Mamoru Oshii, Ghost in the shell

Mamoru Oshii, Ghost in the shell

A marzo 2017 uscirà il live action di Ghost in The Shell.
Di Mamoru Oshii avevo visto alcune cose, ma Ghost in The Shell, l’ho sempre tenuto da parte. 

Con un film come Ghost in The Shell nessuno si aspetterebbe questo tipo di soundtrack, ma allo stesso tempo, non appena la senti, capisci che, nonostante il contrasto,  è perfetta.
Mamoru Oshii si avvalse della collaborazione di Kenji Kawai, il quale ebbe la geniale idea di optare per una soundtrack ispirata alla musica tradizionale giapponese, in netto contrasto con l’ambientazione cyber-punk della storia, ma allo stesso tempo rappresentativa della mescolanza tipica del Giappone. 

Because I had danced, the beautiful lady was enchanted
Because I had danced, the shining moon echoed
Proposing marriage, the god shall descend
The night clears away and the chimera bird will sing
Because I had danced, the beautiful lady was enchanted
Because I had danced, the shining moon echoed Yobai ni
Proposing marriage, the god shall descend
The night clears away and the chimera bird will sing
The distant god may give us the precious blessing!
The distant god may give us the precious blessing!
The distant god may give us the precious blessing!

E’ il meraviglioso testo dell’opening Making of Cyborg: inarrivabile sia per la bellezza stessa della musica sia per i rimandi di cui è pregna. 

Ghost in the shell ha, tuttosommato, una trama semplice, ma non è l’esistenza o meno di un intreccio più o meno complesso a renderlo un capolavoro, ma i dettagli: più o meno a metà, ci sono almeno un paio di minuti in cui viene mostrata la città – è a mio avviso una delle scene più belle di Ghost in The Shell. Perché sia bella? Non lo so, purtroppo manco della capacità di esprimere la bellezza che vedo (o credo di vedere).
Senza contare, i risvolti filosofico-esistenziali sull’individuo di cui saranno debitrici diverse opere cinematografiche e non. Cos’è l’individuo? Cosa rende l’individuo ciò che l’individuo è? Sono i ricordi che possediamo? E’ il modo in cui gli altri ci trattano? 

Park Chan-Wook

Park Chan-Wook

220px-Sfmvposter2Sympathy for Mr. Vengeance, Park Chan-Wook

Va bene, a volte, è necessario adattare il titolo di un film (o di un libro) perché certi modi di dire, o certe espressioni non possono essere rese letteralmente, ma che cosa ci sarebbe di così strano in “Compassione per il Signor Vendetta”?
Il titolo parla: non è sul Signor Vendetta che uno si deve focalizzare, ma sulla compassione nei confronti del Signor Vendetta.
E chi è il Signor Vendetta? Ryu che ha perso sua sorella o il Sig. Park che ha perso sua figlia?
C’è una scena – come dire – che rappresenta il punto di contatto tra il Sig. Park e Ryu – una sorta di identificazione – quando entrambi esausti, svuotati da quello che hanno precedentemente fatto per inseguire le loro rispettive vendette si passano la mano sul capo, in un gesto che esprime molte cose: rassegnazione, accettazione degli eventi, stanchezza…
Due uomini che per motivi indipendenti dalla loro volontà hanno subito torti che li hanno portati a compiere delle scelte, che condurranno a loro volta a nuovi torti e alla nuova necessità di vendicare quei torti.
Il film è una catena di eventi. Le catene sono composte da cerchi, circoli che si intrecciano. Così è la struttura di Sympathy for Mr. Vengeance: le parti che compongono l’intera narrazione si intersecano l’una all’altra, rendendo visibile – tangibile – la cosiddetta “catena di eventi” che condurrà all’epilogo finale.

