A story of EGO

A story of EGO

Una frase buttata lì, a caso, una mezza battuta che ha tutto l’ardire di scoprirsi in forma di verità, ha aperto nella mia mente un piccolo spazio di riflessione, perché in fondo è questo a cui ambisce l’ironia, no?

C’è da fare una premessa e riguarda me. Io sono una persona che non ama molto mettersi in mostra, fare la scema con gli uomini – non mi viene in mente un modo meno offensivo per dirlo, scusate! Ma so che ho centrato il punto! – e soprattutto sono single da anni e sto bene con me stessa. Sebbene, sia perfettamente consapevole che una parte di me rifiuta l’altro perché ha paura di perdere sé stessa e la sua libertà. (Sto cercando di creare un’apertura nel mio mondo, ma non è facile.)

Quando, ironizzando, le persone dicono che Vivo nel mio mondo hanno ragione, ma in fondo non lo facciamo tutti? Non creiamo tutti i nostri mondi fatti di iterazioni personali e di abitudini quotidiane?

Quando una persona si discosta dalla consuetudine, deve mettere in conto, di non essere compresa. Le persone non accettano la diversità, ma fanno in modo che la diversità diventi un problema, oppure attribuiscono significati erronei a ciò che non riescono a comprendere, per comprenderlo.

Ad esempio, io sono perfettamente consapevole che quando non ci sono, le persone fanno commenti su di me, ad esempio, stando in tema, diranno che ‘Sono frigida.’, che non ho ancora capito di essere lesbica, che ce l’ho solo io e via dicendo …

Sono affermazioni che si fanno quando non si riesce a discostarsi dalla forma mentis che ci ingabbia.

L’affermazione “D. non ha ancora capito di essere lesbica!” Può darmi fastidio perché mi attribuisce un’etichetta che non è mia e perché etichette di questo tipo trovano terreno fertile nell’ignoranza e hai voglia a togliertele! Oppure, può lasciarmi un po’ di amarezza, se a dirla è qualcuno che rispetti, perché ti porta a chiederti: “Ma allora, non sei la persona che credevo tu fossi!?” Ma può anche non infastidirmi affatto perché io so non essere vera. E so che la bocca è impaziente e non riesce a tenere il tempo del cervello, e si muove in modo asincrono.

Mi infastidisce il bisogno che hanno alcune persone di attribuirti un’etichetta perché fondamentalmente non riescono a comprenderti. Sei un rebus per loro. Un problema irrisolvibile. Come è possibile che tu esista? In quel modo, poi? Devi per forza avere qualcosa.

Allora ti circoscrivono, ti definiscono, cercano in tutti i modi di privarti di quell’in- che ti contraddistingue. Sono persone abituate a una manciata di colori primari, se sono fortunati, il più delle volte a un basilare bianco e nero. Il tuo mondo fatto di infinite sfumature è incomprensibile: vorrebbero comprenderti, ne hanno bisogno, ma non ci riescono, perché mancano dei mezzi, della volatilità errante della tua mente.

La mia solitudine infastidisce gli altri, ad esempio. Sono una mosca bianca, una nota stonata, un problema che va risolto. In realtà, io sono colei che mette in crisi i loro valori, i dogma su cui basano la loro esistenza.

Primo dogma: una donna può essere felice solo se ha un partner al suo fianco, se costui non è presente allora tale donna deve cercarlo assiduamente, e fare di tale ricerca la sua ragione di vita, se ciò non avviene, tale donna è: 1) frigida; 2) lesbica; 3) un caimano.

Secondo dogma: ogni essere umano ambisce a divertirsi (amici, uscite, apericena…) Il numero di amici esprime il tuo valore come persona. Se tu non hai amici devi vivere rintanato in casa e palesare un disagio che consenta all’altro il diritto di pensare cose come: “Poverina! Come deve essere triste la sua vita!”

Poi arrivi tu, con appresso il tuo mondo e deve essere piuttosto ingombrante il tuo mondo, se tutti lo vedono. Il tuo mondo si chiama EGO ed è pieno di te, carico di sogni, interessi, mondi paralleli, benessere, gioia, arte, musica, città mai viste, Parigi, colazioni infinite. Ci sono alcuni problemi ad EGO, ad esempio, una certa autarchia e difese impenetrabili che proteggono il cuore di EGO, un nucleo di aria che potrebbe farsi vento.

