Io che parlo di politica? Il mondo sta cambiando.

Io che parlo di politica? Il mondo sta cambiando.

Di Maio, e immagino altri, si è fatto portatore dell’hashtag #ilmiovotoconta.

Il #tuovotononcontauncazzo preso singolarmente, conta nell’ambito della maggioranza.

In una democrazia come quella italiana, ha senso parlare di “valore del singolo” con particolare riferimento al voto elettorale?

Io non credo nella democrazia pura. Essa ha valore solo come reazione a un assolutismo di tipo oligarchico. La democrazia è una terra di illusioni che fa leva sul sogno del singolo di contare nella massa. Ma il singolo preso da solo non vale niente. Una goccia d’acqua non fa un mare, non fa manco una tazzina, se per questo.

La democrazia affida la responsabilità al popolo, ma il popolo come entità politica è nulla. È saggiamente tenuto in uno stato dormiente, fondamentalmente ignorante, ma trionfo del proprio presunto sapere. La massa si muove seguendo slogan accusatori ed è sempre colpa degli altri.

Io non credo in un sistema politico liberale, che permette a chiunque di candidarsi alla guida del paese, perché siamo in democrazia. Voglio rigore. Politici puri. La democrazia deve essere rivista. E voglio programmi politici trasparenti.

Alle ultime elezioni non ho votato. Chi avrei dovuto scegliere? Il PD con la sua insulsa debolezza e incapacità di essere realmente incisivo? I 5 stelle, che incarnano tutto ciò che per me deve stare fuori dalla politica? La Lega, con i suoi programmi populisti? La Meloni? Forza Italia?

La cosa giusta da fare sarebbe stata scegliere il partito che incarna la mia visione, ma ciò avrebbe richiesto tempo, e un non indifferente intento nell’essere partecipi. E ammettiamolo, c’è la vita di mezzo, chi ce l’ha il tempo e la pazienza per decifrare le parole nascoste dietro le parole.

L’indifferenza che provavo fino a poco tempo fa, ha lasciato il posto al disprezzo, al “Sapete che vi dico? Avete rotto il cazzo! Voi e quelli che intasano i social appestando l’altrui esistenza con le loro insulse opinioni, che almeno un tempo restavano circoscritte al baretto di paese, o al circolino o al che cazzo ne so io. Invece no. Oggi sono global. Di dominio pubblico.

Vi odio.

Con tutto il cuore.

E soprattutto ho in disprezzo la vostra sicurezza.

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Luna?

Luna?

Ho ripreso a scrivere il blog, perché avevo cose da dire. Alcune cose me le porto dentro da una vita. Sono idee che ho maturato, sguardi con cui osservo il mondo. Altre sono impressioni fugaci che durano solo il momento in cui le formulo.

Sono una persona fluttuante. Che un giorno afferma con ardore una cosa, il giorno dopo è capace di dire tutt’altro. All’occorrenza indosso una maschera e mi rapporto all’ambiente, alle persone. Uno dei miei libri preferiti è Uno, nessuno, centomila di Pirandello. Uno dei miei film preferiti è Persona di Ingmar Bergman.

Se qualcuno dovesse chiedermi: Quando sei con me, chi sei? Io non saprei rispondergli. Una volta stavo guidando e mi è preso il panico. Ho stretto il volante e ho pensato: Chi sono? Amo davvero le persone che dico di amare, o la mia è solo una convenzione sociale? Le cerco perché sento la loro mancanza, o per una questione di calcolo?

Ho visto il vuoto. La desolazione. L’artificio del mio io. La disperazione di essere una menzogna. Di essere il mero risultato della società. Un prodotto fatto e finito.

Una mattina ero in Garibaldi e l’orrore mi ha presa. Davanti a me un flusso di persone che camminava compatto e ho visto le loro catene e le mie. Volevo gridare. Correre via. Ma non l’ho fatto, perché la vita è questa e a me non piacciono le persone che fuggono dalla vita.

Viaggio, perché viaggiare è un modo per coltivare il mio io. Viaggio da sola perché sono diventata insofferente agli altri.

Sono quasi certa che ci sia un’ombra di follia in me, tenuta a freno da una ferrea logica, però a volte mi sfugge e mi comporto come se fossi folle.

Una delle domande-affermazioni più stupide che abbia sentito è: “Cos’è la normalità? Definisci la normalità.”

È molto semplice. Normalità è tutto ciò che non sorprende un ipotetico campione di persone xyz. Se la persona che hai di fronte non è stupita allora hai buone probabilità di non aver fatto niente di strano, ma può anche essere che sia folle come te, allora prendila a braccetto e andate a danzare al chiaror della luna.

Elogio del cambiamento.

Elogio del cambiamento.