Che altro? Il film è minimalista. I dialoghi sono scarni, quasi privi di emozione anche nei momenti più drammatici. Sono le immagini a raccontare la storia, i silenzi, e ciò che non si vede. In diversi momenti, Park Chan-Wook sceglie di non inquadrare il soggetto della scena, lasciando che lo spettatore deduca ciò che manca dall’atteggiamento degli altri.
Ciò avviene, ad esempio, durante le due autopsie, quando la telecamera fortunatamente non ci offre dello splatter gratuito, ma ci mostra l’espressione del Sig. Park, presente ad entrambe. Le reazioni sono diverse, perché diversi sono i sentimenti che l’uomo nutre per i rispettivi cadaveri.

OldboyOldboy, Park Chan-Wook

Con Oldboy, Park Chan-Wook continua la sua trilogia della vendetta.
Questo film è un capolavoro.
Gli eventi sono narrati in modo non lineare – soprattutto all’inizio.
Abbiamo questa meravigliosa scena iniziale. Un uomo, capelli arruffati – Oh Dae-su – tiene per la cravatta un uomo che sta per cadere dal tetto di un palazzo. Perché lo fa? Sta cercando di salvarlo? Vuole ucciderlo? Cosa farà? La narrazione fa un salto indietro, di ben 15 anni e ci porta all’interno di un incubo.
Un uomo – sempre Oh Dae-su – fa il coglione in una stazione di polizia. Il primo impatto che abbiamo con il protagonista è di antipatia, fastidio. È irritante.
Viene rilasciato – ubriaco fradicio – cammina insieme a un amico e ad un tratto scompare.
Per quindici anni vivrà rinchiuso in un monolocale, senza sapere il perché.
Di nuovo, Park Chan-Wook, mette in scena la vendetta. Di nuovo, due uomini a confronto, mossi dal medesimo desiderio.
La vendetta è un motore che li fa andare avanti, che li sprona. Finché esiste il desiderio di vendetta, entrambi possono continuare a vivere, ma quando la vendetta viene consumata, quando l’uomo che volevi uccidere, far soffrire, distruggere, s’inginocchia ai tuoi piedi… che cosa ti resta?

One more time with feeling

One more time with feeling

Sono andata a vedere One more time with feeling. Sapevo cosa andavo a vedere, naturalmente. Ero preparata. Un artista del calibro di Nick Cave che si mette a nudo dopo una tragedia simile. Un uomo che ha sempre vissuto la sua arte e la sua vita come se l’una fluisse nell’altra. Quindi … sai cosa vai a vedere.

La prima cosa che mi ha colpito è stato il pubblico. Vado spesso al cinema e non mi è mai capitato di avere attorno a me un pubblico simile. Non solo non è volata una mosca per tutta la durata del film, ma le persone erano pressoché immobili, parevano quasi in apnea. Non era un silenzio normale, era partecipe, teso, empatico. Di tanto in tanto, qualcuno si muoveva. Un uomo si è alzato. È uscito. Ai titoli di coda, mentre ascoltavi Arthur Cave cantare, le luci si sono accese, ma nessuno si è mosso, nessuno ha parlato. Lo schermo è diventato nero e c’è voluto qualche secondo perché ci ricomponessimo e potessimo guardarci. 

È commuovente? Certo, perdio, che è commuovente. Poi, uno può reagire in modi diversi, ma in quanto essere umano non puoi restare indifferente. Se non sei colpito, se la cosa non ti tange, allora… boh. Sospendo il giudizio.

È bello? Sì, è bello. Di una bellezza tragica, atroce, nuda. È Nick Cave. Che puoi dire di Cave se non elogiarlo per le sue qualità?

La seconda cosa che ti viene in mente è perché. Perché mettersi così a nudo? Perché mostrare un dolore così grande? Non è forse un mettersi in piazza? Lo ammetto, un pensiero simile, mi è venuto. Prima di ascoltare l’album, prima di vedere il film, ma alla fine sono arrivata alla conclusione che quando il dolore è grande non c’è spazio per quelle cose che prima ritenevi importanti. Non te ne frega niente. Lo stesso Cave lo dice, Non so quello che sto facendo! È quando le persone escono dagli schemi che ti rendi conto di quanto il disagio sia grande. Non te ne frega nulla del giudizio, di come la gente possa vederti … sei oltre. 

