Il Principio della Notte – Prologo

Il Principio della Notte – Prologo

Per arrivare all’alba, non c’è altra via che la notte. 
Khalil Gibran 

Questo sole che sorge con lentezza, che si trascina verso l’alto con fatica. Questo sole che illumina senza giudicare, che non può chiudere mai gli occhi tranne quando Lei gli si pone davanti e gli sussurra con voce d’argento, Guarda me. Guarda me
Andrea aspira una lunga boccata dalla sigaretta elettronica alla quale si è convertito a inizio anno. La odiava, ma dopo un po’ ci ha fatto l’abitudine. Si passa una mano sul volto a stropicciare gli occhi stanchi e, senza dire una parola, afferra lo smartphone che l’agente De Luca gli sta porgendo. 
Adocchia il nome sul display illuminato e una smorfia di disappunto compare sul volto stanco. 
«Signore.» Attacca, gli occhi rivolti al cielo. 
La voce dall’altra parte è secca, nervosa. Andrea attende pazientemente la fine delle accuse e delle recriminazioni. Delle minacce. 
Il grido soffocato delle sirene in lontananza è un rumore in background, come la pioggia che cade per giorni e viene dimenticata. Ma il cielo è limpido ed oggi, Andrea lo sa, sarà un giorno sereno, magari con temperature superiori alla media, stando alle ultime notizie dal meteo. 
Ci vorrà tutto il giorno e forse la notte , pensa mentre il suo sguardo segue il movimento di una colonna di fumo che dalle parti di Corso Alighieri si leva fino al cielo schiarito dai primi bagliori dell’alba. 
Un sospiro stanco gli sfugge dalle labbra. Chiude la chiamata e restituisce lo smartphone all’agente De Luca. 
Ha accumulato una stanchezza lunga una vita nella notte appena conclusa, e non è certo che riuscirà a riposare abbastanza, nemmeno se potesse dormire per tre giorni di fila. 
Aggrotta la fronte, mentre fissa, senza realmente vederlo, un ragazzo caricato a forza su una volante. Si sofferma su dettagli inutili e caratteristici, come i dread rossi che fioriscono nella chioma leonina, o i pantaloni dal cavallo basso che se fosse stato suo figlio … 
Scuote la testa, realizzando istantaneamente l’inutilità di quei pensieri. Che importa del modo di vestire di tuo figlio, quando il mondo è andato in pezzi? 
Un elicottero sorvola il centro, mentre il crepitio degli edifici in fiamme sembra il sussurro di una folla di demoni. 
Dovrebbe fare qualcosa. Lo sa, ma tutto ciò che riesce a fare è stare lì, in piedi, le mani in tasca, a fissare la piazza: i cassonetti incendiati, le vetrine dei negozi infrante, un lampione divelto dall’asfalto, sradicato da una forza che gela il sangue nelle vene e disteso sul caratteristico porfido di Piazza di Santa Maria della Croce. 
Qualcuno grida. Hanno gridato così in tanti questa notte, che lui ha quasi paura del silenzio. 
Ha giurato di proteggere. Ha giurato di difendere. La sua auto ha sfrecciato per le vie di Selvacroce senza requie. È sempre arrivato in ritardo. 
Una folata di vento solleva la mozzetta del Cardinale Demitri. 
«Eccellenza.» lo saluta. 
L’uomo alza la mano chiazzata dalla vecchiaia. 
Non ha più il rubino, è il pensiero istantaneo che attraversa la mente di Andrea. 
«Qualche testa salterà, nei prossimi giorni, nelle mie e nelle sue fila.» è il saluto che gli rivolge. 
Lui annuisce. 
«Adesso la Chiesa rivedrà le condizioni del Patto.» 
Annuisce anche a questo. 
Se deve essere sincero, non gliene frega un cazzo. 
Sul volto incartapecorito del Cardinale compare una smorfia di disgusto. 
Andrea segue istintivamente la direzione dello sguardo dell’uomo. 
Claudia Verdiana Draconi è in piedi tra due agenti, i polsi imprigionati nelle manette d’acciaio. 
«Se vuole scusarmi, Eccellenza.» 
