II

II

Il suo sguardo è rivolto in direzione dell’unica porzione di cielo che la finestra spalancata le permette di vedere. Il suo respiro è lento: un impercettibile rumore che marca gli attimi della quiete notturna.
La realtà sembra immobile là fuori: una fotografia scattata.
Gypsy ama modulare la scansione dei battiti a proprio piacere e rallentare il respiro, per quanto le è possibile, fino all’illusione di un’inerzia artefatta che le consenta di addentrarsi nel nulla.
Chiude gli occhi. Ora è un tutt’uno con l’ambiente circostante, con il dedalo intricato di linee: forme geometriche tracciate nell’infinito. Gypsy desidera che tutto intorno a lei sparisca e si allontani, verso quell’orizzonte che corre via sempre più veloce. Le prospettive si spostano laddove il suo occhio non può vedere, finché intorno a lei nulla più esiste: solo lei e il vuoto, l’inesistente vuoto, l’inconcepibile vuoto, l’incommensurabile vuoto.
Apre gli occhi. Il soffitto nudo incombe sul suo capo, intorno a lei danzano ombre sulle pareti. I piedi scalzi poggiano sul freddo pavimento. Un brivido nasce e muore istantaneamente. La notte è stregata e le stelle sono sempre la fuori: azzurre, tremolanti, ipnotiche.
Sorride nel vedere il firmamento, l’unica imperfetta visione d’infinito concessale.

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Opposizione #5 – Bianco

Opposizione #5 – Bianco

Ciao, sono un’introduzione.
Volevo essere accattivante, ma è troppo faticoso. Volevo colpirvi con la mia verve, ma …
… omfph…
… ronf …


 Questa è la mia mano.
Hajime fissa le sottili linee spezzate che segnano il palmo. Amore, salute, successo, felicità, la vita stessa – ogni inizio ha in sé la sua fine.
La neve che appesantisce i rami del ciliegio si tramuterà in acqua, le gemme si schiuderanno, il profumo invaderà l’aria. I petali cadranno.
Inclina  la testa di lato. Abbassa lo sguardo. Barattoli di metallo. Pennini.
Questo è il mio volto.
Cerone bianco, rosso laccato, nero liquido.
Viso, bocca, occhi.
Lo specchio riflette la maschera che indossa quando scende dal palco: protuberanze, solchi, la linea del mento, la morbidezza di una guancia. Imperfezioni.
La porta si apre.
Il medico entra nella stanza. Indossa un camice bianco. I capelli brizzolati sono tagliati corti. Si sistema gli occhiali con la punta dell’indice.
L’infermiera che lo accompagna è minuta. Assottiglia gli occhi, come se fosse affetta da un problema alla vista. Ha una cartelletta stretta al seno. Distoglie immediatamente lo sguardo dalla maschera di carne che Hajime indossa quando interpreta sé stesso, lo fa scivolare sul tavolino dove il suo volto è frammentato nell’artificio del trucco di scena.
«Signor Inoue, lei comprende che la clinica non si assumerà la responsabilità riguardo il risultato dell’intervento?»
Il dottore parla lentamente, a voce bassa. Hajime lo guarda un istante in silenzio.
«Sono consapevole dei rischi in cui incorro.» dice, mentre firma i fogli che l’infermiera ha messo sul tavolo.
«Ci sono elevate probabilità,» continua il medico, come se non l’avesse udito. «Che l’intervento debba essere ripetuto. Quello che lei ha richiesto…»
Hajime solleva la mano.
«Abbiamo già affrontato l’argomento dottore e mi pare di averle già detto che sono pronto ad accettare qualsiasi rischio.»
L’infermiera prende i fogli riguardanti la responsabilità e il consenso, li rimette nella cartelletta.
Hajime distoglie lo sguardo.
La neve ha smesso di cadere e il sole si specchia nei cristalli di ghiaccio.
«Signor Inoue, mi perdoni»
Hajime si volta.
Il dottore e l’infermiera sono fermi sulla porta. Attendono.
Lui inclina la testa perché continui.
«Per quale ragione desidera sottoporsi a quest’operazione?»
Un’altra volta. La maschera di carne che è costretto a portare dalla nascita imita un sorriso amaro.
Ormai ha perso il conto delle volte che ha dovuto rispondere a quella e ad altre domande.
«Come ho già spiegato agli psicologi, sto perseguendo una mia personale ricerca artistica. O forse voi, dottore, continuate a reputarmi un pazzo?»
L’uomo fa un passo indietro. Il volto congestionato dall’imbarazzo.
«No, no. Assolutamente.»
Hajime sospira. Il disagio dell’uomo, la sua ignoranza lo lasciano indifferente. Sono gli occhi miopi dell’infermiera a colpirlo. Le sue sopracciglia aggrottate.
«Ogni volto è una maschera incisa nella carne attraverso i lineamenti. Per un attore di kabuki il suo volto, la sua maschera, è superflua, inutile. Essa impone una forma al volto teatrale e lo altera. E’ una pagina già scritta. E io sono stanco di cancellare e riscrivere questa pagina.»
Vorrebbe che le sue sopracciglia si rilassassero, che i suoi occhi si aprissero, ma lei alza la testa verso il dottore.
Hajime chiude gli occhi. Non vede l’uomo scuotere il capo. Lo sente aprire la porta.
«Avrà difficoltà a respirare per tutta la vita.»
«Ne sono consapevole.»
Attende.
La porta si chiude.
Lui torna a guardare fuori.
I rami cominciano a liberarsi della neve.

