House. Home.

House. Home.

Questa sera, saranno passati dieci giorni da quando mi sono trasferita. Mi sento ancora un ospite in casa mia, sebbene essa corrisponda esattamente ai miei desideri e se il proprietario la vendesse la comprerei subito.

Ma dubito lo faccia, dal momento che è veramente bella. La mia stanza da letto è così grande da sembrare vuota. Ci sono ancora in giro le borse e dai miei sono rimaste ancora molte cose che mi servono. Così una mattina sono andata al lavoro con i pantaloni che quasi mi cadevano perché non avevo la cintura e una sera ho dovuto rinunciare a passare l’aspirapolvere perché mi mancava l’adattatore.

Ci sono ancora alcune cose che mi servono, ma ho visto il mio estratto conto e sono quasi svenuta. Quei soldi devono bastarmi fino al prossimo stipendio e ho un viaggio a Berlino da tener presente.

A proposito di viaggi, a Vienna non ci sono andata. Troppe spese e ho preferito non prendere giorni al lavoro.

La mattina mi sveglio alle 6 meno un quarto e esco di casa alle 6.30. In quel lasso di tempo riesco a fare veramente poco. Ammetto di essere lenta. Però il mattino è così.

La sera, arrivo a casa verso le 19.30. Se non passo dai miei, ho tempo fino alle 22.30 per fare quello che devo fare. Poi comincio ad avere sonno. Probabilmente è l’abitudine ai nuovi ritmi o forse i ritmi sono in effetti sostenuti.

Ogni giorno mi vengono in mente cose da fare, o da comprare. Ma poi mi viene sonno e… niente, rimando tutto a domani. Ma il domani non arriva mai.

Guardandomi indietro mi sono resa conto che in un modo o nell’altro ho sempre ottenuto quello che volevo e se non accade è perché in realtà non mi interessava.

Ho dato un’occhiata ai miei buoni propositi. Lavorare per una grande società, viaggiare di più, prendere casa. Ho realizzato i più importanti. Quelli che ti cambiano la vita.

L’altro giorno mi è capitato di sentire un amico del passato. Forse dovrei definirlo un conoscente. Ma io, a volte, non faccio distinzioni, e attribuisco a tutti la stessa importanza. L’ho sentito per caso e… Non ho provato niente. È stato come scambiare il buongiorno sul treno al tuo vicino di posto.

A volte mi dico: Non farò più entrare nessuno! Ma non accade mai. Faccio sempre entrare qualcuno. Perché, in fondo, le persone mi piacciono. Per questo dirò loro Addio!

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Panta rei

Panta rei

Stavo pensando al passato. Non con fare nostalgico. Pensavo al passato e riflettevo su quanto poco ricordassi del passato. Persone che per me erano state importanti si riducono a pochi frammenti contornati da un’emozione che è il ricordo di un’emozione.

Noi offriamo noi stessi al Tempo. La nostra giovinezza. La nostra eternità. Il Tempo cura, risana, salva, ma in cambio esige in pegno noi stessi.

Così noi invecchiamo, dimentichiamo.

Sono stata una bambina che fissava la propria mano e s’interrogava sulla reale esistenza della sua forma, turbata, affascinata, dalla consapevolezza che ciò che appare non è ciò che realmente è.

Anche oggi, sono la stessa bambina di allora che fissa la sua mano alla ricerca del vuoto, del modo per liberarsi dell’illusione del suo essere.

Il mattino mi sveglio alle 6.00. Milano alle 8.00 è una città che già freme al massimo della potenza. I gesti sono sempre gli stessi. Così come i passi. L’andatura rapida. Nessuna azione inutile. Sei già stanco e non hai nemmeno iniziato. Il brusio ininterrotto di Garibaldi. Il violino che ti accoglie alle 7.40. Sempre la stessa canzone.

Ormai considero la sede lavorativa come una seconda casa. Non so cosa mi riserverà il futuro, ma so che mi piace. Sono stanca la sera e non riesco a fare nulla, ma non importa.

Accetterei un lavoro vicino a casa? No. Mi trasferirei a Milano? Nemmeno. Il mio lavoro mi soddisfa. E adoro la casa dove andrò a vivere. Ho pochissimi amici perché non li so gestire. Mi affeziono in un attimo alle persone e altrettanto rapidamente me ne dimentico. A volte, sembra quasi che dica: “Ti prego! Non lasciarmi andare! Trattienimi, perché io non sono capace.”