Sei contenta della tua vita? È una domanda che mi sono posta spesso in passato. Ci sono stati anni che la risposta non arrivava. Era una scrollata di spalle, il cipiglio severo di chi non sa bene cosa rispondere perché vive in un limbo. Non va proprio male, ma non va nemmeno benissimo.

Ci sono poche cose che ho imparato. Una è l’importanza del cambiamento e l’impermeabilità delle persone al cambiamento. La maggior parte delle persone si adatta a una situazione negativa perché ha paura dell’ignoto. E così vive anni accanto a una persona che si sforza di amare, abita una città che odia, si sveglia ogni mattina per fare un lavoro che le prosciuga lo spirito e le da in cambio solo un po’ di soldi.

A volte il cambiamento lo devi cercare, a volte ti piomba addosso e tu nemmeno ti rendi conto che stai già cambiando. C’è una sorta di idea da perseguire, un obiettivo, un fine a cui tendere.

Io penso in modo semplice, lineare. Sono arrivata a una simile sintesi di pensiero dopo anni di elucubrazioni, una matassa di vuote supposizioni, ipotesi, zavorre che appesantiscono l’azione fino a renderla impossibile. Quindi, se la persona che ti sta accanto non ti rende felice, lasciala. Se il lavoro che fai non ti soddisfa, fa di tutto per trovarne un altro, come se da questo dipendesse la tua stessa esistenza. Se la città dove vivi ti va stretta, ci sono molti posti dove puoi vivere.

Abbiamo paura di cambiare perché crediamo che ciò che ci circonda ci definisca. Ma noi siamo noi. In ogni dove. In ogni tempo. È il passo che spaventa, quel saltare nel vuoto, dove tutto ciò che vediamo è il buio. Ma il punto è che, il più delle volte, quel salto misura al massimo venti centimetri.

Io credo nella persona, credo nel suo potenziale, sono certa che ognuno sia capace di grandi cose. A volte sbaglia l’approccio, a volte è privo di una forte motivazione. Non sono il tipo di persona che la mattina si colpisce il volto gridando frasi di incitamento, ma sono quel tipo di persona che si muove meccanicamente forte della quotidianità dei gesti.

Un’altra cosa che ho imparato è il culto dell’ignoto. Ora sono su un treno, il paesaggio che passa accanto a me è pianeggiante, verde, il cielo cupo è basso all’orizzonte. So dove sto andando, perché è scritto sul mio biglietto, ma non so cosa accadrà, non so quali emozioni mi porterò a casa, al ritorno.

La vita è un po’ così. Puoi rivivere sempre gli stessi giorni, camminare sul tracciato imposto, e arrivare a sera lamentandoti di quanto la tua vita sia triste e noiosa. Oppure puoi decidere di vivere nell’incanto. Un giorno dovrei raccontare l’incanto.

A story of EGO

A story of EGO

Una frase buttata lì, a caso, una mezza battuta che ha tutto l’ardire di scoprirsi in forma di verità, ha aperto nella mia mente un piccolo spazio di riflessione, perché in fondo è questo a cui ambisce l’ironia, no?

Quando una persona si discosta dalla consuetudine, deve mettere in conto, di non essere compresa. Le persone non accettano la diversità, ma fanno in modo che la diversità diventi un problema, oppure attribuiscono significati erronei a ciò che non riescono a comprendere, per comprenderlo.

E so che la bocca è impaziente e non riesce a tenere il tempo del cervello, e si muove in modo asincrono.

Mi infastidisce il bisogno che hanno alcune persone di attribuirti un’etichetta perché fondamentalmente non riescono a comprenderti. Sei un rebus per loro. Un problema irrisolvibile. Come è possibile che tu esista? In quel modo, poi? Devi per forza avere qualcosa.

Allora ti circoscrivono, ti definiscono, cercano in tutti i modi di privarti di quell’in- che ti contraddistingue. Sono persone abituate a una manciata di colori primari, se sono fortunati, il più delle volte a un basilare bianco e nero. Il tuo mondo fatto di infinite sfumature è incomprensibile: vorrebbero comprenderti, ne hanno bisogno, ma non ci riescono, perché mancano dei mezzi, della volatilità errante della tua mente.

La mia solitudine infastidisce gli altri, ad esempio. Sono una mosca bianca, una nota stonata, un problema che va risolto. In realtà, io sono colei che mette in crisi i loro valori, i dogma su cui basano la loro esistenza.

Primo dogma: una donna può essere felice solo se ha un partner al suo fianco, se costui non è presente allora tale donna deve cercarlo assiduamente, e fare di tale ricerca la sua ragione di vita, se ciò non avviene, tale donna è: 1) frigida; 2) lesbica; 3) un caimano.