Hajime siede davanti allo specchio.
Le labbra socchiuse per respirare.
Indossa il kimono di scena: una fila di aironi che si librano in un cielo rosso sul limitare delle montagne.
Sul tavolo: rosso laccato, nero liquido.
Bocca. Occhi.
Gli interventi che si sono susseguiti dalla fine dell’inverno all’inizio dell’estate hanno spianato la sua fronte, livellato le guance, cancellato quasi interamente la protuberanza del naso, depigmentato la pelle.
Bianco cerone.
Il suo volto.

In sala si fa buio, cala il silenzio.
Il sipario di alza, la luce illumina il palco.
Le corde dello Shamisen liberano la musica.
Hajime avanza lentamente. Entra in scena dal lato sinistro. Un passo. Respiro. Immobilità. Labbra serrate. Un passo. Respiro. Testa reclinata. Immobilità. Mano che carezza l’aria. Immobilità. Sguardo. Un altro passo.
In prima fila, gli spettatori si danno di gomito.
«Guarda.»
«Hai visto il suo volto?»
«Avete visto?»
Una donna distoglie lo sguardo.
Ma il buio cancella le occhiate, i gesti. La voce impostata degli attori sovrasta ogni sussurro.
E Hajime si muove mostrando l’assoluta perfezione del suo volto teatrale.

Opposizione #3 – Verde

Opposizione #3 – Verde

Il “verde” è il primo racconto della seconda coppia di colori: verde-rosso. Che presentazione intensa! O___o Rabbrividisco per me stessa.

C’è un bosco. Fitto. Non si sa bene dove sia. Ma c’è. E c’è una casa in questo bosco.
Un giorno sono venuti. Erano in tanti. Avevano progetti. Portavano mattoni. L’hanno tirata su dal niente. Dalla calce e dalla pietra. Dai tronchi e dal ferro.
La casa era grande. I glicini piovevano dalle finestre. I cani abbaiavano.
Protetta, la casa respirava, invecchiava, viveva.
Il tempo passò. I figli presero il posto dei genitori che divennero cenere. Poi appassirono anche loro  e furono dimenticati.
Comparvero crepe. Le tegole iniziarono a cadere. Le catene che legavano i cani arrugginirono. La servitù cominciò ad andarsene.
Il bosco cresceva, cresceva. Inghiottiva la casa.
La protezione divenne prigione, divenne dimenticanza, divenne terrore.