I più fortunati arrivano ad EGO, ma nessuno scende fino al vortice, nemmeno EGO stessa.

Tornando a noi, sono convinta che buona parte dell’orientamento sessuale sia il risultato dell’educazione ricevuta e delle convenzioni sulle quali la società si regge. L’accettazione dell’omosessualità è più un atteggiamento politically correct, che una vera è propria accettazione. La gente continua a considerarli un errore, solo che non va più di moda dirlo ad alta voce. Oppure li considerano alla stregua di categorie. L’amico gay con cui andare fare shopping e confidarti.

Io credo che nella sua più alta espressione esistenziale, l’uomo sia bisessuale, non limitato da mere convenzioni che lo portano ad escludere, invece di includere. Egli sarà in grado di vedere la persona, nella sua splendente nudità, per quello che è: un centro di luce. Sarà libero dal dovere della perpetuazione della specie perché l’amore, il legame, non sarà più il mezzo per la creazione della vita, ma sarà altro.

Quindi, magari fossi anche lesbica, mi sarei liberata dalle imposizioni, purtroppo il mio problema ha radici più profonde: un latente timore che un’altra persona entri ad EGO e si avvicini al vortice da toccarlo senza distruggerlo.

Il che se ci pensate, è molto più grave, tanto da farmi chiedere: Ma io voglio davvero bene a queste persone (mia madre, mio padre, i miei amici), oppure ciò che io credo amore in realtà è un intreccio scaturito dalle convenzioni sociali?

Quindi, la vera domanda, la più alta espressione che potrebbe giungere al vortice di EGO è: Perché ami te stessa in modo così ossessivo, tanto da non aver spazio per nessun altro?

Ma visto che l’ho palesata, EGO ha già eretto nuove barriere, quindi … nope!

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Henri Cartier-Bresson et moi.

Henri Cartier-Bresson et moi.

La macchina fotografica per me è come un block notes, lo strumento dell’intuito e della spontaneità, il detentore dell’attimo che, in termini visivi, interroga e decide nello stesso tempo.

Per dare un significato al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino.

Questo atteggiamento esige concentrazione, sensibilità, senso geometrico. È attraverso un’economia di mezzi e soprattutto con l’abnegazione di sé che si raggiunge la semplicità espressiva.

Fotografare significa trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto la cattura dell’immagine diventa una grande gioia fisica e intellettuale.

Fotografare significa riconoscere nello stesso istante in una frazione di secondo il significato di un evento e il rigoroso assetto delle forme visive che esprimono tale evento.

Significa allineare il cervello, l’occhio è il cuore verso un sono bersaglio. È un modo di vivere.

Henri Cartier-Bresson

Cartier Bresson è uno dei fotografi che preferisco, sebbene accanto all’improvvisazione, faccia un largo sfoggio della composizione, nel senso che non tutte le sue foto sono attimi rubati. Sono sempre stata più attratta da quest’ultimo tipo di fotografia, perché ciò che mi ha sempre affascinato è l’idea del congelamento di un istante che, in un certo senso, lo “eternizza”. Per tale ragione, sono sempre stata piuttosto reticente di fronte alle fotografie “di posa”. Ciò non toglie che non apprezzi una fotografia di questo tipo laddove ne riconosca il valore artistico. 

Nelle fotografie di Cartier-Bresson ho notato due cose. La prima è l’attenzione quasi geometrica che aveva per le linee naturali: strade, palazzi, orizzonte, i lampioni, gli alberi, eccetera. La seconda è il fatto che i soggetti raramente rivolgono il loro sguardo verso la camera. 