L’uomo gli concede il sommo diritto di lasciare la conversazione con un gesto della mano e s’incammina verso la Mercedes dalla quale era sceso. 
«Commissario Fabrizi.» lo saluta lei, il mento sollevato, l’oscurità negli occhi di ossidiana che è simile a quella della notte senza luna e dell’inferno più profondo. 
Lui rivolge un cenno del capo agli agenti che arretrano di un paio di passi, ma senza andarsene veramente. 
Fa scorrere lo sguardo sulla figura della donna, non con gli occhi di un uomo, ma con quelli di un poliziotto. Con gli occhi di qualcuno che vorrebbe capire, ma non ci riesce. 
Il cappotto dal taglio militare è abbottonato con precisione, i capelli mossi sfuggono dalla coda bassa a incorniciare un volto diafano screziato dalle strisce di sangue. 
Inarca il sottile sopracciglio, quando si rende conto che lui la sta fissando e un sorriso sghembo fiorisce sulle labbra cremisi. 
«La vedo affaticato, Commissario.» la voce bassa, un po’ roca. 
Lui si guarda riflesso nell’ossidiana che sono i suoi occhi. 
Sì, ha ragione. È stanco. Sarebbe meglio dire, che è distrutto, devastato. La camicia sfuggita ai pantaloni stretti da una cintura allentata, la barba sfatta ad ombreggiare il volto. 
«E’ stata una lunga notte.» è tutto quello che le risponde. 
Distoglie lo sguardo. 
Lei non dice nulla. Per un po’ Andrea si perde nell’osservazione impersonale della piazza, dei suoi colleghi che ancora cercano di rimettere in ordine le cose; si perde nei pensieri, nelle colpe. 
Torna a guardare Claudia Verdiana Draconi. Sul suo volto scorge un’ombra, una cupezza così antica da portarlo a chiedersi, per l’ennesima volta, chi sia veramente quella donna. 
«Non immagina cosa darei per una sigaretta.» dice lei, ad un tratto, senza guardarlo. 
Lui estrae quella elettronica dalla tasca. 
«Fa sul serio!?» gli domanda, le sottili sopracciglia che guizzano verso l’alto. 
«Hai ragione. Meglio smettere del tutto.» 
Solleva la mano e con movimento veloce chiama a sé l’agente Russo. 
La Marlboro ha un sapore acre, di condanna e piacere, aspira una lunga boccata, prima di offrirla alle labbra socchiuse della donna.
«Era proprio necessario?» le chiede, mentre lei reclina la testa all’indietro per soffiare fuori il fumo, la sigaretta stretta tra le dita di una mano imprigionata dalla volontà della Legge. 
«Chi può dire quanto profondi siano gli abissi, prima di caderci dentro, Commissario. O quanto oscura può diventare la notte.» 
«Tu lo sapevi, Claudia.» 
Sente la durezza nel suo tono, la rabbia repressa che si concretizza nel pugno serrato. 
Lei lo fissa, solleva entrambe le mani a togliere la sigaretta che pende all’angolo della bocca e la lascia cadere, volontariamente, involontariamente, chi può dirlo? 
Non gli dice nulla e lui non le chiede altro. 
Tutto ciò che gli rivolge è un sorriso adombrato dalla malinconia e il debole sussurro dei versi di una canzone conosciuta, mentre s’allontana, tra i due agenti, incontro al sole che si leva 

And I find it kind of funny 
I find it kind of sad 
The dreams in which I’m dying are the best I’ve ever had 
I find it hard to tell you 

Note dell’autrice: “Il Principio della Notte” quando l’ho ideato, mesi fa, non si intitolava “Il Principio della Notte”. Non aveva titolo. Non ero nemmeno certa di tramutarlo in una vera e propria storia. 
Non garantisco aggiornamenti periodici, ma l’impegno a giungere all’Epilogo; forse.
Il prologo anticipa eventi futuri, probabilmente coinciderà con l’Epilogo. 
L’ambientazione è italiana, ma Selvacroce è un luogo inventato, sebbene la somiglianza con Roma sarà palese. 
La canzone canticchiata da Claudia alla fine è Mad World di Gary Jules. 

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