Gemma siede davanti alla vetrata: un ricamo di foglie verdi e petali cremisi. Gli occhi opachi cercano il bosco attraverso il vetro colorato.
Fissano le foglie, fissano i tronchi, fissano la gramigna che inghiotte l’erba buona.
Abbassa lo sguardo.
La pelle tirata, le vene in superficie. Dita adunche e unghie scheggiate. Mani che è meglio tenere nascoste.
Si morde il labbro. La schiena le fa male. Soprattutto di notte, quando le ossa si spostano, si curvano.
Gemma gira la testa per guadarla.
Eccola sua sorella!
La pelle di porcellana, le mani lisce. Dita sottili e unghie rosate.
I capelli biondi sulle spalle, sui seni, sul grembo.
Eccola sua sorella!
Gli occhi di mare, le labbra di petali di rosa. Che lei s’è presa tutto! Persino la vita di sua madre e il dolore di suo padre.
Un brivido le scorre per la schiena.
Stringe l’ago dell’uncinetto.
La luce è più intensa quando il sole va a morire, perché nessuno vuole morire davvero. Nemmeno il sole.
E allora brucia, brucia. Così da lasciare un ricordo. Che duri sino al mattino.
Guarda quant’è bella! Ti sembra giusto?
Serra i denti.
No, non è giusto!
Viviana la guarda. Sorride. Con denti di perla.
Cibo per i porci. Cibo per le carcasse dei cani che marciscono in giardino. Cibo per i diavoli a cui è consacrata.
E quell’abito? Quello che sta indossando… Lo vedi?E’ sempre stata la preferita di vostra zia.
Assottiglia gli occhi.
Ogni anno, zia Clotilde manda un regalo per entrambe. È vecchia. Passa i cento. Non ci vede più bene. Non cammina più. Ma si ricorda sempre delle figlie di suo fratello.
Guarda quant’è bello! Ti sembra giusto?
Quella voce che le esplode in testa, che è la sua stessa voce, ma allo stesso tempo diversa, che è gonfia di rabbia e pronuncia parole nuove per …
Gemma che siede alla vetrata di foglie verdi e petali cremisi e ricama a capo chino, che sa leggere ma lentamente, seguendo le parole con il dito adunco. Gemma che non conosce nessuna canzone, che non ha mai finito un libro perché non ricordava quello che aveva letto prima. Gemma che non guarda in faccia le persone quando parla, che incespica nelle parole, che si ricorda di cambiare vestito dopo settimane.
Ma lei conosce i segreti. I misteri del bosco, che tutto protegge, tutto incatena. Il bosco che circonda la casa, che è cresciuto sino a diventare tutto il suo mondo, oltre il quale non riesce ad andare.
Non doveva esistere, lo sai? Saresti dovuta essere solo tu. Non doveva esserci lei. Ti ha rubato tutto. La bellezza, la felicità. Ha ucciso tua madre. Ha fatto impazzire tuo padre.
Che addentrarsi nell’oscurità di una foresta è un po’ come addentrarsi dentro di sé. E chi lo sa cosa c’è dietro i libri non finiti, i piatti incrostati, i vestiti sporchi.
Gemma sa che il mondo è un mistero.
Lei glielo ha detto! Che deve stare attenta.
Che Viviana è figlia di lupi, è figlia di sciacalli, è figlia di scorpioni.
La voce sta gridando nella sua testa. Promesse di salvezza. Obblighi.
Fallo! Fallo, adesso!

Viviana alza la testa.
Una ciocca ingrigita le sfugge dalla crocchia. Solleva una mano scarna, le dita incurvate dall’artrite comparsa quando lei e Gemma erano ancora troppo giovani. La riporta dietro l’orecchio.
Un brivido le scorre per la schiena, mentre guarda sua sorella che la fissa.
Sono identiche, lei e Gemma, anche nel tempo che scorre e che si porta via gli anni migliori.
Quanti ne abbiano, Viviana non se lo ricorda più. Ne sente tanti addosso.
Quando moriranno, gli alberi inghiottiranno la casa. Le radici spaccheranno il pavimento e i rami frantumeranno i vetri. Senza passare per la porta, occuperanno le sedie di legno, soffocheranno i vecchi mobili.
Indossano lo stesso abito, Viviana e Gemma: un vestito nero, con i ricami di pizzo, il collo alto. Un abito da lutto, che per zia Clotilde il lutto non finisce mai, nemmeno quando passano tre lustri.
Gemma sta stringendo il ricamo come se volesse strapparlo. I suoi occhi sono sbarrati. Viviana vorrebbe aprire bocca. Chiederle cosa non vada. Perché da un po’ di tempo non le parla più? Perché la guarda sempre in quel modo, con quegli occhi che sembrano aver assorbito tutto l’odio del mondo?
Ma non osa. Non ne ha il coraggio. Sua sorella le volta le spalle. Se ne va sbattendo la porta.
Sono nate insieme. Sono sempre state insieme. C’erano sempre, l’una per l’altra. Fin dall’inizio.
La loro madre morì per una complicanza durante il parto. Il dottore aveva detto che un parto gemellare era stato troppo estenuante per lei. Loro padre l’amava immensamente. Fu un duro colpo. Resistette diversi anni, ma solo grazie all’aiuto del laudano.
Alla fine, smise di parlare, smise di ricordarsi il volto delle figlie, smise di vivere.
La porta della cucina si apre.
Viviana si alza di scatto. Le ginocchia le bruciano. La schiena le fa male.
«Gemma?»
Nella sua voce c’è titubanza, c’è preoccupazione, c’è terrore.
Lei non le risponde. Viene avanti. Lentamente. Gli occhi spalancati sulla follia.
Viviana sa quello che sta per accadere.
L’ha sempre saputo.
L’ha sempre aspettato.