I corsi di fotografia che ho fatto, dell’ultimo manca solo una lezione, mi hanno dato molto soprattutto dal punto di vista tecnico, sebbene le scarse possibilità offerte dalle compatte rendono difficile comprendere cose come tempi, esposizione e diaframma. Ma, ma ad essere sincera, ciò che mi è sempre interessato della fotografia era ed è la fotografia in sé. Non mi interessa dimostrare di aver settato la macchina in manuale, se poi la fotografia è banale. D’altra parte, temo di aver già sviluppato una mia sorta di manifesto, incentrato sull’improvvisazione. Pertanto, nonostante la mia scarsa esperienza, temo di avere le idee già piuttosto chiare: idee legate più a una sorta di “filosofia della fotografia”. 

Poiché io ho interesse solo nelle fotografie “rubate alla realtà” è necessario che maturi la capacità di scattare nel più breve tempo possibile cogliendo l’attimo. Per fare ciò devo affinare la mia capacità di vedere tutto: soggetto, elementi di disturbo, linee naturali che danno prospettiva, eccetera. Va da sé che con un’idea fotografica di questo tipo non è fattibile ragionare in manuale, per una semplice questione di tempistica: l’attimo non aspetta.

Ridurre al minimo la postproduzione. Attualmente, con la compatta la postproduzione mi è indispensabile per un semplice motivo: non vedo quello che scatto. Non interamente almeno e quando fai fotografia i laterali sono fondamentali perché può capitare che ci finiscano dentro elementi di disturbo. 

Terza cosa. Il flash. Io odio il flash. Non lo uso. Punto. Ad esempio, nei controluce un colpo di flash rende il soggetto visibile, ma io ho sempre amato i soggetti in ombra… ergo … 

La fotografia è la capacità di vedere. La fotografia è lì, nella realtà. Quando scatti, tu tagli via un pezzo di realtà dal flusso del tempo. Ma per farlo devi vederlo quell’attimo. 

La fotografia è soggettiva perché è impossibile che due persone vedano e congelino lo stesso attimo, anche se stanno guardando lo stesso soggetto e spesso, può capitare che solo uno riesca a vederlo quel soggetto.

Per tutti questi motivi, sto imparando ad amare la fotografia.

Goodbye 2016!

Goodbye 2016!

A pochi giorni dalla fine del 2016, mi ritrovo a fare mentalmente il punto della situazione.
E’ andato bene il 2016? Sei soddisfatta?
Sì, e no.
Penso che ci siano state delle cose buone, ma sarebbero potute essere migliori. Penso che mi piacerebbe avere un anno più interessante di quello che mi lascio alle spalle.
Il 2016 è stato, secondo l’astrologia cinese, l’anno della scimmia e io mi auguro che il 2017 sia l’anno dei cambiamenti e che tali cambiamenti arrivino, perché è frustrante aspettare un vento che non arriva, mentre te ne stai lì con le tue ali davicinciane.
C’è da maledire l’immobilità dell’aria. 

Mentre riflettevo su queste cose, nel pomeriggio mi è capitato tra le mani il discorso che Steve Jobs fece a Standford – se non ricordo male – nel 2005. Si può dire tutto e il contrario di tutto su Jobs – come del resto capita con tutte le personalità di rilievo – ma il discorso è molto bello. Una cosa che in Italia non potrebbe mai funzionare, perché noi non ce l’abbiamo proprio quella cosa del “sogno americano” e un po’ sta cosa la invidio all’America, per quanto ipocrita – o che dir sì voglia, possa essere. 

Noi siamo pieni di “non”.

Non puoi farcela!
    Quindi non provarci nemmeno!
Non puoi trovare di meglio!
    Quindi accontentati!
Non puoi cambiare!
    Quindi accettati per quello che sei!

Trincerarsi dietro i “non” significa proteggere noi stessi dalle delusioni e dagli errori e così viviamo adattandoci all’ambiente perché il cambiamento ci spaventa.

:)

:)

È da un po’ che mi è presa la fissa per i comici di lingua inglese – scrivo così perché un po’ sono inglesi, un po’ americani, Russell mi pare sia canadese. Cerco ovunque video sottotitolati delle loro performance perché io l’inglese non lo mastico molto, lo mando giù direttamente. Il bello è che a volte ci vanno giù pesante, molto più di quanto facciano i nostri. Carlin, per citarne uno – pace all’anima sua! – sparava a zero sulla chiesa cattolica, sui bambini, sull’America; Russell sfotte tutti; Burr non ha pietà.

