Suicidio e Anima, James Hillman

Suicidio e Anima, James Hillman

Nel suo saggio “Suicidio e Anima” Hillman mette in luce alcuni aspetti
legati al suicidio che possono essere condivisi o non condivisi.
E’ un libro denso, complesso.
Noi siamo immersi nella morte. Ogni giorno compiamo un passo verso essa e, paradossalmente, ogni morte è un suicidio. Se il fine ultimo della vita è
la morte, questo lascia intendere Hillman, cosa rende una morte
accidentale migliore o più giusta di un suicidio?
Se c’è completamento, se oltre non si può andare, non è forse il momento
di morire?
Chi teme la morte, teme il cambiamento.
Noi viviamo nello status quo della nostra vita. Morire significa lasciarsi
alle spalle lo status quo. Significa entrare nell’ombra.
Hillman non rifiuta a priori il suicidio. Egli differenzia il suicidio
dell’anima dal suicidio fisico e mette in luce la differenza tra la
medicina e l'(psico)analisi, spesso considerata la sorellastra povera
della medicina.
E così, mentre il medico persegue la salvezza del corpo, l’analista
insegue la salvezza dell’anima, di ciò che non si può vedere.
Stringendo il più possibile, se lo psicanalista riuscisse a “far
suicidare” l’anima, senza che tale suicidio interessi il corpo, il
soggetto potrebbe, avendo sperimentato la morte dell’anima, evitare quella fisica che ne determinerebbe la definitiva dipartita.

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La Porta Stretta, Gide

La Porta Stretta, Gide

Sto leggendo, tra le altre cose, La Porta Stretta di Gide e la cosa particolare è che ho l’impressione di averlo già letto, ma non ricordo quando e dove.

L’amore raccontato da Gide è un tipo di amore che io non riesco a concepire. Un amore che pare nutrirsi solo dell’assenza dell’altro, che cresce con la lontananza dell’amato, che sembra quasi sparire al momento dell’incontro. Casto, platonico, ideale, privo totalmente di eros.

La distanza in amore non dovrebbe essere un motivo per amare di più, un qualcosa che ti fa quasi dire: “Ho bisogno di sentire la tua mancanza, per amarti.” Che senso ha? Non siamo l’uno, il premio dell’altro. Dovrebbe essere una nemica, qualcosa da annullare. A un certo punto, la lontananza dovrebbe cedere il posto alla quotidianità.

Ho quasi l’impressione, a volte, che chi rifiuta il quotidiano, tema il naufrago del sentimento. Ne La Porta Stretta i due protagonisti amano i rispettivi ideali e la quotidianità è nemica dell’ideale. Essa ti mostra l’altra persona nella sua interezza, ti obbliga a nutrirti dell’altra persona fino a quasi averne la nausea. Ma il punto è che la nausea non ti viene mai, che l’innamorato è sempre affamato dell’altro.

I protagonisti delineati da Gide sono bigotti, noiosi, in antitesi all’amore. Nel desiderio di elevarsi in Dio, si annullano in terra. Ogni loro gesto, ogni loro parola persegue l’estetica della Santità, l’amore disinteressato, l’agape in antitesi all’eros. Nella ricerca di tale perfezione l’amore si annulla. Alissa nel tentativo di sfuggire al destino del suo sangue, tesse la propria vita all’opposto di quanto aveva fatto la madre. Essa è, cristianamente parlando, colma di grazia, ma dal lato della vita Alissa è una distesa brulla, una striscia di terreno dove gli arbusti seccano e l’erba ingrigisce.

Abbandonare libri

Abbandonare libri

Odio abbandonare i libri, soprattutto libri che ho comprato. Così me li trascino, per mesi e mesi e mesi, leggendo poche pagine per volta. Mi tendo verso il punto della frase e lo serro nel pugno. Con indicibile sforzo passo alla successiva. E via di seguito, finché non decido a guardarmi indietro. Non sono nemmeno dieci minuti che sto leggendo e ne ho già abbastanza.
Abbandono Vita degli Elfi di Burbery con la ferma convinzione che il fantastico non è per tutti. Gli scrittori, intendo.
Uno dei libri più noiosi che abbia mai letto.

Ho tentato di spiegarlo a LittleC, insomma raccontarle un po’ la trama, ma sembravo una bambina di 5 anni che tenta di spiegare la Divina Commedia:

«Dunque ci sono due bambine, una in Francia e l’altra a Roma che hanno questi poteri speciali e poi c’è la gente attorno che fa cose… »
«Ti rendi conto che hai letto 3/4 del libro e non mi hai ancora detto nulla della trama. E il conflitto?»
«Quale conflitto? Se c’era non l’ho visto. Beh … sì … c’è un tizio.»
«Ma sono elfi?»
«Ma, sì. Gente che si riunisce, fa cose … »

Noioso, inconcludente. Se bastasse scrivere bene per scrivere bene mangeremo libri a colazione.

