A short love story

A short love story

Ti cerco negli occhi delle persone che incrocio per strada. Mi chiedo se esisti, se sarò in grado di riconoscerti.
So che di te mi innamorerei all’istante e scapperei. Tratterei il respiro e uscirei dalla porta, con addosso questa corazza d’indipendenza. Troppo orgogliosa per ammettere di aver bisogno di un’altra persona, sono la volpe che osserva l’uva e con il mento alzato dice: Non mi piace! E c’è chi ammira la mia capacità di non dipendere dagli altri, ma non si chiedono mai perché io sia diventata così… Ma stavo parlando di te. Di te a cui è chiesto l’impossibile. Amare una donna che non può essere amata. Che si presenta come una Medusa, come una Regina dei Folli. Una donna che striscia a ridosso dei muri per non essere vista. Che non alza mai la voce. Che sta in silenzio. Una donna che ti guarderà con astio perché ti vedrà come il nemico del suo equilibrio.
È questa la donna che ti hanno detto di amare. E non ti serviranno a niente fragili sentimenti. Perché lei ti dirà molte volte no. E lo farà in molti modi diversi. Lo farà mentendo. Lo farà scappando. Lo farà con i gesti e con gli occhi.
Quindi tu hai bisogno di amarla molto, perché lei non è capace di amare.
Ma io so che non esisti. Non in questo mondo.

A volte immagino il nostro incontro. Un vezzo adolescenziale. Forse – sicuramente – sei più giovane di me, ma non troppo, altrimenti guarderei a te solo come a un ragazzo. Forse hai la mia età, ma c’è una vena di follia in te, come c’è in me e sei capace di farmi ridere, di farmi dire: Non lasciarmi!
Spero che tu non sia di Parigi. Oh, intendiamoci, non mi dispiacerebbe, ma il problema è che quando mi hai incrociata per strada, mi hai lanciato uno sguardo carico di sospetto ed io ho accelerato il passo. Ecco, ero io! La persona che ti era stata destinata, ma tu, grandissimo idiota, te ne vai in giro come se il mondo dovesse assassinarti. In questo siamo simili. Oh, naturalmente, incontrerai un’altra donna. Capirà tutte le parole che le dirai, al contrario di me per la quale avresti dovuto abbandonare il tuo linguaggio forbito. Avrei fissato il tuo volto e il tuo corpo perché, in assenza di parole, da loro avrei appreso il tuo cuore.
O forse sei su uno di quei social network che mettono in contatto le persone. Ti sei iscritto per noia. Ne hai scelto uno poco invadente, perché anche tu sei infastidito dalla consuetudine e da tutti quei preliminari dei preliminari. Ti sei sentito un po’ a disagio. Non che tu abbia problemi a trovare una persona, intendiamoci. Però c’è la noia di mezzo, la disillusione.
E ci incontreremo senza riconoscerci. Tu riderai per il mio modo bislacco di parlare. Guarderai a me come a una persona un po’ strana. Abbasserai la testa. Tirerai dritto. Le tue labbra si curveranno in un sorriso di scherno. La donna che non sono io si aggrapperà al tuo braccio incapace di camminare da sola. La donna che sono io, camminerà con la testa alzata a guardare la forma delle nuvole.
Ma tu non esisti. Ti ho incontrato in un luogo da cui di vedeva il mare. Un paese del mediterraneo accecato di bianco. Leggevi un libro. Le gambe accavallate. Eri fuori posto e allo stesso tempo sembravi appartenere a quel luogo. Ho incrociato il tuo sguardo. Hai gli occhi blu. Sono fuggita, mentre tu ti sei alzato lentamente e mi ha seguita. Non sei riuscito a vedermi, eppure ero lì, davanti a te. Mi sono svegliata.
Non ti ho trovato a Firenze. Non ti ho trovato a Milano. Non ti ho trovato nemmeno a Parigi. E il tempo scorre.
Forse vivi nella rinata Berlino o ascolti metal nordico con il cipiglio severo di un vichingo moderno. Forse facciamo la stessa strada da una vita. Forse sei nato nel 1780 con un anticipo di duecento anni. Vivi in una stanza all’ultimo piano di un palazzo vicino all’Università. Hai solo due abiti che indossi alternativamente. Ti bastava dire sì, e avresti avuto il lavoro di tuo padre, una moglie perfetta, bambini da educare. Il tuo animo è romantico, ma non nel senso che ti piacciono i tramonti. Beh, sì, anche quelli! Ma c’è l’attesa. La tensione verso qualcosa che non ha nome. Ma può anche essere che nascerai in ritardo di cinquecento anni, in un mondo asettico dove l’ossigeno sarà generato artificialmente, così come il cibo. E non ci saranno più piante. Non ci saranno più api. E il mio nome affollerà le bocche e le menti, nello sciocco tentativo di evocare un alveare.