Insomma, io ci vado d’accordo con gente così. Non mi piace molto Lisa Lampanelli perché infila una parolaccia dietro l’altra ed è vuota di contenuti; mi piace – sempre pace all’anima sua! – Joan Rivers perché riusciva a prendersi in giro – memorabile la sua self-interview al Letterman Show.

La capacità d’ironizzare, di sdrammatizzare, di fare del sarcasmo è rara. Joan Rivers diceva che l’ironia è la capacità di affrontare le brutture della vita.

Ma la maggior parte delle persone se la prende. Ti accusa di scarsa sensibilità.

Un attimo. Se faccio del sarcasmo sulle cose brutte della vita, allora non sono sensibile?

Ti piacerebbe, eh! Così puoi sentirti meglio e fare del vittimismo!

In realtà, è vero il contrario. Chi fa dell’ironia, del sarcasmo, ha una sensibilità più accentuata della media perché così può inquadrare subito dove colpire! Leggono le persone, categorizzano rapidamente, individuano ciò che accomuna o divide.

Si dice che il sarcasmo, l’ironia siano un’arma e, in effetti, lo sono. Perché attraverso essi, io posso colpirti in un modo più sottile rispetto l’offesa: se io ti do della puttana o del bastardo! Tu capisci subito che ti sto offendendo, ma se invece uso dell’ironia devi fare uno sforzo in più, devi “capire la battuta” e hai le mani legate – in un certo senso! – perché rispondere all’ironia con la serietà denota incapacità di comprenderla e quindi ammissione di ignoranza.

Tuttavia, c’è sempre quella cosetta chiamata “buon senso!”, “attenzione all’altro” che ci impedisce di fare del sarcasmo a raffica. Non immaginate le cose che ho ricacciato indietro per rispetto dell’altro o della sua sensibilità! D’altra parte, mica mi pagano per fare del sarcasmo. Lo faccio perché è più forte di me. Ci sono state delle volte in cui – miseriaccia! – la situazione ha generato istintivamente la battuta e non ho fatto in tempo a cucirmi la bocca, suscitando la reazione: “Te non parli mai, ma quando parli … ”

Ecco. Appunto! A volte, il filtro non funziona.

Tap & Money

Tap & Money

Cosa minchia è un tap? Io ero rimasta al click.?!

Anyway. Sono in ferie … non facciamoci domande sul perché sia già in ferie a luglio e probabilmente rientrerò a settembre, salvo diverse indicazioni. Sono così stressata che ho accolto questo luuungo periodo di ferie come una manna del cielo, ma contemporaneamente sto riflettendo sui pro e i contro. I contro stanno vincendo, ahimè e ciò comporta decisioni da prendere. 

Non devo mettere piede fuori casa. Non devo mettere piede fuori casa. Tenendo conto che io sono un part time. Sì questo è uno dei contro … è facile capire come quasi 150 euro in un giorno siano un pugno nello stomaco. Ma la benzina dovevo farla e io faccio sempre il pieno; quella borsa era veramente carina tutta giaaaaaalllla; anche quelle scarpe erano molto carine.- se tiro un calcio a qualcuno lo uccido; e – cavolo! La rasatura non era più ormai una rasatura, quindi mi è toccato rifare l’undercut. Altre 70 euro che ho pagato con la carta di credito. 

La gente si stupisce perché sembro una piena di soldi quando apro il portafogli e tergiverso sulla modalità di pagamento. “Come ti pago … dunque … vediamo.” In realtà, in quella manciata di secondi, i miei neuroni da assalto stanno analizzando simultaneamente: andamento del c/c, risparmi diversificati, saldo prepagata, contanti nel portagoglio, spese effettuate fino a quel momento a partire dall’ultimo prelievo/ricarica, uso carta di credito, proiezione dell’ultimo addebito, spese previste nell’immediato futuro. Analizzati tutti questi elementi, estraggo 10 euro dal portafoglio ritenendo che in quel preciso momento il pagamento in contanti sia la scelta migliore.

