Mad Max – Fury Road, George Miller

Mad Max – Fury Road, George Miller

madmaxIl mio primo matinée dopo tanto tempo. Quando hanno rispolverato i matinée al cinema, io ho fatto i salti di gioia. Il matinée, io, il cinema. Altissime probabilità di avere la sala tutta per me. Che io sono di quelle che rimane immobile a guardare un film, che non muove un muscolo, che fatica persino a sentire i commenti attorno a lei.
I primi tempi mi beccavo sempre un tizio, che attaccava bottone con chiunque fosse nella sala. Io assottigliavo gli occhi. Mi hai vista, amico? Ti sembro una persona gentile? Ti sembra che io voglia parlare con qualcuno? La gente dà per scontato che tu voglia parlare con loro. Ma non è vero, tu non vuoi parlare con loro. Questo è il tuo momento di solitudine. Tu, lo schermo, la sala semi vuota…
Lo aspettavo da un anno. Da quando ho saputo che George Miller aveva deciso di dare un seguito alla sua trilogia. Ne ero anche spaventata, perché si sa i sequel – che saltano fuori dopo così tanto tempo – è facile che snaturino completamente l’opera originale o siano indecenti.
Già il fatto che fosse Miller a dirigere – e non, che so? Bay? – mi faceva ben sperare.
Mad Max è Mad Max. Ha un’estetica sua, ha una velocità sua, ha dei canoni che deve rispettare. Miller all’epoca della trilogia mostrò un nuovo modo di fare film di fantascienza/azione: veloce, dinamico, violento, minimale.
Poche spiegazioni. Nessuna informazione sul periodo storico, i luoghi. Chi è sopravvissuto? Com’è messo il mondo? Si ipotizza un conflitto nucleare. Un sovvertimento dell’ordine. La Cittadella è luogo di aggregazione e di sottomissione. Vige la legge del più forte. Ci sono altre Cittadelle? Non si sa. Le religioni del passato vengono mischiate a rimembranze tecnologiche. Il Walhalla è il paradiso norreno che accoglierà i guerrieri che si sono immolati per la causa. Le grida, i motti… inneggiano alle quattro ruote, alla vernice cromata, al potere della benzina.
Nella prima trilogia era appunto il motore, la benzina, il dio da riverire, la brama. In Fury Road è la vita sana (no, non centra niente il biologico).
Le radiazioni hanno reso sterile la terra, deformi i figli. Le donne in grado di partorire un figlio sano, perfetto in ogni sua parte, sono merce rara, protette, proprietà del capo clan.
Una delle cose che ho sempre amato di Mad Max è l’integrazione tra l’organizzazione tribale, quella più istintiva, primitiva e immediata e i ricordi di un passato glorioso fatto di macchine, tecnologia, prosperità. E così, mentre i veicoli sfrecciano, i tamburi suonano e un tizio vestito di rosso suona una chitarra elettrica.
Mad Max (il personaggio) è completamente surclassato, questa volta, da Furiosa: un’implacabile Charlize Theron.
Lieto fine? Mah, mica tanto. Il mondo di Miller è un continuo susseguirsi di tregue e guerre. È un mondo che non dà respiro, non esiste la pace. Esiste solo la lotta per la sopravvivenza. Ti impossessi del castello e ti tocca difenderlo quel castello, perché, prima o poi, dalla linea dell’orizzonte arriverà qualcuno che proverà a portartelo via

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Il Settimo Sigillo, Ingmar Bergman

Il Settimo Sigillo, Ingmar Bergman

Settimo-sigillo-Bergman

Antonius Block, in compagnia dello scudiero Jöns, è tornato dalle crociate. Su una spiaggia incontra la Morte per la prima volta, la quale gli annuncia di essere venuta a prenderlo.
Antonius risponde che la sua anima è pronta a seguirla, ma non il suo corpo.
Sfida la morte a una partita a scacchi, mettendo in palio la sua vita.
Siamo nel Medioevo; le tematiche apocalittiche trovavano terreno fertile in paesi piegati dalla peste; si era sull’orlo dell’abisso e sovente circolavano voci di prodigi, più o meno spaventosi, che non facevano altro che accentuare questa sensazione di “fine imminente.”
E’ il periodo dell’Esercito dei Morti di Hellequin e la paura più grande per l’uomo – cristiano – dell’epoca era la morte improvvisa che impediva l’ultima confessione e conseguentemente la Salvezza.