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Lovesong

Lovesong

La musica mi piace moltissimo e mi piace ascoltare cose che molti ignorano. Non è la forzata propensione per il meno noto e, per questo, migliore, quanto una sorta di inconscia attrazione verso certe sonorità, più deep, più obscure, o tribal. Si dice che la musica che uno ascolta sia espressione della sua anima. A quanto pare, tutto può essere espressione dell’anima di qualcuno. Molto probabilmente.

Tra tutte le canzoni, c’è ne è una che è più speciale delle altre. Lovesong è forse una delle canzoni più abbordabili dei Cure. Musicalmente non la definirei un capolavoro. Eppure ogni volta che l’ascolto, che sento l’intro, qualcosa dentro di me si smuove. Non è legata a nessuna persona e a nessun ricordo. È più un legame con la vera me stessa. Ed è disturbante che sia proprio Lovesong.

Ho nostalgia quando ascolto questa canzone. Sento una nostalgia spaventosa verso qualcosa che ho perso e che non troverò mai più. Non so cosa sia, forse qualcosa di me.

A story of EGO

A story of EGO

Una frase buttata lì, a caso, una mezza battuta che ha tutto l’ardire di scoprirsi in forma di verità, ha aperto nella mia mente un piccolo spazio di riflessione, perché in fondo è questo a cui ambisce l’ironia, no?

C’è da fare una premessa e riguarda me. Io sono una persona che non ama molto mettersi in mostra, fare la scema con gli uomini – non mi viene in mente un modo meno offensivo per dirlo, scusate! Ma so che ho centrato il punto! – e soprattutto sono single da anni e sto bene con me stessa. Sebbene, sia perfettamente consapevole che una parte di me rifiuta l’altro perché ha paura di perdere sé stessa e la sua libertà. (Sto cercando di creare un’apertura nel mio mondo, ma non è facile.)

Quando, ironizzando, le persone dicono che Vivo nel mio mondo hanno ragione, ma in fondo non lo facciamo tutti? Non creiamo tutti i nostri mondi fatti di iterazioni personali e di abitudini quotidiane?

Quando una persona si discosta dalla consuetudine, deve mettere in conto, di non essere compresa. Le persone non accettano la diversità, ma fanno in modo che la diversità diventi un problema, oppure attribuiscono significati erronei a ciò che non riescono a comprendere, per comprenderlo.

Ad esempio, io sono perfettamente consapevole che quando non ci sono, le persone fanno commenti su di me, ad esempio, stando in tema, diranno che ‘Sono frigida.’, che non ho ancora capito di essere lesbica, che ce l’ho solo io e via dicendo …

Sono affermazioni che si fanno quando non si riesce a discostarsi dalla forma mentis che ci ingabbia.

L’affermazione “D. non ha ancora capito di essere lesbica!” Può darmi fastidio perché mi attribuisce un’etichetta che non è mia e perché etichette di questo tipo trovano terreno fertile nell’ignoranza e hai voglia a togliertele! Oppure, può lasciarmi un po’ di amarezza, se a dirla è qualcuno che rispetti, perché ti porta a chiederti: “Ma allora, non sei la persona che credevo tu fossi!?” Ma può anche non infastidirmi affatto perché io so non essere vera. E so che la bocca è impaziente e non riesce a tenere il tempo del cervello, e si muove in modo asincrono.