Secondo dogma: ogni essere umano ambisce a divertirsi (amici, uscite, apericena…) Il numero di amici esprime il tuo valore come persona. Se tu non hai amici devi vivere rintanato in casa e palesare un disagio che consenta all’altro il diritto di pensare cose come: “Poverina! Come deve essere triste la sua vita!”

Poi arrivi tu, con appresso il tuo mondo e deve essere piuttosto ingombrante il tuo mondo, se tutti lo vedono. Il tuo mondo si chiama EGO ed è pieno di te, carico di sogni, interessi, mondi paralleli, benessere, gioia, arte, musica, città mai viste, Parigi, colazioni infinite. Ci sono alcuni problemi ad EGO, ad esempio, una certa autarchia e difese impenetrabili che proteggono il cuore di EGO, un nucleo di aria che potrebbe farsi vento.

I più fortunati arrivano ad EGO, ma nessuno scende fino al vortice, nemmeno EGO stessa.

Henri Cartier-Bresson et moi.

Henri Cartier-Bresson et moi.

La macchina fotografica per me è come un block notes, lo strumento dell’intuito e della spontaneità, il detentore dell’attimo che, in termini visivi, interroga e decide nello stesso tempo.

Per dare un significato al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino.

Questo atteggiamento esige concentrazione, sensibilità, senso geometrico. È attraverso un’economia di mezzi e soprattutto con l’abnegazione di sé che si raggiunge la semplicità espressiva.

Fotografare significa trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto la cattura dell’immagine diventa una grande gioia fisica e intellettuale.

Fotografare significa riconoscere nello stesso istante in una frazione di secondo il significato di un evento e il rigoroso assetto delle forme visive che esprimono tale evento.

Significa allineare il cervello, l’occhio è il cuore verso un sono bersaglio. È un modo di vivere.

Henri Cartier-Bresson

Cartier Bresson è uno dei fotografi che preferisco, sebbene accanto all’improvvisazione, faccia un largo sfoggio della composizione, nel senso che non tutte le sue foto sono attimi rubati. Sono sempre stata più attratta da quest’ultimo tipo di fotografia, perché ciò che mi ha sempre affascinato è l’idea del congelamento di un istante che, in un certo senso, lo “eternizza”. Per tale ragione, sono sempre stata piuttosto reticente di fronte alle fotografie “di posa”. Ciò non toglie che non apprezzi una fotografia di questo tipo laddove ne riconosca il valore artistico. 

Nelle fotografie di Cartier-Bresson ho notato due cose. La prima è l’attenzione quasi geometrica che aveva per le linee naturali: strade, palazzi, orizzonte, i lampioni, gli alberi, eccetera. La seconda è il fatto che i soggetti raramente rivolgono il loro sguardo verso la camera. 

I corsi di fotografia che ho fatto, dell’ultimo manca solo una lezione, mi hanno dato molto soprattutto dal punto di vista tecnico, sebbene le scarse possibilità offerte dalle compatte rendono difficile comprendere cose come tempi, esposizione e diaframma. Ma, ma ad essere sincera, ciò che mi è sempre interessato della fotografia era ed è la fotografia in sé. Non mi interessa dimostrare di aver settato la macchina in manuale, se poi la fotografia è banale. D’altra parte, temo di aver già sviluppato una mia sorta di manifesto, incentrato sull’improvvisazione. Pertanto, nonostante la mia scarsa esperienza, temo di avere le idee già piuttosto chiare: idee legate più a una sorta di “filosofia della fotografia”. 

Poiché io ho interesse solo nelle fotografie “rubate alla realtà” è necessario che maturi la capacità di scattare nel più breve tempo possibile cogliendo l’attimo. Per fare ciò devo affinare la mia capacità di vedere tutto: soggetto, elementi di disturbo, linee naturali che danno prospettiva, eccetera. Va da sé che con un’idea fotografica di questo tipo non è fattibile ragionare in manuale, per una semplice questione di tempistica: l’attimo non aspetta.

Ridurre al minimo la postproduzione. Attualmente, con la compatta la postproduzione mi è indispensabile per un semplice motivo: non vedo quello che scatto. Non interamente almeno e quando fai fotografia i laterali sono fondamentali perché può capitare che ci finiscano dentro elementi di disturbo. 

Terza cosa. Il flash. Io odio il flash. Non lo uso. Punto. Ad esempio, nei controluce un colpo di flash rende il soggetto visibile, ma io ho sempre amato i soggetti in ombra… ergo … 

La fotografia è la capacità di vedere. La fotografia è lì, nella realtà. Quando scatti, tu tagli via un pezzo di realtà dal flusso del tempo. Ma per farlo devi vederlo quell’attimo. 