Nel corso del loro viaggio, Antonius e Jöns si fermano in una chiesa. Qui, Albertus Pictor sta dipingendo una “Danza della morte”, altro tema iconografico assai diffuso nel Medioevo, insieme all’ Incontro dei tre morti e dei tre vivi e al Trionfo della Morte. Albertus Pictor è l’essenza del memento mori: attraverso la sua arte egli ricorda agli uomini la morte. Non c’è nessuna allusione al bene o al male. Albertus Pictor si limita a ricordare. Cosa poi facciano gli uomini, non è affar suo.
Spesso, nel Settimo Sigillo si fa riferimento ai preti, al loro ruolo in un mondo così segnato dalla presenza della morte. Essi rappresentano l’unica possibilità di Salvezza attraverso il perdono concesso in sede di confessione.
La peste incombe su tutti. Albertus Pictor è consapevole della sua presenza; del rischio del contagio.

Puoi dirlo. Il male ti dilania, ti mordi le mani e ti laceri le vene con le unghie. Urli, urli, finché ti rimane un po’ di fiato in gola, ma nessuno più ti aiuta. Ti ho messo paura?

Albertus Pictor gli parla dei flagellanti. In un mondo in cui Dio è considerato il responsabile, nel bene e nel male, di tutto ciò che accade all’uomo, la convinzione di essere meritevoli del castigo della peste è il passo successivo. Imitatio Christi è la risposta. Sii santo, imita la sofferenza e la passione di Cristo, affinché Dio possa perdonarti. L’uomo medievale vive costantemente nella colpa.

La crisi spirituale di Antonius Block arriva al termine del suo servizio in Terrasanta. Egli è tornato a casa, dopo aver combattuto in nome di Dio. E’ un crociato, un soldato che combatte per la religione, dovrebbe credere in Dio, non avere dubbi… eppure… è tornato vuoto della fede con cui era partito e pieno di dubbi sull’esistenza di Dio. Dov’è Dio? Perché l’uomo non può coglierlo con i suoi sensi? Perché dobbiamo credere in Dio solo sulla base della fede? Nella solitudine di un mondo in rovina, Antonius Block –  Ingmar Bergman – sente quest’incredibile Assenza. Ai dubbi sull’esistenza di Dio, segue il terrore della morte. Il credente, se vero credente, confida nell’esistenza di Dio e della Salvezza Eterna. Sua unica preoccupazione è essere pronto, ma l’uomo che è Antonius Block, non riuscendo più a credere a Dio, vede nella morte una grande incognita… Un ignoto che terrorizza.
Ad Antonius Block non basta più la fede, egli ora vuole la certezza. Ma siamo sicuri di volere che dio scopra il suo volto nascosto? Bergman risponderà a questa domanda, una trentina di anni dopo, in “Fanny & Alexander”, con il terrore negli occhi di Alexander alla vista di una porta che si apre, e di una voce imperiosa che annuncia “Eccomi, Alexander…”

Allora la vita non è che un vuoto senza fine.

C’è una contrapposizione tra il memento mori di Pictor e le parole di Block; l’iconografia della morte rammenta in continuazione che tutti prima o poi dobbiamo morire, ma Block dice che nessuno può vivere sapendo di dover morire un giorno: privati della fede ciò che resta è un “nulla senza speranza”. Se dio è irraggiungibile allora all’uomo non resta che intagliarsi un’immagine e darle il nome di Dio.

Antonius Block rivela il perché abbia sfidato a scacchi la morte, non per sopravvivere, ma per prendere tempo. Egli sa che non potrà mai batterla, che la morte, prima o poi, ghermisce chiunque. Ciò che gli interessa è ritardare il momento, affinché la sua vita possa assumere un senso. Non chiede nient’altro che una singola azione utile per poter dire a sé stesso “Ho vissuto!”

Abderrahmane Sissako “Timbuktu”

Abderrahmane Sissako “Timbuktu”

TimbuktuMentre guardavo Timbuktu la prima cosa che ho provato è stata rabbia.

Come osi tu, che vali meno di me, dirmi quello che devo fare?
Come osi tu, che non sei nemmeno in grado di usare la frizione, impormi la tua volontà?

Timbuktu è denso, troppo denso. Ci sarebbe troppo da dire. Cose già dette, cose che ho sentito dire. Le mie idee, sfumano nelle idee di altre persone che lo hanno visto.

Io vorrei lasciare da parte tutti i discorsi sulla religione, sulla libertà, sul diritto di essere, o delle differenze culturali.

Mi piacerebbe parlare della “bellezza”.
Che c’è in Timbuktu. Ce n’è parecchia.