Però non lo dico mai.

Lascio che tutto scorra.

Luna?

Luna?

Ho ripreso a scrivere il blog, perché avevo cose da dire. Alcune cose me le porto dentro da una vita. Sono idee che ho maturato, sguardi con cui osservo il mondo. Altre sono impressioni fugaci che durano solo il momento in cui le formulo.

Sono una persona fluttuante. Che un giorno afferma con ardore una cosa, il giorno dopo è capace di dire tutt’altro. All’occorrenza indosso una maschera e mi rapporto all’ambiente, alle persone. Uno dei miei libri preferiti è Uno, nessuno, centomila di Pirandello. Uno dei miei film preferiti è Persona di Ingmar Bergman.

Se qualcuno dovesse chiedermi: Quando sei con me, chi sei? Io non saprei rispondergli. Una volta stavo guidando e mi è preso il panico. Ho stretto il volante e ho pensato: Chi sono? Amo davvero le persone che dico di amare, o la mia è solo una convenzione sociale? Le cerco perché sento la loro mancanza, o per una questione di calcolo?

Ho visto il vuoto. La desolazione. L’artificio del mio io. La disperazione di essere una menzogna. Di essere il mero risultato della società. Un prodotto fatto e finito.

Una mattina ero in Garibaldi e l’orrore mi ha presa. Davanti a me un flusso di persone che camminava compatto e ho visto le loro catene e le mie. Volevo gridare. Correre via. Ma non l’ho fatto, perché la vita è questa e a me non piacciono le persone che fuggono dalla vita.

Viaggio, perché viaggiare è un modo per coltivare il mio io. Viaggio da sola perché sono diventata insofferente agli altri.

Sono quasi certa che ci sia un’ombra di follia in me, tenuta a freno da una ferrea logica, però a volte mi sfugge e mi comporto come se fossi folle.

Una delle domande-affermazioni più stupide che abbia sentito è: “Cos’è la normalità? Definisci la normalità.”

È molto semplice. Normalità è tutto ciò che non sorprende un ipotetico campione di persone xyz. Se la persona che hai di fronte non è stupita allora hai buone probabilità di non aver fatto niente di strano, ma può anche essere che sia folle come te, allora prendila a braccetto e andate a danzare al chiaror della luna.

Me and MySelf

Me and MySelf

Sono seduta davanti al pc da più di mezz’ora e vorrei scrivere un post; ho iniziato a scriverne uno e, a un certo punto, mi sono resa conto che non stavo dicendo nulla. L’ho cancellato e ho iniziato a scriverne un altro, ma mi sono fermata di nuovo: scrivevo cose che già sapevo e scrivere cose che già si conoscono, annoia.
Quindi, adesso sto scrivendo un post per la terza volta, spiegando perché questa è la terza volta che scrivo un post.
Il senso di tutto è: perché a volte le dita battono sulla tastiera che è una meraviglia, le sinapsi galoppano, e tu scriveresti un libro e, invece, altre volte non riesci nemmeno a mettere in ordine una frase?
Di cosa sono fatte le idee? Dove inizia l’introspezione?
Io ho una vita piena; l’ho riempita nel corso del tempo. Io occupo buona parte del mio spazio; un’altra parte è occupata da un lavoro che mi piace; i miei amici e colleghi occupano un altro spazio; poi ci sono i viaggi, i libri, i tramonti, le fotografie che immortalano gli attimi; i desideri; le speranze e le gerbere; le città che si specchiano nelle acque; e il caos vivo di Milano, quello in cui mi immergo ogni mattina e dal quale fuggo di sera. Presto arriverà l’estate e una cosa che amo dell’estate è l’assenza e il canto delle cicale, quando l’aria sembra trasformarsi in una barriera che separa questo mondo da un altro.
Quindi, cosa mi porta a scrivere, cosa mi porta a tacere?
Ho tante cose da raccontarvi, molte più di quando non avevo nulla da dire e forse è questo il motivo. Forse alcune persone vengono sopraffatte dalla realtà e quando la realtà si fa intensa, non c’è più spazio per il virtuale. O forse, il problema è più semplice e banale. Forse è solo mancanza di tempo e stanchezza. Arrivi a casa, e tutto quello che vuoi è fare una doccia e buttarti su un letto. Non esci più. Mangi perché devi. Respiri perché il cuore batte incondizionatamente. Vivi. Non sopravvivi. Vivi davvero e vivere davvero stanca parecchio.
Oggi sei più di ieri. Sei meno di domani. Sei arrivata in un punto e cerchi una nuova direzione.
Chi sarò domani? Dove sarò? Con chi sarò?
Non lo so. La vita è bella perchè è imprevedibile. Tu pensi di essere in un posto e sei da tutt’altra parte . Pensi che quella persona starà insieme a te per sempre e invece il sempre non esiste, esiste solo nell’attimo. Nel battito di ciglia. E’ l’imprevidibilità a rendere bella la vita, a farti fremere i polsi, sgranare gli occhi, battere il cuore.