La terza cosa è il non verbale. Io sono una persona per indole attenta alla comunicazione non verbale. Ti ascolto, ma soprattutto ti guardo. E ti rendi conto di quanto c’è negli occhi di una persona, ti rendi conto che quello che si dice, sull’importanza del non detto è vero. 

Cave dice una cosa a un certo punto riguardo il dolore e la creatività. Si dice che il dolore alimenti la creatività, no? Forse sì, forse no. Ti colpisce che un uomo come Nick Cave ammetta di aver perso la capacità di creare. Lui? Ed è empaticamente doloroso perché è come se con Arthur se ne fosse andata via l’essenza stessa dell’uomo-artista che è Nick Cave.

Forse tornerà, forse no.

Fermi tutti … mi hanno fatto la serie tv su Shannara.

Fermi tutti … mi hanno fatto la serie tv su Shannara.

C’è da fare una premessa.
Io per le prime tre trilogie di Shannara ho un amore profondo, dettato dal fatto che è stato il primo fantasy che ho letto a quindici anni ed è stato anche il principale motivo per cui non sono riuscita a leggere il Signore degli Anelli – ovviamente, senza contare l’ostacolo delle prime cento pagine.

Su Shannara sono perplessa, nel senso che è una saga di puro fantasy anni ’80; lineare, pulito, avventuroso, con eroe predestinato, cattivo al 100% D.O.C., che sarà sicuramente sconfitto. Insomma, ingenuo. Niente a che vedere, quindi, con i fantasy che circolano adesso.
Il che porta alla prima considerazione: coloro che hanno letto e apprezzato Shannara probabilmente, oggi, passano i trenta.

Ma chi produce un film non è interessato unicamente a chi ha letto e amato Shannara – perché lo sappiamo tutti “chi ha letto e amato una saga” è uno scassaminchia colossale” al quale non va bene niente, quindi, bisogna allargare il più possibile il target e qual è il target su cui puntare? Gli adulti? Che del fantasy non si interessano a meno che non si vedano tette, culi, morti cruenti, e intrighi alle “2 rose”? Ovvio che no, sarebbe una partita persa. Quindi, l’unica possibilità è il target giovanile.

Ergo… è una merda.
Susseguirsi degli eventi, rapporti tra i personaggi, dialoghi, sono tutti ridotti al modello “Yo brother, come butta!”: una summa di tutto quello che piace alle nuove generazioni – ricordiamocelo! E tremiamo! Il mondo sarà loro un giorno! –

Commentare in modo più approfondito? Mah, sto scrivendo questo articolo alle due di notte e ho un po’ di sonno – sebbene non so quando sarà pubblicato – e a parte ciò non c’è molto da commentare. Un prodotto pregevole? Se lo fosse stato, non avrebbe mai visto la luce perché troppo complesso per suscitare interesse, troppo poco “puttana” per piacere ai reduci di GameofThrones.

L’estetica è l’unica cosa che salvo, sebbene molti l’affossino.

In ogni caso, da Malazan – sto ancora centellinando i libri – non trarranno mai una serie tv: ne sono certa! – le ultime parole famose! – poiché dovrebbero farlo con i sottotitoli che spieghino cosa sta accadendo, quando sta accadendo e dove sta accadendo.
Ciò mi rassicura!

Monster, il corto, Jennifer Kent.

Monster, il corto, Jennifer Kent.

Io non sono una da horror. Sono facilmente impressionabile e non escludo che potrei passare la notte in bianco immaginando cose. Quindi evito.
Ma un’amica mi ha consigliato più volte una cosetta da dieci minuti.