C’è la bellezza delle linee dell’orizzonte, del deserto, della musica rubata.
C’è la bellezza di un gruppo di ragazzi che a fronte del divieto a giocare a calcio, lo eludono calciando un pallone che non esiste.
C’è la bellezza di una donna e del suo gallo nero, un po’ matta, un po’ strega che oppone al delirio di onnipotenza di un manipolo di uomini l’intoccabilità dell’irrazionalità.
C’è la bellezza del canto di una donna e c’è la bellezza dell’innocenza di una bambina.

Di solito, pur prediligendo la lingua originale, non ne faccio quasi mai una questione di vita o di morte, ma in questo caso, vederlo in originale è fondamentale.
In Timbuktu convergono francese, arabo, tamashek e un po’ di inglese ed è splendido sentire il passaggio da una lingua o l’altra, o la pronuncia zoppicante quando tentano di parlare inglese o i “vaneggiamenti” in francese della matta del villaggio.

I 10 migliori (a parte uno) film sui vampiri – in ordine casuale

I 10 migliori (a parte uno) film sui vampiri – in ordine casuale

A me non piacciono i film dell’orrore; sono impressionabile, mi fanno senso, non capisco per quale ragione tu debba spaventarmi a morte e non farmi dormire di notte, etc… etc…
Quindi i dieci film che seguiranno non sono film dell’orrore, anche se li definiscono in questo modo.

1 – RAGAZZI PERDUTI

The Lost Boys, per me, va di pari passo con The Goonies, ovvero una pellicola meravigliosamente anni ’80, e un cult per quelli della mia generazione.
È uno dei primi film di Joel Shumacher e vede tra i protagonisti un giovanissimo Kiefer Shuterland.
È un mix di film giovanile, simil-horror e commedia.
La colonna sonora merita davvero, grazie soprattutto al brano Cry Little Sister – che non è dei The Sisters of Mercy – cavolo! Perché la gente non guarda ?! (disse quella che scrive dati basandosi solo sui suoi falsi ricordi)

2 – INTERVISTA CON IL VAMPIRO

Tratto dall’omonimo libro di Anne Rice.
Non ho niente da dire sulla resa di questo film, nel senso che l’ho trovata ben fatta, salvo la scelta degli attori.
Tom Cruise nei panni di Lestat? Parliamone. Tom Cruise biondo non si può vedere e poi non è credibile come vampiro; Antonio Banderas come Armand? Ah ah … A me piace Banderas, ma non c’entra nemmeno il dito mignolo con il personaggio creato dalla Rice; Brad Pitt… uhm… sì, accettabile; l’unica attrice azzeccata è Kirsten Dunst nei panni di Claudia.

3 – LA REGINA DEI DANNATI

La Regina dei Dannati è un film assolutamente brutto, che io periodicamente rivedo, perché ho un certo piacere nel vergognarmi di me stessa.
È tratto dal terzo libro delle Cronache dei Vampiri di Anne Rice; per la precisione, l’inizio del film è un riferimento al secondo libro, “Scelti dalle tenebre”.
Visto che il film in sé è imbarazzante e probabilmente lo sapevano, hanno deciso di puntare sulla colonna sonora.
I brani sono stati scritti in gran parte da Jonathan Davis (Korn) e cantati da Chester Bennington, Marilyn Manson, Jay Gordon etc…

4 – DRACULA DI BRAM STOKER

Meraviglioso.
Francis Ford Coppola rivede in modo personale il romanzo di Stoker aggiungendo una componente romantica che io non ricordo di aver letto nel libro, ma che non stona affatto.
Il film vanta un cast di tutto rispetto: Gary Oldman, Winona Ryder, Anthony Hopkins, Keanu Reeves e anche Tom Waits ^^
Splendidi i costumi, che sono valsi a Eiko Ishioka numerosi premi.
Tra i brani della colonna sonora, una delle più belle canzoni di Annie Lennox, “Love Song For a Vampire”.

5- MIRIAM SI SVEGLIA A MEZZANOTTE

Questo non è solo un film sui vampiri, ma è il film gothic per eccellenza, sia per l’estetica che per la colonna sonora che comprende l’ossessiva “Bela Lugosi’s Dead” dei Bauhaus (*__*).
Qui la figura del vampiro è completamente rivista. Non è esattamente un cadavere ambulante, ma una persona che riesce a mantenersi immortale nutrendosi di sangue.
[E che differenza c’è?! … C’è. C’è.]
Manca, quindi, di qualsiasi potere vampiresco. Oggi direbbero che Miriam non sembra proprio una vampira.
Il video di “Written in Blood” dei She Wants Revenge è ispirato a questo film.

