Cit. 08

Cit. 08

– L’epica ci insegna che ogni lavoro è equivalente a qualsiasi altro. Quando ci saremo liberati dalla paura e dai desideri, nessuna delle nostre azioni avrà più importanza di quella precedente o di quella successiva. L’emancipazione è la via per il transreale. Ed è nel transreale che si interiorizza la nostra vera natura. Il corpo è un’illusione. L’epica c’insegna chela razza umana non è in grado di varcare i confini del tempo fino a raggiungere l’occhio dell’assoluto. Gli uomini devono procedere a tappe successive attraversando innumerevoli frontiere. Emancipati dalla paura e dal desiderio, scopriremo la nostra vera natura. Il bene. La bontà. Dio. L’idolo divino. Il male è tutto nella dipendenza. La dipendenza è il male.
– Il male è un movimento in direzione del nulla.

Don DeLillo, Great Jones Street

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Cit. 07

Cit. 07

Essere indipendenti non c’entra con l’essere sposati o il vivere soli. Ho visto tanti figli che anche dopo il matrimonio e dopo aver lasciato la casa paterna, continuano a vivere sotto il peso della figura dei genitori. Non c’è niente di male, ma è chiaro che l’indipendenza non è quella.
L’ho capito davvero solo dopo aver incontrato Akira. Non perché abbiamo formato insieme una coppia, o una famiglia, non sono così sentimentale, ma nel senso che dopo averlo conosciuto ho capito davvero la malinconica realtà del fatto che ognuno di noi è solo. Né mio padre, né mia madre, né la comunità, né Akira possono pensare per me: se io faccio qualcosa sono solo io a farla, sono io che decido per me, sono io che adesso mi trovo qui, e non altrove.
Come posso spiegare?
La mia casa sono solo io, il mio posto è solo dove sono in quel momento, e però questa realtà non si può isolare: è un processo continuo come la bellezza azzurra dell’aurora che dopo un istante si trasformerà in un’alba che posseide una diversa bellezza non meno meravigliosa. E’ più o meno la stessa cosa.

Banana Yoshimoto

Henri Cartier-Bresson et moi.

Henri Cartier-Bresson et moi.

La macchina fotografica per me è come un block notes, lo strumento dell’intuito e della spontaneità, il detentore dell’attimo che, in termini visivi, interroga e decide nello stesso tempo.

Per dare un significato al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino.

Questo atteggiamento esige concentrazione, sensibilità, senso geometrico. È attraverso un’economia di mezzi e soprattutto con l’abnegazione di sé che si raggiunge la semplicità espressiva.

Fotografare significa trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto la cattura dell’immagine diventa una grande gioia fisica e intellettuale.

Fotografare significa riconoscere nello stesso istante in una frazione di secondo il significato di un evento e il rigoroso assetto delle forme visive che esprimono tale evento.

Significa allineare il cervello, l’occhio è il cuore verso un sono bersaglio. È un modo di vivere.

Henri Cartier-Bresson

Cartier Bresson è uno dei fotografi che preferisco, sebbene accanto all’improvvisazione, faccia un largo sfoggio della composizione, nel senso che non tutte le sue foto sono attimi rubati. Sono sempre stata più attratta da quest’ultimo tipo di fotografia, perché ciò che mi ha sempre affascinato è l’idea del congelamento di un istante che, in un certo senso, lo “eternizza”. Per tale ragione, sono sempre stata piuttosto reticente di fronte alle fotografie “di posa”. Ciò non toglie che non apprezzi una fotografia di questo tipo laddove ne riconosca il valore artistico. 

Nelle fotografie di Cartier-Bresson ho notato due cose. La prima è l’attenzione quasi geometrica che aveva per le linee naturali: strade, palazzi, orizzonte, i lampioni, gli alberi, eccetera. La seconda è il fatto che i soggetti raramente rivolgono il loro sguardo verso la camera. 