Gli ultimi scampoli di luce cadono al di là delle cime degli alberi. L’oscurità è completa attorno alla vecchia casa.
Gemma siede davanti alla vetrata: un ricamo di foglie verdi e petali cremisi. Gli occhi opachi cercano il bosco attraverso il vetro colorato.
Fissano il buio che cancella ogni cosa: le foglie, i tronchi, la gramigna che inghiotte l’erba buona.
Abbassa lo sguardo.
Una candela accesa illumina il pavimento. La chiazza rossa impregna il corpetto dell’abito nero, corre tra le fughe del pavimento.
L’odore si espande. Un odore che è dolcezza e che è liberazione.

Opposizione. #1 Giallo

Opposizione. #1 Giallo

Sei storie. Sei colori. Due scrittori.
Così si potrebbe riassumere, in breve, la collaborazione fra Daphne e Zeus. Prendete una buona manciata di ottime idee di Daphne (fra cui lo spunto di seguire, nel processo di creazione delle storie, alcuni colori: giallo, azzurro, verde, rosso, nero e bianco) e un pizzico della ormai nota svagatezza di Zeus – alcuni la chiamano genialità, ma solo perché sono pagati profumatamente – e ottenete una dei sodalizi artistici forse più improbabili, ma sicuramente non scevri di colpi ad effetto.
Anche perché, mettendo dei paletti ferrei sulla realizzazione, Daphne si è imposta come leader indiscussa della collaborazione… e sinonimo di qualità.
Tutto questo per dire cosa? Daphne ha scritto tre dei sei racconti, Zeus ha buttato giù, ad pipinum canis, gli altri tre. Nelle prossime settimane leggerete il risultato della collaborazione, assaporando, ad uno ad uno, i brevi testi scritti dai due genialissimi blogger.

L’introduzione è tutta del bravo Zeus, che io sono una capra, un po’ come quando faccio gli auguri di compleanno – oscillo tra “Buon compleanno!” e “Tanti auguri!”.
Aggiungo solo una piccola cosa. La scelta dei sei colori si basa sulla teoria dei colori opponenti di Ewald Hering. Mi ci sono imbattuta per caso quando cercavo un’idea e mi sono detta “Toh! Che cosa carina!”