6 – DRACULA (1931)

Oddio… visto adesso li mostra tutti i suoi anni. L’horror di quei tempi era ciò che oggi definiremmo di serie B, ma è un film che va visto. E poi c’è Bela Lugosi. E Bela Lugosi sta nell’Olimpo degli attori cult.
È una trasposizione abbastanza fedele del libro di Stoker e l’interpretazione di Lugosi, per molti anni, è stata il Conte Dracula per eccellenza nell’immaginario collettivo.

“Swchhhhh”

7 – VAMPYR

Primo film sonoro di Carl Theodor Dreyer, ispirato alle novelle di Le Fanu.
Quando uscì, non ebbe molto successo, anzi, pare che a Parigi la gente “insorse” e chiese indietro il prezzo del biglietto.
È molto lento; con lunghe scene durante le quali non viene detto nulla e si sente solo la musica d’accompagnamento.
È come se Dreyer non fosse riuscito completamente ad accettare il sonoro. Lui è un mago dell’immagine. Nella Passione di Giovanna d’Arco gli basta mostrare l’espressione della Falconetti per dire ogni cosa.
In ogni caso, Vampyr ha inquadrature che starebbero benissimo in una galleria.

8 – NOSFERATU

Capolavoro di Friedrich Wilhelm Murnau.
Film muto che riprende il romanzo di Bram Stoker.
Alcune inquadrature sono diventate iconiche.
Straordinario.
Dovrei rivederlo più volte per poter spiaccicare un commento degno.

9 – THE ADDICTION – VAMPIRI A NEW YORK

Abel Ferrara dirige Christopher Walken (*__*), che ahimé qui fa giusto giusto una “comparsata”.
Cupo. Incentrato più sul problema del male, che sui vampiri. Con una protagonista che irrita come non pochi. Almeno a me.

10 – DAYBREAKERS – L’ULTIMO VAMPIRO

Questo è interessante.
In un ipotetico futuro, i ruoli si ribaltano. I vampiri, cacciatori innaturalmente cacciati, conquistano il ruolo che effettivamente gli spetterebbe se esistessero. Gli uomini diventano cibo. La tecnologia è tutta orientata verso il benessere del vampiro, signore incontrastato delle città.
Ottimi i dettagli. I registi-sceneggiatori hanno curato tutto, con attenzione maniacale. Divertente la virata splatter di certe scene.

Oltre a questi segnalo:

Vampiri Amanti: film lesbo-trash degli anni ’70, ispirato alla Carmilla di Le Fanù.

Moon Child: dai, non posso non segnalare questo film giapponese del 2003 con l’accoppiata Hyde e Gackt.

Dark Shadow: meritava un posto in alto, ma avevo finito lo spazio.

Per favore non mordermi sul collo: un giovane Roman Polansky nelle vesti sia di attore che di protagonista. Il film ironizza molto sul mito del vampiro ed ha un triste fama che non starò a dire.

Solo gli Amanti Sopravvivono: questo sarà oggetto di un articolo tutto suo. Forse.

Pablo Berger, “Blancanieves”

Pablo Berger, “Blancanieves”

blancanieves-locandinaBlancanieves è un film spagnolo ispirato alla favola di Biancaneve (ma dai!).
E’ uscito nel 2012, credo, ed è stato girato come se fosse un film muto: in bianco e nero e senza sonoro, salvo le musiche. Quindi, non proprio come un film muto. Diciamo come un film muto con accompagnamento.

In Blancanieves ci sono il ricco padre, ovvero il matador più famoso di Siviglia, la madre (che morirà presto), ovvero una bellissima ballerina spagnola, la sado-matrigna che se la fa con l’autista, la nonna che schiatta in malo modo, Carmen che fa Biancaneve ed è più sfortunata di Candy Candy e Remì messi insieme, i sette nani che fanno la Corrida-Comica itinerante. Manca il principe azzurro, ma in compenso abbiamo una sfilza di uomini che pagano biglietto per baciare Carmencita, in coma dopo la mela avvelenata; no, non finisce bene Biancanieves… è muto, è in bianco nero ed è spagnolo. Pensa se lo facevano i greci…

La fotografia è stupenda. Ma io sono di parte perché adoro il bianco nero. La rivisitazione della storia interessante.

Questa è meno di una recensione ed ho pure spoilerato il finale.