Progetti 2017: – 1

Progetti 2017: – 1

Sul finire del 2016 ho lamentato una certa insoddisfazione. Il mio 2016 è stato particolarmente noioso, un anno che definirei banalmente piatto, così qualche giorno dopo l’inizio del nuovo anno ho scritto una serie di progetti per il 2017, certa di essere in grado di portare a termine solo il settimo. In realtà, il -1 del titolo si riferisce al primo progetto.

Ebbene sì, cambio lavoro. Nuovo lavoro, stipendio più alto, nuove possibilità di crescita. Etc … Questa nuova opportunità è scaturita da una serie di situazioni favorevoli, ma io sono sempre stata convinta che un buon lavoro lo ottieni perché sei al posto giusto, al momento giusto. Certo la professionalità di una persona è importante, ma spesso noi lavoriamo in un certo posto perché abbiamo detto no a qualcosa d’altro e perché qualcuno non ha visto l’annuncio o qualcun’altro ha rifiutato. Salvo eccezioni, siamo tutti sostituibili, dal punto di vista professionale; non lo siamo, però, in quanto persone.

Con il job act dimettersi si riduce a una comunicazione telematica. Poiché mi sembrava molto triste e squallido ho deciso di scrivere una lettera di ringraziamento alla mia ex capa, perché è una delle persone più belle che abbia mai incontrato, il che non significa che abbia lavorato bene per due anni. Anzi. Ci sono state parecchie cose che non sono andate per il verso giusto, ma nonostante le difficoltà lavorative si è creato un buon rapporto di amicizia e di fiducia. E ciò è bene.

Potrei dare moltissimi consigli per aiutare nella gestione dei rapporti umani, ma non lo farò perché credo che è un tipo di intelligenza che possiedi o non possiedi. Se l’interesse per gli altri non è genuino, generarai solo falsi sorrisi.

Ma facendo un paio di passi indietro… Nuovo lavoro, nuovo ambiente, nuovi colleghi, nuove sfide, nuovi stimoli. Molto entusiasmo e voglia di mettermi alla prova.

Molti lavori sono di nicchia, e t’impediscono di ricollocarti, perché esaurita quella domanda non sai più dove sbattere la testa. Io sette anni fa ero in quella situazione. Trent’anni, disoccupata, nessuna laurea, esperienza lavorativa di nicchia, con quasi tutti che si sentivano in dovere di mettermi al corrente su quanto la mia situazione fosse complessa. Io ascoltai tutto, ma trattenni solo quello che mi serviva.
Il lavoro ha un’importanza capitale nella vita di una persona, tant’è che la domanda Che lavoro fai? Si colloca ai primi posti. Finché un lavoro c’è l’hai nessun problema, lo dici e morta lì. Il problema è quando non ce l’hai.

Ergo, il lavoro è importante. Non per gli altri, ma per te stesso. Perché ti permette di realizzarti come persona, ti conferisce un posto sociale e ti fornisce i mezzi per essere indipendente.

Questo è il motivo per cui io non vado molto d’accordo con gli scoraggiati. E una persona che legge il mio blog potrebbe ribattere, parli bene tu che inizi a cercare lavoro a dicembre e a febbraio te ne propongono uno! Beh, parlo, perché io ho passato 4 anni a mandare cv con una media di 30 al giorno; nell’ultimo periodo anche 60. Senza contare tutto il resto.

Quindi, diciamo che ho ampiamente guadagnato il diritto di sputare sentenze, ma non lo farò. Anzi tendenzialmente, mi faccio i cazzi miei.