666 Io sono il diavolo, Glen Duncan

666 Io sono il diavolo, Glen Duncan

666_io_sono_il_diavoloDi “sua maestà infernale” si è detto tanto, si è scritto tanto… c’è in giro tanta di quella roba da riempire biblioteche. C’è chi lo venera, chi lo disprezza, chi lo considera in un modo, chi nell’altro… Di certo è uno che fa parlare di sé e, del resto, c’è da aspettarselo dalla “seconda potenza dell’universo”.
Tuttavia, nonostante questa mole di informazioni, “sua altezza dei bassifondi”, meglio conosciuto come “principe degli inferi” o l'”avversario” (il suo nome non lo si può pronunciare, si pensa che sia “Lucifero”, ma non è che si è molto certi, anzi si è quasi sicuri che non lo sia) non è che abbia più di tanto potuto dire la sua.
D’accordo, ha fatto quello che ha fatto; si è ribellato e ha portato il male nel mondo, e tante brutte cose… Però però, andiamo… dov’è finito il diritto a difendersi che viene concesso anche ai serial killer? Non si dice forse che la legge è uguale per tutti?
Beh, ci ha pensato Glen Duncan con il suo ultimo libro.
A parlare è lui, il Diavolo in persona che, grazie a un nuovo patto con Dio, ha la possibilità di vivere per un mese nel corpo di uno scrittore fallito, prossimo al suicidio. Attenzione, non possedere, ma vivere… vivere come un essere umano. La questione è allettante anche per il Diavolo. Insomma, sicuramente c’è qualcosa sotto; un trucchetto di Dio per ottenere chissà che cosa, però… un mese da essere umano significa: fine dell’eterno dolore, possibilità di percepire il mondo sensibile, e ovviamente… fare tutto quello che si vuole.
Lucifero accetta; all’inferno (si fa per dire) la volontà di Dio, ciò che gli interessa è che potrà piantare giù un casino che in Paradiso ne parleranno per tutti gli eoni a venire.
Le cose però non vanno proprio come aveva sperato. Intanto, Declan Gunn (anagramma? Sì, anagramma)  fisicamente lascia un po’ a desiderare, ha una vita che fa un po’ schifo e non sempre è in grado di far funzionare l’attributo e poi, come se non bastasse, Dio ha pensato bene di vietargli tutta una serie di azioni malvagie. Insomma, una strage! Lucifero è costretto a fare il bravo.
Ovviamente, il fare il bravo per lui equivale a una vita di sesso, droga, alcol, cinismo, crudele ironia e già che ci siamo… nella possibilità di raccontare la sua versione dei fatti. In fondo, è o non è uno scrittore? E allora, cosa c’è di meglio di una storia scritta da lui; anzi meglio, di una sceneggiatura per un film kolossal?
Ammetto che, al di là della storia, a convincermi a comprarlo è stato l’incipit. Appena l’ho letto, ho pensato: “Io voglio leggerlo.” Sì, perché un Lucifero così ironico mi mancava. Duncan ha tutta una sua teoria sull’esistenza dell’ironia e sul suo legame con i diavoli. Ha anche tante altre teorie su tutta la questione: la caduta di Adamo ed Eva, la venuta di Gesù, la responsabilità di Dio, il libero arbitrio… che esporrà nel corso del libro per bocca di Lucifero.
Lo stile è ironico e irriverente; la scrittura piena di incisi a volte fatica un po’ a scorrere, ma ha l’aria di una scelta stilistica. Non dimentichiamoci che a raccontare è Lucifero e il diavolo non è certo uno che segue le regolari linee di pensiero.

Raymond E. Feist, “Il Conclave delle Ombre”

Raymond E. Feist, “Il Conclave delle Ombre”

conclave-ombreRaymond E. Feist è un acclamato scrittore statunitense di fantasy. Ecco, quando m’imbatto nelle lodi per gli scrittori fantasy mi sento sempre male…

Il Conclave delle Ombre è una trilogia ambientata a Midkemia, originariamente creato come alternativa a Dungeons and Dragons …

[… lo sapevo!!!!!
Lo dicevo io che quei due sembravano Raistlin e il fratello – come diavolo si chiamava… quello tipo Conan il Barbaro…]

Se escludiamo la parte fantasy la storia è interessante, i libri sono scritti bene, i personaggi fanno il loro sporco lavoro, insomma… direi una lettura piacevole.

Il difetto fondamentale di questa trilogia sta nel debito che ahimé ha pagato a Dungeouns and Dragons. Io non ci ho mai giocato a D&D,

[sono fiera di non aver mai giocato a un gioco di ruolo, ma ho letto Dragonlance]

ma ho una vaga idea del sistema magico. Sostanzialmente una magia da “abracadabra”, con l’unico inconveniente che una volta detto “abracadabra” te lo dimentichi e lo devi ristudiare. Il risultato è che ti viene la pelle gialla, gli occhi a clessidra e i capelli bianchi e sei pure schizofrenico.
Tutto sommato, può andare…

La magia di Feist, invece, è …
dunque…
non ci ho capito una mazza.
Non lo spiega.
Presumo che la gente dica qualcosa, una formula magica, faccia dei gesti… suppongo che la magia venga da qualche parte… mah… misteri.

Oltre alla scarsa chiarezza, la magia è come un fazzoletto di carta. Starnutisci, ti soffi il naso e lo butti.