E poiché rientro in quella categoria di persone che – attenzione! – Ha risparmi che le fruttano uno sputo di interesse, ma lo fruttano, forse i miei metodi hanno un fondamento psico-economico. 

Forse.

P.s. ma in sto posto entrano solo cani della stessa razza?

Due cose che non sopporto.

Due cose che non sopporto.

Le reazioni su youtube.

Perché?
Perché?
Perché?

Fatemi capire, perché diamine la gente posta video che mostrano le sue reazioni nel guardare l’episodio di una serie tv.
Esempio: Game of Thrones 6×09: reactions.
Qual è l’utilità? Il senso?
Mi stai forse implicitamente dicendo che se rido mentre guardo la Battaglia dei Bastardi, ho sbagliato qualcosa?
Vuoi mostarmi che sei in grado di esprimere le emozioni giuste?
Ma porca miseria!
Chissenefrega!
L’ho vista anche io la Battaglia dei Bastardi e ho temuto per la sorte di Snow anche se sapevo benissimo che un personaggio resuscitato tre puntate prima, non lo ammazzi così, anche se ti chiami Martin o Benioff-Weiss.
Altra cosa che mi irrita un po’ – corollario dei video reazioni – sono le persone che quando ti parlano di un film/serie tv/cazzi e mazzi, ci tengono a precisare che hanno pianto!
Cioè, fammi capire, se non mi commuovo quando ti commuovi tu, sono una merda!? O, stai cercando di farmi intendere che sei una persona sensibile capace di cogliere il pathos.
E parla una che singhiozza! Per fortuna queste cose accadono quando non c’è nessuno attorno a me… Ecco perché vado al cinema da sola, a orari assurdi!

Fotografare i piatti.

Perché?
Perché?
Perché?

Ok, qui ci sono delle eccezioni.

Ti piace cucinare, quindi vuoi trarre in futuro ispirazione da un piatto particolare che ti hanno servito in quel ristorantino tanto carino a Rio de Janero? Ci sta! Te lo concedo.

Lavori per riviste di cucina e quindi fotograre piatti ti aiuta a portare la pagnotta a casa? Ci sta! Te lo concedo.

Hai un blog di cucina? Ci sta! Le foto dei piatti ti servono per dare colore alle tue ricette! Ergo, ti concedo anche questo.

Riempi il tuo profilo di social network di foto alimimentari? No! Non te lo concedo! Chissenefrega! A me non interessa quello che mangi tu, mi interessa quello che mangio io! E seconda cosa, le foto dei piatti sono esteticamente orribili!!!
La maggior parte sono realizzate in virtù dell’utilità: ovvero, mostrare l’entità della portata. Quindi, la maggior parte delle persone fotografa alzandosi in piedi e inquadrando dall’alto.
Vi rendete conto che oltre ad essere inutili, sono pure brutte foto?

 

 

Vorrei appartenere a una specie aliena superiore, essere un antropologa, e studiarvi! Spero di esserlo nella mia prossima vita.

Parole

Parole

Non è che la sappia proprio spiegare questa cosa. Mi piacciono in quanto associazioni di lettere. Ci sono parole che trovo splendide. Sono proprio belle. Crepuscolo è una parola bella. Anche bagliore. Mare è una splendida parola. Se una parola mi piace particolarmente, voglio capire da dove viene, che storia ha, che evoluzione ha avuto il suo significato. Al mio amore per la parola, è legato quello per la letteratura. Scrivo da anni ormai. Ho pagine e pagine di storie, diari, lettere, pensieri sparsi. Questo è il quinto blog (o il sesto che ho aperto). C’è questo disperato bisogno di scrivere, al quale non riesco a rinunciare. Ma accanto a questo bisogno, ne esiste un altro: quello della condivisione. Una condivisione un po’ particolare, perché non è mirata. E’ come il messaggio in una bottiglia. La metti in mare, ma non sai se arriverà da qualche parte. Non sai nemmeno se qualcuno ci sarà a tirar fuori il messaggio da questa benedetta bottiglia. Però non importa e lasci che le onde la portino via da te. Io sono ciò che un blogger non dovrebbe mai essere.