Nell’altra vita cacciavo gazzelle e sto a Ravenclaw

Nell’altra vita cacciavo gazzelle e sto a Ravenclaw

ravenclawCi ho provato. Che nessuno dica che io non ci abbia provato. Avevo deciso di adottare una dieta vegetariana, la quale avrebbe migliorato il mio intestino.
Sono durata un mese senza carne e sono arrivata alla conclusione che esistono esseri umani, di cui io faccio parte, che si nutrono di carne non per abitudine, ma per una sorta di necessità.

Ovviamente io voglio conoscere, stringere la mano, e fare una foto insieme a chi ha ideato lo spot del Panettone Motta. Geni assoluti! Motta Forever! Altro che il Fertility Day e la Campagna Pro Sì del Referendum. Ci voglio lavorare anche io alla Motta/Bauli.

Secondo Pottermore io sarei una Ravenclaw.
Ovviamente.
Sarei mai potuta essere una Hufflepuff? Io? Una Hufflepuff! Sono tanto carini gli Hufflepuff, ma non c’azzecco niente con i tassi.
Sarei mai potuta essere una Grifondoro? Io, che in caso di pericolo, urlo: Prendi lui! Prendi lui! E sarei pronta a dire tutto pur di salvarmi il culo! Questo fa molto Slytherin.
Ma Pottermore ha decretato che l’acume batte l’egoismo e ha riconosciuto il mio genio svampito e molto alla Luna Lovegood.
Sempre Pottermore ci ha impiegato una vita a trovare il mio Patronus … very unusual, very unusual … blaterava. Alla fine si è arreso e ha creato niente po-po’ di meno che il Gufaquila! Che fondamentalmente è ha il profilo di un’aquila che ha mangiato troppo.
Ah, la bacchetta. Per stare in tema: acacia con piuma di fenice. Acacia. Pare che sia una bacchetta molto capricciosa e insolita, difficile da piazzare. E te pareva!

Buoni e irrealizzabili progetti per il 2017

Buoni e irrealizzabili progetti per il 2017

L’altro giorno ho sognato che casa mia tremava; no, non è esatto, più che tremare, tutto lo spazio visibile convergeva verso qualcosa, si deformava. Ho provato a cercare il significato del sogno ma non sapevo come definirlo: alterazioni elettromagnetiche? scosse sismiche? alterazione spazio-temporale?
Fatto sta, che ricordo con certezza la mia voce – o era quella di qualcun altro? – che all’affermazione: “Il terremoto!” ribatte: “No! Questo non è un terremoto.”
Quindi, deduco di non aver sognato un terremoto.
Ah, già, giusto, era la prima notte dell’anno.

Il primo gennaio io sono sempre depressa. Sono depressa perché un anno se n’è andato e io sono un’eterna insoddisfatta, ergo mi guardo indietro e penso sempre: “Un anno sprecato!” Poi, guardo avanti e penso: “Due palle! Un nuovo anno.” Insomma, sono piuttosto uno zombie il primo dell’anno e non per i bagordi della notte precedente. Io non festeggio la fine dell’anno! Faccio le stesse cose che facevo il 30 dicembre. Tento di ignorare questa festa il più possibile.
Dalle mie parti – beh, non proprio dalle mie parti, ma abbastanza – un adolescente ne ha sfregiato un altro perché gli aveva chiesto: “Cosa fai per Capodanno?”
Non so, qualche domandina sulla vita, sul mondo, su varie cose, te le poni. Giusto un paio.

Ma comunque, il 2017 è iniziato ed io ho deciso che farò una breve lista delle cose che intendo fare entro il 31-12-2017. Cose, per altro, indipendenti dalla mia volontà e quindi non di facile realizzazione.

1) Trovare un nuovo lavoro che comporti un miglioramento delle mie condizioni economiche/lavorative.
2) Prendere un monolocale/bilocale
3) Migliorare l’inglese
4) Comprare una reflex e fingere di saper fare fotografie
5) Viaggiare di più
6) Perdere qualche chilo – no! Non è vero, non mi serve, ma è un must;
7) Leggere TUTTI i libri che ho in casa e che non ho mai letto è__é
8) ……………..

Solo 7?
Tenendo conto che probabilmente l’unica cosa che riuscirò a portare a termine è la settima, sì, sette sono più che sufficienti.
Va da sé che dalla 1 ne dipendono altre, ergo, sta al primo posto.

Menedevoandare Menedevoandare Menedevoandare Menedevoandare
Respira.
Non sclerare come tuo solito!

Oh, mi è venuto in mente l’ottava.

8) Finire le storie che ho iniziato. Ok, diciamo Procedere con !