Mi infastidisce il bisogno che hanno alcune persone di attribuirti un’etichetta perché fondamentalmente non riescono a comprenderti. Sei un rebus per loro. Un problema irrisolvibile. Come è possibile che tu esista? In quel modo, poi? Devi per forza avere qualcosa.

Allora ti circoscrivono, ti definiscono, cercano in tutti i modi di privarti di quell’in- che ti contraddistingue. Sono persone abituate a una manciata di colori primari, se sono fortunati, il più delle volte a un basilare bianco e nero. Il tuo mondo fatto di infinite sfumature è incomprensibile: vorrebbero comprenderti, ne hanno bisogno, ma non ci riescono, perché mancano dei mezzi, della volatilità errante della tua mente.

La mia solitudine infastidisce gli altri, ad esempio. Sono una mosca bianca, una nota stonata, un problema che va risolto. In realtà, io sono colei che mette in crisi i loro valori, i dogma su cui basano la loro esistenza.

Primo dogma: una donna può essere felice solo se ha un partner al suo fianco, se costui non è presente allora tale donna deve cercarlo assiduamente, e fare di tale ricerca la sua ragione di vita, se ciò non avviene, tale donna è: 1) frigida; 2) lesbica; 3) un caimano.

Secondo dogma: ogni essere umano ambisce a divertirsi (amici, uscite, apericena…) Il numero di amici esprime il tuo valore come persona. Se tu non hai amici devi vivere rintanato in casa e palesare un disagio che consenta all’altro il diritto di pensare cose come: “Poverina! Come deve essere triste la sua vita!”

Poi arrivi tu, con appresso il tuo mondo e deve essere piuttosto ingombrante il tuo mondo, se tutti lo vedono. Il tuo mondo si chiama EGO ed è pieno di te, carico di sogni, interessi, mondi paralleli, benessere, gioia, arte, musica, città mai viste, Parigi, colazioni infinite. Ci sono alcuni problemi ad EGO, ad esempio, una certa autarchia e difese impenetrabili che proteggono il cuore di EGO, un nucleo di aria che potrebbe farsi vento.

I più fortunati arrivano ad EGO, ma nessuno scende fino al vortice, nemmeno EGO stessa.

Tornando a noi, sono convinta che buona parte dell’orientamento sessuale sia il risultato dell’educazione ricevuta e delle convenzioni sulle quali la società si regge. L’accettazione dell’omosessualità è più un atteggiamento politically correct, che una vera è propria accettazione. La gente continua a considerarli un errore, solo che non va più di moda dirlo ad alta voce. Oppure li considerano alla stregua di categorie. L’amico gay con cui andare fare shopping e confidarti.

Io credo che nella sua più alta espressione esistenziale, l’uomo sia bisessuale, non limitato da mere convenzioni che lo portano ad escludere, invece di includere. Egli sarà in grado di vedere la persona, nella sua splendente nudità, per quello che è: un centro di luce. Sarà libero dal dovere della perpetuazione della specie perché l’amore, il legame, non sarà più il mezzo per la creazione della vita, ma sarà altro.

Quindi, magari fossi anche lesbica, mi sarei liberata dalle imposizioni, purtroppo il mio problema ha radici più profonde: un latente timore che un’altra persona entri ad EGO e si avvicini al vortice da toccarlo senza distruggerlo.

Il che se ci pensate, è molto più grave, tanto da farmi chiedere: Ma io voglio davvero bene a queste persone (mia madre, mio padre, i miei amici), oppure ciò che io credo amore in realtà è un intreccio scaturito dalle convenzioni sociali?

Quindi, la vera domanda, la più alta espressione che potrebbe giungere al vortice di EGO è: Perché ami te stessa in modo così ossessivo, tanto da non aver spazio per nessun altro?