Cominciamo con …

Giallo

Il manto nero è lucido. La lingua spunta tra le fauci socchiuse mentre incede trottando. Il respiro è affannoso.
Ha fatto molta strada, prima di arrivare alle porte del paese dalle case bianche.
Si ferma. Alza la testa.
La torre del campanile sovrasta l’agglomerato di edifici.
Il cielo sgombro di nuvole. Il sole immobile. La sua ombra quasi scomparsa.
Spinge lo sguardo in lontananza.
Il paese è circondato da un vasto campo di grano. Spighe a ridosso della linea dell’orizzonte. Gialle, arse dal sole, piegate dalla vecchiaia sopraggiunta troppo presto.
L’asfalto è crepato. La polvere si solleva al suo passaggio.
Percorre la strada che taglia a metà l’abitato, fermandosi di tanto in tanto non appena avverte un odore particolare.
Alza la testa. Annusa l’aria.
Il riverbero del sole fa risplendere l’oro dei suoi occhi.
Ringhia.
Il cofano dell’auto è accartocciato. La carrozzeria punteggiata da foglie secche.
Si avvicina.
Sa che l’odore che l’ha richiamato non è qui.
I vetri sono andati in frantumi.
Solleva la testa.
Un braccio, chiuso in una manica scura, pende dal finestrino.
Avvicina il muso alla mano inerte.
Il sangue secco è diventato nero. Nell’abitacolo, nuvole di mosche si muovono ronzando.
Riprende a percorrere la strada vuota. L’odore lo cattura nuovamente, trasportato dalle improvvise raffiche di vento.
Si ferma di colpo davanti a una casa.
La porta è spalancata.
Non entra. Si limita a un’occhiata veloce al pavimento. Le gambe sono gonfie, strette in un paio di collant smagliati. Non vede il resto.
Non qui. Non qui. Avanti.
L’odore diventa man mano che procede più intenso. Inconfondibile.
Le sue orecchie striate di bianco e giallo fremono. Un rumore. Voci, distorsioni.
Balza su una delle auto parcheggiate e si accuccia.
Le tende sono scostate. Il televisore sintonizzato su un vecchio film. Due persone siedono sul divano.
Lei indossa un abito verde, scarpe con il tacco. La pelle del volto sembra marmo. Le labbra arrossate sono stirate in un sorriso. Un occhio è spalancato. Azzurro. L’altro scompare dietro il manico di un coltello. Le mani sono appoggiate sulle gambe strappate all’altezza della vita che tiene sulle sue ginocchia. Le calze chiuse nelle scarpette di pelle lucida sono immacolate.
Sposta lo sguardo.
Dovrebbe andarsene. Saltar giù dall’auto. Mettersi a correre. Il tempo stringe …
Accanto alla donna, un uomo lo sta fissando. È vestito elegante. La bocca è spalancata, come se qualcuno si fosse aggrappato alla mascella e avesse tirato verso il basso. La testa della bambina è appoggiata nell’incavo del suo collo. I capelli biondi, lunghi, gli coprono il braccio. Il sangue dal ventre strappato gli ha inzuppato i pantaloni chiari.
Assottiglia gli occhi, piega le fauci in quello che si definirebbe un ringhio, ma che potrebbe anche essere preso per un sorriso.
Con un balzo, atterra sull’asfalto.
Punta le zampe. Un fremito gli attraversa la spina dorsale.
Eccolo. E’ qui!
I suoi occhi di zolfo si spalancano. Brillano come stelle del mattino.
L’uomo è in piedi dietro a una finestra. Il vetro è scomparso. Frantumato a terra, da qualche parte. Un balzo lo separa da lui.
L’uomo lo guarda, gli occhi sbarrati, la guance gonfie, la bocca in movimento. Avvicina il fiore al volto e lo addenta. Petali gialli gli cadono dalle labbra socchiuse.
«Sono morti tutti!» La sua voce è polvere. «Il sole non è più tramontato e la gente ha cominciato a uccidersi a vicenda. Espiavano la colpa del sole.»
Di nuovo addenta la corolla del girasole. Un morso guidato più dall’istinto che dalla volontà.
Lui sa che ormai quell’uomo non ha più un io, non ha più nulla, che la sua voce è un disco rotto.
«Ma io conosco un modo…» Le sue labbra si tendono fin quasi spezzarsi. «Per non morire.»
Ringhia.
Parole.
Abbaia.
Il sorriso sparisce dal volto dell’uomo.
Lui continua ad abbaiare. Più forte. Sempre più forte. Piega la testa in avanti, tende i muscoli. Le unghie nere graffiano l’asfalto. Salta.
È da troppo tempo ormai che ha smesso di gustare il sapore del sangue. La vita ha un odore, ha un sapore, una consistenza. È sciroppo. È nettare. Ma per lui non c’è più differenza tra il lappare da una ferita o da una pozzanghera di fango.
Scuote con forza la testa, finché non sente le vertebre rompersi e lo lascia andare.
L’uomo si accascia. La testa colpisce il davanzale. Il corpo scivola a terra.
Dalla bocca aperta, petali di girasole mangiucchiati.
Con un balzo, lui oltrepassa la finestra e atterra in strada. Gira su se stesso. Una, due volte. Poi, alza il muso, verso Ovest. Il sole ha cominciato a lasciare lo zenit.
I suoi occhi scintillano. Un’ultima volta. Sono occhi che sembrano monete d’oro, che sembrano cristalli di zolfo.
Il vento riprende a soffiare. La polvere si alza.

I

I

Il rumore dell’auto in corsa è coperto dalla musica al massimo. Le note distorte cancellano ogni cosa e lasciano nella sua mente soltanto il vuoto.
Preme l’acceleratore fino al limite. L’auto sfreccia lungo la strada quasi deserta. Il sole è un globo incendiato che si allontana lungo la sua stessa traiettoria. Le facciate dei palazzi bruciano tinti dall’ora d’oro. Il giorno sta finendo, e i diavoli ripiegano le ali in silenzio.
Gypsy alza lo sguardo.
Lo specchietto restituisce l’immagine dei suoi occhi nascosti da un paio di occhiali scuri.