Abel Ferrara, “The Addiction”

Abel Ferrara, “The Addiction”

the addictionL’accoppiata Ferrara/St. John (primo regista, secondo sceneggiatore) prende uno dei miti più antichi del mondo, quello del vampiro, e sovrapponendolo a genocidi, campi di concentramento e irritanti studentesse di filosofia, compie un percorso attraverso il male fino all’epilogo, forse salvifico.
Il folklore insegna che il vampiro assale i viventi per succhiare loro il sangue, uccidendoli o tramutandoli in vampiri assettati di sangue, quindi, possiamo affermare che il vampiro compie atti malvagi, secondo la morale, il sentir comune etc…
E qui, sorge una domanda.
Il vampiro assale i viventi perché è malvagio? Oppure è malvagio perché assale i viventi? E ancora, il vampiro assale i viventi perché è costretto dalla fame o per sua libera scelta?
Le stesse considerazioni sono ribaltabili all’uomo e al suo “fare del male”.

Intellettuale potrebbe essere un aggettivo adatto a The Addiction, ma io preferisco il termine intellettualoide. Il film è arricchito, o appesantito, dipende dai punti di vista, dalle continue citazioni filosofiche incentrate sull’uomo, il male, l’esistenza e via dicendo ed è proprio questa massiccia componente filosofica a renderlo per certi versi “irritante”, così come la protagonista.

Mi piace credere che sia voluto, tutto questo filosofare, un po’ come dire: inutile parlare, farsi domande… tanto non serve a niente. Il male c’è. C’è sempre stato. Ci sarà sempre. E’ l’uomo a volerlo? E’ dio? Siamo malvagi perché compiamo il male? Compiamo il male perché malvagi? E questo continuo susseguirsi di citazioni colte, queste domande che vengono pronunciate dai personaggi o aleggiano nell’aria mettono solo in luce una cosa, l’assoluta incapacità dell’uomo di spiegare l’origine e il senso dell’esistenza del male.

Jupiter Descending

Jupiter Descending

Cose viste in Jupiter Ascending (in ordine sparso).

  1. Un uomo-topo vestito come un lacchè, ma che vive a XXX anni luce dalla Terra;
  2. Palazzi che in confronto le opere di Antoni Gaudì sono un trionfo del romanico;
  3. L’alieno bipolare con annesso complesso di Edipo;
  4. L’alieno edonista che circondato da fighe fa loro il solletico con la piuma;
  5. L’alieno-cane che nello spazio trattiene il respiro per non morire;
  6. La protagonista che ha una potenza nelle braccia che manco Ken il Guerriero;
  7. L’alieno-ape che fa di cognome… Apini. Apini?!?!?? (Dai, questa è del doppiaggio italiano, lo so);
  8. La protagonista che di fronte a notizie di una certa importanza (esistenza di alieni, navi spaziali, uomo-cane, tu, regina della Terra), l’unica cosa che vorrebbe è farsi l’uomo-cane perché a lei “piacciono i cani”;
  9. Il signor Apini che manda l’uomo-cane “a scavare” per recuperare il suo ammmmore;
  10. Astronavi, pianeti che collassano, ma nessuno ha capito perché e forse nemmeno i Wachowski;
  11. Natalie Portman che dimostra di essere una donna intelligente rifiutando la parte di Jupiter;
  12. L’uomo-cane che si muove pattinando nell’aria;
  13. Inseguimenti, scontri, duelli che uno fa in tempo ad andare al cesso, passare dal bar, farsi un caffè, aspettare che si raffreddi, berlo e tornare a sedersi;
  14. L’uomo-cane con le ali da pennuto perché fa molto urban fantasy;
  15. L’uomo-cane che oltre ad essere un uomo-cane è pure albino, e difettato (ce le ha tutte lui);
  16. La protagonista che cadeva da qualsiasi altezza, non faceva altro che cadere, era una caduta unica;
  17. La protagonista che dimostra tutto il suo acume quando l’alieno edonista le dice: “Io sono buono, voglio salvare tutti dalla mietitura. Sposami e mi prenderò cura di tuuuuuuttti quanti e non mieterò nessuno… bla bla…”, in una stanza piena zeppa di siero della giovinezza;

In parole povere. Il peggior film che abbia visto negli ultimi anni. Ed è un peccato perché c’erano spunti molto interessanti.

 

  • l’idea che i pianeti siano nati solo per ragioni economiche;
  • la burocrazia che spersonalizza qualsiasi cosa della sua importanza;
  • la vita considerata come mera merce di scambio;
  • l’esistenza di una società diversa dalla nostra e basata su un rigido classismo;
  • i sensi di colpa di una matriarca plurimillenaria;
  • il rapporto con il tempo;

Un’occasione mancata.

(Non mi sbatto nemmeno a mettere l’immagine della locandina, vah!)