Ma visto che l’ho palesata, EGO ha già eretto nuove barriere, quindi … nope!

Varazze

Varazze

Spirito Errante

Sono seduta a un tavolino rosso in legno. C’è un ragazzo accanto a me, il fisico sciupato di chi mangia in modo irregolare e forse ha qualche problema di alcol, visto il secondo whisky preso. Fuma lentamente una sigaretta. Lo osservo con gli occhi di un umano che guarda un altro essere umano e si pone domande.

Varazze, ad ottobre, ha poca gente e, se si è fortunati, temperature miti.

Ha un pugno di stradette che s’intersecano, con un mucchio di locali per pranzare, bere qualcosa, prendere una focaccia al volo.

La camminata che costeggia il mare è affiancata dalla strada e sinceramente non è un buon posto per passeggiare. Molto meglio sfuggire alla calura e al caos delle auto perdendosi tra i vicoli, che poi … perdersi … alla fine ci si ritrova sempre.

Passeggio, esploro, catturo ogni frammento, alcuni più volte. So che ne ho persi molti.

Ho…

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La bellezza dell’altrove

La bellezza dell’altrove

Spirito Errante

Molte persone viaggiano, ma non tutti sono viaggiatori e pochissimi possiedono uno spirito errante.

Si viaggia per lavoro, per partecipare a un determinato evento, per raggiungere un’altra persona o un luogo. Oppure, perché quelle sono le uniche due settimane che ti sono state concesse in tutto l’anno e vorrai mica passarle a casa? Ad agosto? E attirarti i sospiri e i Ah, ma stai a casa?! Non riesci ad andare al mare una settimana?

Anche la vacanza ad agosto può tramutarsi in un dovere, a volte.

Non saprei dire, con esattezza, quando si comincia a definire qualcuno viaggiatore. Forse, il fulcro non è l’arrivo, ma la partenza. Il momento in cui una persona decide di partire. Forse è uno stato mentale, la “mente del viaggiatore“.

Per quanto mi riguarda, alla base dei miei viaggi c’è la necessità di essere altrove. È il primo input, la scintilla che…

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Viaggio a Parigi

Viaggio a Parigi

Spirito Errante

Il Pantheon non è un luogo frequentato.
Davanti a me, il dipinto – credo – di Giovanna d’ Arco. Ha piovuto e io ho un abbigliamento alquanto discutibile. Immagino che debba essere illuminata. Tornare a casa con la chiave della mia esistenza.
Sono qui perché c’è il Pendolo: il punto fermo dell’universo e io volevo vedere che effetto faceva. Il primo aggettivo che mi viene in mente è “ipnotico“.
C’è anche parecchia gente morta, gente importante per la Francia. Credo di aver parlato con una decina tra generali, capitani, conti e baroni. Beh, io li salutavo: Salut, Monsier … tal de tali … loro erano poco loquaci .

Ho aspettato il secondo giorno per prendere la metro perché non mi fidavo del pass che mi avevano spedito, mi sembrava troppo piccolo. Un po’ come le previsioni del tempo. Così ho camminato un giorno intero per il Quartiere Latino…

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Chi ben comincia …. non è detto che finisca bene.

Chi ben comincia …. non è detto che finisca bene.

La prima domanda che mi sono posta è stata:
C’è davvero bisogno di un blog che parla di viaggi?
La seconda domanda è stata:
Perché vuoi creare un blog specifico per parlare di viaggi?

Ci sono n blog inerenti alla tematica viaggi. Alcuni hanno vita breve, nascono sulla scia dell’imitazione.
Si naviga in rete, perdendo tempo o all’effettiva ricerca di informazioni, ci si imbatte in un uno, due, tre travel blog e scatta – non è detto – una molla in testa che ti fa pensare Carina l’idea. Anche a me piace viaggiare. Quasi quasi ne creo uno anche io.

Sulla scia dell’entusiasmo, si comincia.

Mi sono sforzata di capire …

Sorgente: Chi ben comincia …. non è detto che finisca bene.