L’appartamento trattiene tutta la sua assenza.
Il suo sguardo si posa su decine di oggetti soppesando la qualità e la priorità di ciascuno: lo smalto da mettere sulle unghie, capelli da intrecciare, le lettere da bruciare, un calice di legno rovesciato, il pc acceso con lo schermo a cristalli liquidi ormai nero per la troppa inattività, le ostie spezzate, gli abiti sparsi sul pavimento, i block notes scarabocchiati con password, numeri di telefono e frasi senza senso, una bottiglia di rum mezza vuota, Papa Legba a guardia della porta chiusa.
La segreteria telefonica lampeggia.
Sotto il divano gli occhi del gatto sembrano due monete d’oro.
Gypsy siede sulla sedia foderata di pelle. Se ne sta lì, muovendo il piede lungo le fughe delle mattonelle. La sua mente è vuota. I suoi occhi hanno smesso di vedere, sebbene continuino a guardare.

E i diavoli spalancano le ali.
Gypsy piega le labbra in un sorriso, mentre i cani si riuniscono là dove le strade s’incrociano. C’è una maledizione da spezzare. Sangue di donna impastato con  acqua e farina. Le maledizioni sono parole intrecciate che si librano nell’aria, ma Gypsy traccia linee immaginarie con la punta del piede e aspetta a occhi sbarrati che torni il mattino.

Mother

Mother

«Ti sei lavato le mani?»
Andrea si irrigidisce. Stringe i denti. Serra le palpebre. Trattiene il respiro.
«Sto parlando con te, signorino.»
Prega, implora.
Per favore, per favore…
Ma lo sa che è inutile. Andrea ha imparato troppo presto che le preghiere sono biglie di vetro lanciate contro un muro.
Si volta.
Sua madre è in piedi, davanti alla porta della cucina. Indossa un grembiule bianco, su un abito rosso.
Tende la mano. Lo fissa. Attende.
«Le ho lavate, mamma.» sussurra.
Lo sguardo spinto a terra.
«Andrea.» lo chiama lei, scandendo le lettere una a una e invitandolo con un movimento della mano.
Un invito che è una condanna e Andrea lo sa. Lo sa che non ha scampo.
«E tu,» Andrea rabbrividisce. La stretta di sua madre è dolorosa, mentre gli torce la mano. «E tu, questo lo chiami “lavarsi le mani”? Guarda qui!»
Andrea ha chiuso gli occhi.
La voce di sua madre, le grida dei bambini in strada, il rumore delle auto, il fischio della pentola a pressione … ogni suono si mescola, si annulla, diventa rumore, fastidio. Un po’ come quando alla tv vengono fuori quei pallini bianchi e neri e c’è solo quel frrrrrrrrrrr che non finisce mai.
Andrea sbarra gli occhi. Sua madre lo sta strattonando. È arrabbiata. Perché è così arrabbiata?
«Non farmelo ripetere, Andrea!»
Abbassa la testa. Guarda la mano che lei sta spingendo contro il suo volto.
Guarda: le dita, i polpastrelli.
Guarda e … il suo cuore sussulta.
«Giuro, io me le sono lavate le mani! Le ho lavate tre volte! Lo giuro, mamma!»
Lei lo ignora. Cammina. Lo trascina su per le scale.
«Quante volte ti ho detto che ti devi lavare! Quante volte ti ho detto che la sporcizia porta i germi e i germi portano le malattie! Guarda qui! Guarda qui!»
Andrea non ha la forza di distogliere lo sguardo. Una sottile striscia nera sotto l’unghia del mignolo sinistro.
Come ha fatto a non vederla?
Sua madre ha gli occhi sbarrati, la fronte è imperlata di sudore.
«Chi l’avrebbe mai detto,» lo trascina, lo spinge in ginocchio «che potessi partorire un bambino così sporco, così lercio.» Gli sbottona il polsino, arrotola la manica. «Sempre a rotolarsi nel fango, sempre a sporcarsi.» Apre il rubinetto. Il getto è gelido. Andrea tenta di sottrarvisi. «Vuoi stare fermo!» Lo immobilizza lei. «Tu credi di poter fare quello che vuoi, signorino?!» Le setole gli graffiano la pelle. «Te l’ho detto! Te l’ho ripetuto un miliardo di volte. Devi lavarti le mani! Devi essere pulito!» Andrea inghiotte le lacrime: «Mamma, per favore. Mamma, mi fai male!» Per tutta risposta sua madre serra di più il suo polso, strofina con più forza. «Lo vedi! Lo vedi che cosa hai fatto! È lo sporco. L’hai lasciato lì e lui adesso ha preso possesso di te. Lo hai visto?»
Andrea chiude gli occhi, appoggia la fronte al bordo del lavandino. Le dita gli bruciano. Il dolore gli toglie il respiro.

