice che il dolore alimenti la creatività, no? Forse sì, forse no. Ti colpisce che un uomo come Nick Cave ammetta di aver perso la capacità di creare. Lui? Ed è empaticamente doloroso perché è come se con Arthur se ne fosse andata via l’essenza stessa dell’uomo-artista che è Nick Cave.

Forse tornerà, forse no.

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