I corsi di fotografia che ho fatto, dell’ultimo manca solo una lezione, mi hanno dato molto soprattutto dal punto di vista tecnico, sebbene le scarse possibilità offerte dalle compatte rendono difficile comprendere cose come tempi, esposizione e diaframma. Ma, ma ad essere sincera, ciò che mi è sempre interessato della fotografia era ed è la fotografia in sé. Non mi interessa dimostrare di aver settato la macchina in manuale, se poi la fotografia è banale. D’altra parte, temo di aver già sviluppato una mia sorta di manifesto, incentrato sull’improvvisazione. Pertanto, nonostante la mia scarsa esperienza, temo di avere le idee già piuttosto chiare: idee legate più a una sorta di “filosofia della fotografia”. 

Poiché io ho interesse solo nelle fotografie “rubate alla realtà” è necessario che maturi la capacità di scattare nel più breve tempo possibile cogliendo l’attimo. Per fare ciò devo affinare la mia capacità di vedere tutto: soggetto, elementi di disturbo, linee naturali che danno prospettiva, eccetera. Va da sé che con un’idea fotografica di questo tipo non è fattibile ragionare in manuale, per una semplice questione di tempistica: l’attimo non aspetta.

Ridurre al minimo la postproduzione. Attualmente, con la compatta la postproduzione mi è indispensabile per un semplice motivo: non vedo quello che scatto. Non interamente almeno e quando fai fotografia i laterali sono fondamentali perché può capitare che ci finiscano dentro elementi di disturbo. 

Terza cosa. Il flash. Io odio il flash. Non lo uso. Punto. Ad esempio, nei controluce un colpo di flash rende il soggetto visibile, ma io ho sempre amato i soggetti in ombra… ergo … 

La fotografia è la capacità di vedere. La fotografia è lì, nella realtà. Quando scatti, tu tagli via un pezzo di realtà dal flusso del tempo. Ma per farlo devi vederlo quell’attimo. 

La fotografia è soggettiva perché è impossibile che due persone vedano e congelino lo stesso attimo, anche se stanno guardando lo stesso soggetto e spesso, può capitare che solo uno riesca a vederlo quel soggetto.

Per tutti questi motivi, sto imparando ad amare la fotografia.

The destroyer of worlds

The destroyer of worlds

Durante una trasmissione televisiva, nel 1965, J. Robert Oppenheimer disse, a proposito degli attimi che seguirono il Trinity test in New Mexico, il 16 luglio 1945:

“We knew the world would not be the same. A few people laughed, a few people cried. Most people were silent. I remembered the line form the Hindu scripture, the Bhagavad-Gita. Vishnu is trying to persuade the Prince that he should do his duty, and to impress hi, thakes on his multi-armed form and says, ‘Now I am become Death, the destroyer of worlds.’ I suppose we all thought that, one way or another.”

:O

:O

Quando sono stata a Londra,
alla stazione della metropolitana di Leicester, nello spazio riservato alle “Service informatiion” qualcuno aveva usato quello spazio per scrivere:

“To the person reading this, I’m proud of you. For having the courage to get out of bed and face the world. You might think no one notices, but I do. I’m proud of you”

Yours, Mom

E’ una cosa meravigliosa *__*

Cit. 06

Cit. 06

Il problema non è sapere dove sei. Il problema è pensare che ci sei arrivato senza portarti dietro niente. Questa tua idea di ricominciare daccapo. Che poi ce l’abbiamo un po’ tutti. Non si ricomincia mai daccapo. Ecco qual è il problema. Ogni passo che fai è per sempre. Non lo puoi annullare. Non puoi annullare niente. […]
Tu credi che quando ti svegli la mattina quello che è successo ieri non conta. Che altro c’è? La tua vita è fatta dei giorni che hai vissuto. Non c’è altro. Magari pensi di poter scappare via e cambiare nome o non so cosa. Di ricominciare daccapo. E poi una mattina ti svegli, guardi il soffitto e indovina chi è la persona sdraiata nel letto?

Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi

 

Cit. 05

Cit. 05

“come va che non rispondi più al telefono?” mi chiese.
“chiudo l’apparecchio in una scatola di stracci appena arrivo a casa”
“ma non ti rendi conto che quando chiudi il telefono in una scatola di stracci equivale, simbolicamente, che mi ci chiudi a me dentro una scatola di stracci?”
lo guardai e risposi con estrema calma: “esatto”

Charles Bukowski – Storie di Ordinaria Follia