Sua madre lo ha mandato a letto senza cena.
Le dita gli pulsano. Sua madre gli ha ripulito le ferite, accusandolo. «E’ tutta colpa tua. Se tu ti fossi lavato come si deve, lo sporco sarebbe venuto via facilmente. Invece no, mi hai obbligata a usare la forza.»
Andrea soffoca un singhiozzo nel cuscino.
La sua stanza odora di alcol e disinfettante. Le pareti, il pavimento, i mobili, le tende.
Andrea stringe le lenzuola. Apre la bocca. Un urlo silenzioso che fa più rumore dello strepito dei diavoli all’inferno. Che a nove anni certe cose non si dovrebbero fare. Si dovrebbe dormire, magari si dovrebbe avere paura del buio. Che l’oscurità è la regina degli incubi dell’infanzia, quelli che si ricordano distogliendo lo sguardo e offrendo un sorriso sghembo e impacciato.
E alla fine il sonno arriva.
Per sfinimento.

Il Bagatto (o Il Mago)

Il Bagatto (o Il Mago)

Prologo di una storia che non scriverò mai, perché sono incostante.

Le leggi che regolano il mondo esistono da sempre, anche se la maggior parte non le abbiamo ancora scoperte. Esistono tutte le parole, i pensieri, il tempo.
La realtà è come una cipolla: viene via, strato per strato e non finisce mai.
Per un po’ si sperimentò l’ebbrezza dell’onnipotenza; ma caricarsi sulle spalle l’onere di far sorgere il sole e di farlo tramontare, di far piovere e di far fruttificare le piante, dopo un po’ divenne troppo … impegnativo.
Così, un giorno, un dio-mortale decise di non compiere i Riti dell’Alba. Se il mondo fosse terminato per questa sua mancanza … Beh – diamine – era o non era “colui che fa sorgere il sole!?”
Non lo era.
Il sole sorse lo stesso.
Il dio-mortale la prese sul personale. Si liberò delle insegne divine – la pelle di jaguaro e un ramo d’albero – e le gettò a terra. Lasciò la tribù e si diede alla macchia.
Così cominciò la fase del “sole che sorge da sé”; il considerarlo un dio vero e proprio fu pressoché immediato.
Se credevi nella scienza, eri in possesso della certezza che, alla fine, avresti capito il funzionamento di ogni cosa.
Il mondo era là fuori. Bisognava solo scoprirlo, e per un po’ le cose andarono bene.
Uno dei trend scientifici più gettonati era la riduzione ai minimi termini. Vinceva chi riduceva la realtà nei pezzi più piccoli immaginabili. I greci ebbero la loro corona d’alloro grazie all’intuizione dell’atomo; ma varcato il XXI secolo, l’atomo aveva ormai assunto le dimensioni di Giove.
L’ultima volta che ho letto un articolo su una rivista scientifica per appassionati – ovvero, per gente che fondamentalmente non capisce un cazzo – si parlava di M-Teoria. Praticamente, siamo tutti fatti di piccoli bastoncini che ondeggiano nel vuoto.
Avevo detto una cipolla?
Mi sono sbagliato. La realtà è una matriosca.
Insomma, tutte queste leggi e regole e formule che si sommavano l’una all’altra, confermandosi e annullandosi allo stesso tempo, ci dava la certezza che 2+2 faceva 4, ma anche 5 e sicuramente un mucchio di altra roba: bastava cambiare le regole iniziali.
Un po’ come nel Monopoli; cambia la regola dell’accumulo di denaro e si trasforma in Crack, un inneggiaménto alla dissipatezza.
Le cose precipitarono quando un tizio in Alabama che voleva suicidarsi si lanciò dall’ultimo piano della sede della General Bank, ma invece di cadere verso il basso, ruotò su sé stesso e centrò in pieno un piccione che passava di lì. Il piccione cadde a terra e morì sul colpo. Il tizio dell’Alabama, Michel – sua madre era francese, quindi l’aveva voluto chiamare così, in onore di son grand-père – non cadde, anzi, cominciò a salire verso l’alto.
S’incazzò e maledisse il fato che nel giorno più importante della sua vita – e cioè l’ultimo – avesse deciso di fotterlo alla grande.
A un certo punto, si accorse che se muoveva le braccia e le gambe in un certo modo, poteva scegliere una direzione, regolare la velocità, avanzare o fermarsi.
La voglia di morire gli passò del tutto e, ovviamente, cadde.
Per fortuna, il suo istinto aveva riflessi migliori del suo ginocchio e un laghetto con profondità e ph giusti comparve dal nulla pronto ad accoglierlo.
Nel frattempo, il cielo si era riempito di elicotteri; le persone correvano in tutte le direzioni perché non sapevano dove cazzo andare; e youtube era appena andato in crash perché 1/3 degli utenti della rete stavano guardando il video «the flying man».
Il dado era tratto.
Tolkien aveva ragione. Le vendite del Signore degli Anelli schizzarono alle stelle e la gente prese d’assalto le librerie alla ricerca di qualsiasi cosa contenesse la parola Magia, compresi titoli come “Milleuno giochi con le carte!” “La magia dei fiori”, “Magia delle equazioni”; i più intellettuali fecero incetta di saggi antropologici e testi religiosi. Il “Libro egiziano dei morti” e il “Ramo d’oro” divennero rispettivamente il secondo e il terzo libro più venduti a partire da quella settimana.
In parole povere: eravamo fottuti!
Io fui la seconda a manifestare questo “potere?”
Ah… l’avete notato, vero?
Sì, ho fatto un casino.
Uno degli errori che compiono i profani con la magia è che pensano che non segua regole. Per loro la magia è semplicemente una concretizzazione dei desideri.
L’altro errore è credere che sia attivabile recitando una formula magica: “Fuoco rosso che risplendi, dammi il tuo potere. Palla di fuoco scintillante!”
I media hanno contribuito a questa percezione distorta.
Ma torniamo a me. Ciò che probabilmente avrete notato è che mi rivolgo a me stesso, alternando il femminile e il maschile. Ebbene, in questo momento sto attraversando una crisi esistenziale con i controcazzi.
Dicevo di aver fatto un casino.
Non chiedetemi come, e non chiedetemi perché, ma ho perso di vista un incantesimo e mi è sparito tutto. Tutto quanto. Non ho più nemmeno i capezzoli. Sembro Marilyn Manson ai tempi di The Dope Show.
Comunque, si sta facendo tardi e concluderei qui.
Ah, dimenticavo: smettetela di mandarmi dépliant sulle operazioni per il ripristino degli organi sessuali!
Ci ho già provato. Due volte. Il cazzo si è polverizzato nel giro di tre secondi dopo che mi ero risvegliato e la figa s’è chiusa e spianata praticamente quando ero ancora anestetizzato.
Volevo comunque ringraziare gli amici del Forum dell’Aven, che mi hanno permesso di accettare la mia condizione e mi hanno sostenuto nei momenti difficili, quando mi riempivo le mutande per avere ancora la sensazione di un cazzo tra le gambe.