Jennifer Kent prima di girare Babadook il film aveva realizzato questo corto, assolutamente meraviglioso.
Monster/Babadook mette in scena il difficile rapporto tra una madre e suo figlio, più che l’idea del mostro.
Nel corto sono presenti molti elementi che saranno successivamente sviluppati nel film (devo ancora vederlo): l’idea di un rapporto esclusivo madre – figlio; un bambino problematico difficile da gestire; una madre esausta che arriva quasi a odiare il proprio figlio o quanto meno a ritenerlo incredibilmente insopportabile; l’uomo nero che prenderà il nome di “Babadook” e che simbolicamente rappresenta … – difficile da dire. Se scrivessi il male, non so fino a che punto sarebbe corretto.
Monster/Babadook suggerisce che in ogni madre esiste un istinto alla distruzione del proprio figlio, un babadook che se ne sta lì , nell’armadio, nell’ombra. Può essere che tu sia fortunata e allora il mostro non verrà mai fuori. Ma cosa fai se tuo figlio non ti fa dormire di notte, non ti lascia in pace nemmeno un minuto, è violento, si comporta male, ti annulla a poco a poco? Nel film questo lato viene ancora più alla luce e non ci sono mezze misure, nel senso che non è tanto possibile dire: “Sì, però, è sempre sua madre!”
E così, lui viene fuori.

Poi, ovvio, visivamente non posso restare indifferente a questo bianconero, alla cura dei dettagli, al Babadook che mi ricorda il Nosferatu di Murnau.

Kim Ki-Duk (2 film)

Kim Ki-Duk (2 film)

moebiusMoebius, Kim Ki-Duk

Penultimo film di Kim Ki-duk, presentato fuori concorso al Festival di Venezia nel 2013, Moebius – in originale Moibiwooseu, letteralmente “Nastro di Möbius” – è uno dei film più “provocatori” degli ultimi anni, sia per tematiche trattate che per la scelta di privarlo interamente di dialoghi. Saranno quindi i gesti, gli sguardi, i gemiti, i rumori di sottofondo a raccontare la storia.
E’ un film atipico che ha diviso il pubblico e la critica. O lo odi o lo ami. Molti hanno accusato Kim Ki-duk di aver voluto prendere in giro il pubblico, realizzando un film il cui scopo fosse solo la provocazione; altri, lo hanno descritto come un film vuoto, un porno di quart’ordine (????).
Mah… io mi discosto abbastanza da queste opinioni. Paradossalmente non sono riuscita a guardare film di Kim Ki-duk più – diciamo – alla portata come “Soffio”.
La provocazione è una caratteristica imprescindibile della maggior parte delle opere d’arte. Quindi, accusare un’artista di voler provocare è un po’ come dire che un cane piscia per marchiare il territorio – sì, oggi sono in vena di paragoni di merda, va bene? – è nella loro natura.
A parte ciò. Il film ha un titolo che non è messo lì solo perché Kim-duk aveva voglia di fare il figo, ma è una direttiva. Quindi…
Il Nastro di Möbius è una superficie non orientabile. Tutte le superfici hanno due facce – l’inferiore e la superiore; l’intero e l’esterno – divise da una linea: il bordo. Nel Nastro di Möbius invece esiste un solo bordo e un solo lato. Escher ad esempio realizza una sua personale versione del Nastro di Möbius – la Striscia di Möbius I e II – quella con le formiche, tanto per intenderci.
Ergo, il film di Kim Ki-duk è un’opera priva di facce, di distinzione, i cui personaggi e gli eventi sembrano scorrere l’uno nell’altro, in un ossessivo scambio di ruoli, fino a quando il giro non è stato compiuto e non ci si ritrova al punto di partenza.
L’assenza di dialoghi costringe lo spettatore a seguire con attenzione, poiché uno sguardo perso è una battuta mancata.
Okey… potrei anche dire due parole sulla sessualità, sul piacere e sul dolore, sul complesso di Edipo o – perché no – su Medea, sulla simbologia fallica, ma non lo farò.