“Mi serve un vestito”
“Simsalabim. Ecco il vestito.”
“Voglio pescare”
“Bibidi Bobidi Bu, una canna di pesca avrai tu”, etc…

Si sa, molti scrittori (e anche sceneggiatori) hanno un debole per la vendetta. Il problema della vendetta è che viene gestita sempre di merda, soprattutto se a scrivere (o sceneggiare) sono americani.
Questo perché essenzialmente ci si concentra sul vendicarsi, sull’azione, sul diritto a fare all’altro ciò che ha fatto a te, dicesi anche “rappresaglia”, ma su questo punto non vorrei soffermarmi.

Se ci si concentrasse su altro, sul senso di colpa, sul continuo incrementare la rabbia e l’odio per potersi vendicare, poiché il sentimento di vendetta non può sussistere laddove il tempo agisce da guaritore, il fatto che ricercare la vendetta può essere un modo per rifiutare l’evento scatenante, di prolungarlo … etc…

Il terzo libro sposta il punto di vista da Artiglio all’antagonista dei primi due libri, il quale si rivelerà essere meno cattivo di quanto sembri.

La saga prosegue, ma solo in inglese.
Ma porca miseria… perché mi dimentico di assicurarmi che abbiano tradotto tutti i libri.

Robin Hobb “Trilogia di Lungavista”

Robin Hobb “Trilogia di Lungavista”

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Pregi di questa trilogia: i dettagli.
Difetti di questa trilogia: i dettagli.

Sono ammattita?
No, sto benissimo.

La Hobb scrive un fantasy ricco di particolari; tratteggia un mondo che riesci a vedere con occhi e toccare con mano; la maggior parte dei suoi personaggi sono descritti molto bene, hanno coerenza “cioè agiscono come ci si aspetterebbe”, una storia interessante che si dipana per tre libri, tre groooossi libri (libri che qui in Italia fornirebbero materiale per dieci trilogie) e un buon sistema magico.
Elemento fondamentale in un fantasy.
In un certo senso non è sbagliato descrivere la magia come un “mero effetto di parole magiche”. La differenza tra la preghiera e la formula magica è che la prima necessita una sorta di comprensione, di compartecipazione, di sentimento… in parole povere… La differenza fondamentale tra la preghiera e la formula magica è l’automatismo. Una preghiera recitata in automatico è uguale a una formula magica, la quale produce un effetto di per sé…

Ma che caspita stavo dicendo prima?

Ah, sì… la magia nella Trilogia della Hobb… Non ci sono formule magiche, ma è qualcosa di interiore, il raggiungimento di un particolare stato che consente di vedere lontano nello spazio e nel tempo e di controllare la mente altrui, se la magia è Arte, e di entrare in simbiosi con un animale guida, se la magia è Spirito.

Centrali sono gli intrighi politici, la cosiddetta dissimulazione, quella che divenne elemento fondamentale della politica seicentesca.

Abbastanza centrale è la tematica della fedeltà a qualcosa, dell’onore, del rispetto. Lungo tutti i tre romanzi, FitzChevalier dovrà di volta in volta decidere tra sé stesso e il bene del regno. Ma non è il solo. Tutti sono Sacrifici dei Sei Ducati: re Sagace che dissimula la propria grave malattia, nell’estremo tentativo di salvare il regno e l’amato figlio, Regal; Umbra, che accetta di vivere come il suo stesso nome suggerisce, all’ombra del re e al servizio del regno; l’erede al trono e re Veritas che, pur di salvare il suo regno, insegue una chimera sbiadita nel tempo.

Come dicevo i dettagli sono anche un difetto. Le descrizioni rallentano la narrazione. Trovare il giusto equilibrio non è semplice e ammetto di essermi annoiata a leggere certi passaggi.

Altro elemento negativo è la prima persona.
Questo è un elemento negativo per me. Io sono convinta che la prima persona non vada bene per il fantasy.

V, Thomas Pynchon

V, Thomas Pynchon

copj13Chi è Thomas Pynchon? Che faccia ha adesso?
Lo sapevo che avrei dovuto braccare DeLillo l’anno scorso, a Barolo.

V è uno dei libri scritti da Pynchon e pare che Moore si sia ispirato a V per il suo V per Vendetta.

Il libro alterna diverse linee temporali e segue le vicende di moooolti personaggi.
Non è possibile riportare una trama. Sarebbe troppo complesso.

Presente il disprezzo dell’infodump?
Bene. V è un grossissimo Infodump. Basta il nome di un luogo o di un personaggio e zac … Pynchon comincia a scrivere di quel personaggio o di quel luogo, poi torna alla vicenda che ti stava narrando come se niente fosse.
Potremmo definirlo un gioco d’incastri.

Altra particolarità è la confusione (inteso etimologicamente) tra verità e finzione per quanto riguarda le vicende storiche. Non sai se i fatti narrati siano accaduti veramente o se, invece, siano un’invenzione di Pynchon.

Un libro complesso, di non facile lettura. La prima parte più scorrevole della seconda. Tanti, troppi spunti e una scrittura che a volte, manda un po’ a puttane le regole.

Ma è per questo che piace … no?