Personaggi

Hugo (e basta). Nato maschio, adesso, in seguito a un incidente incarna l’Androgino. Un mucchio di gente gli dà la caccia, perché lo vuole usare come “ingrediente segreto” in qualche incantesimo.
Hugo è il miglior amico delle puttane della Vulva Scintillante. Dice Ambrosia: “Con lui mi sento proprio a mio agio, non ho mai conosciuto un uomo… volevo dire una donna… ehm… insomma, posso mettermi completamente in libertà”.

Priscilla. Priscilla è una tappa. È alta un metro e una banana e quando va all’università per le lezioni viene solitamente messa alla porta con la battuta “Ragazzina, questa è l’università, non le elementari.”

Gabriel. Gabriel ha un nome figo, ma è un nerd. Quindi è un po’ meno figo (in apparenza). In realtà, è perché non si valorizza. Se ne sta sempre in casa, al buio, davanti al computer attaccato a EZ TV. Da bravo nerd, quando è saltato fuori il casino della magia, sapeva già tutto, grazie soprattutto a cose come “Slayer”. Ancora oggi cerca di lanciare un Dragon Slave, dicendo “Tasogare yori mo kuraki mono …” … sì, perché pare che se traduci non funziona più. Inutile dire che non c’è mai riuscito, in compenso sa fare le fatture.

Ambrosia. La puttana amica di Hugo. Ha una missione: farglielo rizzare. Per questo si sta specializzando in una magia che annulli quelle altrui. Nel frattempo lo trascina per negozi a scegliere completini sexy da mettere con i clienti e lo assilla con mille e uno problemi… Che si crede la gente? Che le puttane non abbiano un cuore?

P.S. – Riuscirò ad andare in ferie? Mah, … misteri.