dream

Dream, Kim Ki-Duk

Un uomo sogna di essere al volante e di causare un incidente. Una sconosciuta si mette al volante, mentre sta dormendo e causa l’incidente. È questo sostanzialmente l’inizio di Dream, uno degli ultimi film di Kim Ki-Duk. Rispetto agli altri, è quello che mi è piaciuto meno – senza contare quelli che non ho visto fino alla fine –, forse a causa della componente onirica che rende complicato capire dove finisce il sogno e dove inizia la realtà o forse perché io preferisco il Kim Ki-duk che parla dei rapporti umani, della bassezza, di cose che ti immagini ma non oseresti mai dire.
Dream è fine a sé stesso e in questo sta la sua purezza.
O sarò io imbecille (sì, mi insulto da sola, così quando m’insultano potrei passare direttamente alle maniere forti!) o in effetti questo film è un puro film narrativo. Una storia.
Oppure, dubbio che mi è venuto guardandolo, non è affatto quello che sembra. Sì, perché parecchi dubbi mi sono venuti. Ad esempio, che le due coppie in realtà fossero una. O che sia tutto appunto un sogno.

Lasciami Entrare, Tomas Alfredson

Lasciami Entrare, Tomas Alfredson

lasciamientrare“Lasciami Entrare” è un film svedese, del 2009, tratto dal romanzo omonimo di John Ajvide Lindqvist. Un buon film, dicono. Ma ho preferito il libro.
Il brutto dei film, anzi delle sceneggiature tratte dai libri è che tagliano, incollano, rimescolano. Per tirarne fuori una storia che sta in 120 minuti. E il brutto è che chi guarda il film dopo aver letto il libro non può sempre essere contento del risultato.
Perché in “Lasciami Entrare”, il film, mancano numerose parti fondamentali del romanzo e altre vengono abbozzate solo in minima parte. E per fortuna che la sceneggiatura, l’ha scritta Lindqvist. Pover’uomo. Dover attentare alla sua opera in quel modo, per esigenze cinematografiche.
Comunque… siamo a Stoccolma. Oskar ha dodici anni e viene continuamente maltrattato dai suoi compagni di classe. Una sera, conosce Eli, una ragazzina che da poco si è trasferita nel suo quartiere, con un uomo. Tra i due ragazzini comincia a svilupparsi una profonda amicizia. Ma con il passare del tempo, Oskar scoprirà la vera natura di Eli…
Come storia “vampiresca” -. Okey, non s’era capito? Eli è un vampiro – dicevo… come storia “vampiresca” presenta una trama originale, soprattutto nella scelta dell’età dei personaggi e nella dimensione umana del vampiro. Eli non è morta, ma è più che altro “infetta”. Presenta tutte le caratteristiche dei vampiri: si nutre di sangue, non può stare alla luce del sole e ha bisogno di un invito per entrare nelle case altrui.
Più che sul lato horrorifico, il film è stato incentrato su Oskar. Sul suo rapporto con gli altri ragazzini, con il padre, e con Eli. Grazie ad Eli, Oskar imparerà a dire di “no” ai soprusi dei suoi compagni di classe e imparerà ad affezionarsi a un’altra persona. E via dicendo…
Tuttavia, ci sono diverse parti del film abbozzate, rispetto al libro. Ad esempio, manca tutta la parte che riguarda Hakan, l’uomo che inizialmente vive con Eli. O, la spiegazione riguardo la sessualità di Eli. O, anche il finale… Ecco, le scene che precedono il viaggio sul treno sono la parte peggiore del film. E’ come se, dopo quasi due ore (beh, non proprio), si siano accorti che stava diventando troppo lungo e si siano detti: “Cos’è che succede? Ah, sì! Rapidi, rapidi. Tu qui. Lui lì. Sì, bene.”
No, un momento… Dov’è la drammaticità di Eli che cerca di entrare nella piscina mentre Oskar è tenuto con la testa sott’acqua? Tutto ridotto a un braccio mozzato?
Sono queste cose che fanno stridere una storia. La fanno inciampare. Resta il fatto che ha vinto diversi premi, quindi… dimenticando la storia originale ci rimane una buona storia. Dico sul serio è un buon film, anche se…