La fotografia è soggettiva perché è impossibile che due persone vedano e congelino lo stesso attimo, anche se stanno guardando lo stesso soggetto e spesso, può capitare che solo uno riesca a vederlo quel soggetto.

Per tutti questi motivi, sto imparando ad amare la fotografia.

Goodbye 2016!

Goodbye 2016!

A pochi giorni dalla fine del 2016, mi ritrovo a fare mentalmente il punto della situazione.
E’ andato bene il 2016? Sei soddisfatta?
Sì, e no.
Penso che ci siano state delle cose buone, ma sarebbero potute essere migliori. Penso che mi piacerebbe avere un anno più interessante di quello che mi lascio alle spalle.
Il 2016 è stato, secondo l’astrologia cinese, l’anno della scimmia e io mi auguro che il 2017 sia l’anno dei cambiamenti e che tali cambiamenti arrivino, perché è frustrante aspettare un vento che non arriva, mentre te ne stai lì con le tue ali davicinciane.
C’è da maledire l’immobilità dell’aria. 

Mentre riflettevo su queste cose, nel pomeriggio mi è capitato tra le mani il discorso che Steve Jobs fece a Standford – se non ricordo male – nel 2005. Si può dire tutto e il contrario di tutto su Jobs – come del resto capita con tutte le personalità di rilievo – ma il discorso è molto bello. Una cosa che in Italia non potrebbe mai funzionare, perché noi non ce l’abbiamo proprio quella cosa del “sogno americano” e un po’ sta cosa la invidio all’America, per quanto ipocrita – o che dir sì voglia, possa essere. 

Noi siamo pieni di “non”.

Non puoi farcela!
    Quindi non provarci nemmeno!
Non puoi trovare di meglio!
    Quindi accontentati!
Non puoi cambiare!
    Quindi accettati per quello che sei!

Trincerarsi dietro i “non” significa proteggere noi stessi dalle delusioni e dagli errori e così viviamo adattandoci all’ambiente perché il cambiamento ci spaventa.

:)

:)

È da un po’ che mi è presa la fissa per i comici di lingua inglese – scrivo così perché un po’ sono inglesi, un po’ americani, Russell mi pare sia canadese. Cerco ovunque video sottotitolati delle loro performance perché io l’inglese non lo mastico molto, lo mando giù direttamente. Il bello è che a volte ci vanno giù pesante, molto più di quanto facciano i nostri. Carlin, per citarne uno – pace all’anima sua! – sparava a zero sulla chiesa cattolica, sui bambini, sull’America; Russell sfotte tutti; Burr non ha pietà.

Insomma, io ci vado d’accordo con gente così. Non mi piace molto Lisa Lampanelli perché infila una parolaccia dietro l’altra ed è vuota di contenuti; mi piace – sempre pace all’anima sua! – Joan Rivers perché riusciva a prendersi in giro – memorabile la sua self-interview al Letterman Show.

La capacità d’ironizzare, di sdrammatizzare, di fare del sarcasmo è rara. Joan Rivers diceva che l’ironia è la capacità di affrontare le brutture della vita.

Ma la maggior parte delle persone se la prende. Ti accusa di scarsa sensibilità.

Un attimo. Se faccio del sarcasmo sulle cose brutte della vita, allora non sono sensibile?

Ti piacerebbe, eh! Così puoi sentirti meglio e fare del vittimismo!

In realtà, è vero il contrario. Chi fa dell’ironia, del sarcasmo, ha una sensibilità più accentuata della media perché così può inquadrare subito dove colpire! Leggono le persone, categorizzano rapidamente, individuano ciò che accomuna o divide.

Si dice che il sarcasmo, l’ironia siano un’arma e, in effetti, lo sono. Perché attraverso essi, io posso colpirti in un modo più sottile rispetto l’offesa: se io ti do della puttana o del bastardo! Tu capisci subito che ti sto offendendo, ma se invece uso dell’ironia devi fare uno sforzo in più, devi “capire la battuta” e hai le mani legate – in un certo senso! – perché rispondere all’ironia con la serietà denota incapacità di comprenderla e quindi ammissione di ignoranza.

Tuttavia, c’è sempre quella cosetta chiamata “buon senso!”, “attenzione all’altro” che ci impedisce di fare del sarcasmo a raffica. Non immaginate le cose che ho ricacciato indietro per rispetto dell’altro o della sua sensibilità! D’altra parte, mica mi pagano per fare del sarcasmo. Lo faccio perché è più forte di me. Ci sono state delle volte in cui – miseriaccia! – la situazione ha generato istintivamente la battuta e non ho fatto in tempo a cucirmi la bocca, suscitando la reazione: “Te non parli mai, ma quando parli … ”

Ecco. Appunto! A volte, il filtro non funziona.