Dream.

Dream.

Ho fatto un sogno – come mio solito. L’ho fatto dopo un periodo in cui avevo smesso di sognare. Scherzando, attribuivo la colpa all’ametista che S mi aveva regalato, che l’ametista, si sa, favorisce l’attività onirica.

Ho letto che le coincidenze sono legate a una capacità superiore di percepire il reale, cogliendo nessi che altri non sono in grado di cogliere. In tal modo, si manifesta una sorta di preveggenza.

Ma comunque, io non ho mai sognato persone diverse da quelle che conosco. O meglio, non sono mai riuscita a vedere il volto degli sconosciuti. Ma questa volta l’ho visto chiaramente. S. sostiene che abbia aperto un canale e che questa persona o l’ho incontrata nella mia vita precedente o la incontrerò in futuro. Io sostengo di aver mangiato pesante.

Ora, che ne sappiamo noi che tutta questa quantistica, materia e via dicendo non sia collegata in qualche modo? E se il tempo non è lineare, alzandomi sulle punte potrei vedere un po’ più in là?

Penso anche che dietro i sogni si nasconda il modo in cui il nostro inconscio collega i fatti e a livello inconscio siamo tutti nettamente più intelligenti.

Io sogno spesso cose riguardanti il divino e, scherzando, mi capita di dire che quando morirò mi accoglieranno con un “Ben tornato, Signore.” – Uso il maschile come forma neutra. Il che paradossalmente potrebbe pure essere vero. Potrei aver scelto di alterare i miei ricordi. Un dio che rinuncia all’onniescienza.

In tali termini, tutto potrebbe essere vero. È il meccanismo alla base del complottismo. Io nutro un cordiale disprezzo per i complottisti, per i detentori di verità scomode. Perché il complotto è alla luce del sole, tra le pagine dei giornali, nel non detto. La verità si nasconde in piena luce.

Ma tornando ai sogni, i miei sono interessanti.

Mi è stato detto: “Tu hai qualcosa di altri pianeti”. Ho sorriso. “Cosa?” “Non so. Qualcosa.”

Possiamo plasmare la realtà come più ci aggrada. Intrecciare le coincidenze e farne segni del destino. Possiamo credere in qualsiasi cosa o in niente.

Ricordo spesso i miei sogni. Non sono nuova ad attività oniriche. I sogni mi piacciono perché sono ponti verso altri mondi, te stesso.

Ci sono sogni, quasi totemici, che ti restano attaccati per anni, la cui visione ti accompagna ovunque. Quando ero una bambina vidi o credetti di vedere un lupo. Non era un sogno vero e proprio, ma era come se il velo della realtà si fosse squarciato ed io avessi visto al di là di essa. Probabilmente, mi era stata raccontata una favola che mi aveva influenzato. Eppure io quel lupo lo rivedo nella mia testa ancora, dopo anni. E ci sono affezionata. Lo vedo glorioso, la zampa appoggiata a quella ruota, il cielo azzurro perfetto e l’ erba verde. Eppure, per quanto ci pensi, non ho mai più sognato un lupo.

Aetna – Linguaglossa

Aetna – Linguaglossa

Daphne Cneourum's Stories

Anno 1973

L’uomo davanti al portone della chiesa masticava tabacco. Era grosso tanto quanto Calò, e aveva le mani grosse come quelle di Calò. Sedeva a gambe larghe, con i pantaloni sbottonati e i sandali consumati e colorati di polvere.
Angelo lo guardò di sbieco, con le sopracciglia aggrottate.
«Se vado da questa parte, c’arrivo alla montagna?»
La montagna. Gli abitanti di Linguaglossa era così che chiamavano l’Etna.
L’uomo rispose con un cenno del capo che lui prese per un sì.
Si lasciò alle spalle la chiesa e per un po’ continuò a sentire gli occhi dell’uomo su di sé. Poco importava, che guardasse pure.

La strada si snodava tra due file di case, l’una diversa d’altra. Stuccate o con i mattoni in vista; dipinte di giallo; con i grappoli di glicini che piovevano dalle finestre; a uno o più piani; appena costruite, o tanto vecchie che sembravano reggersi per…

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Aetna – Prologo

Aetna – Prologo

Daphne Cneourum's Stories

For this freedom
I have given all I had
For this darkness
I gave my light
For this wisdom
I have lost my innocence
Take my petals
And cover me with the night

Emilie Autumn, Rose Red

Anno 1986

Si guardò le mani.
Queste mani… hanno portato la giustizia per il mondo.
«Ti guardi le mani con orgoglio, Deathmask. Sei fiero di essere colui che ha ucciso il più alto numero di persone nella storia dei Gold Saint?»
«I volti nella mia casa. Le mie vittime. Sono la testimonianza della mia potenza. Non c’è altro modo per dimostrare la forza…»
«Una ben macabra moneta per misurare la tua forza.»
Aphrodite stringeva delicatamente il gambo di una rosa rossa.
«Te ne faccio dono, Deathmask.»
Deathmask arretrò senza volerlo. I denti stretti. Una rosa.
Aphrodite affondò il volto nei petali.
«Una rosa. Così bella, Angelo, ma così …» dal suo pugno chiuso…

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Le Armonie di Werckmeister

Le Armonie di Werckmeister

Ho rivisto “Le Armonie di Werckmeister”, film del regista ungherese Béla Tarr.
A Béla Tarr ci si arriva gradualmente, altrimenti il rischio è quello di non comprendere la sua estetica.
Basta pensare che Satantango, da molti definito capolavoro, dura ben sette ore.L’ho visto? No,le trovo sette ore. 
A Béla Tarr ci si arriva, magari, dopo Ingmar Bergman, dopo Tarkovskij, dopo certa Nouvelle Vague, dimenticandosi Hollywood e tornando in Europa.
Credo sia importante, quando si decide di guardare un film, informarsi. Si evita così di dover lasciare la sala mezz’ora dopo l’inizio, perché non era come ci si era aspettati.
Quindi, Béla Tarr va approcciato con i piedi di piombo.
Innanzitutto, c’è da sapere che usa il bianco e nero e che la sua estetica cinematografica è la dilatazione o rallentamento temporale attraverso lunghi piani sequenza.
Le Armonie di Werckmeister ne conta 39; se non vado errata, da quello che ricordo, Il Cavallo di Torino, molte meno.
Questo modo di fare film è totalmente diverso, ad esempio, dalla cinematografia classica hollywoodiana.
Esempio. Scena di dialogo tra due persone. Nel modo classico, avremmo un alternarsi di inquadrature tra i due soggetti. Con il piano sequenza, invece, verrà scelto un punto di vista e verrà tenuto per tutta la durata del piano sequenza: la camera può restare fissa oppure può muoversi, scorrere.
Béla Tarr usa entrambe le tecniche, talvolta integrandole l’una all’altra. Parte da un piano sequenza fisso e poi comincia a muovere la camera.
Il Cavallo di Torino, invece, dovrebbe avere unicamente piani sequenza fissa o quanto meno la maggiorparte.
Tornando a Le Armonie di Werckmeister. Non mi è mai piaciuto descrivere le trame dei film o dei libri. Sono cose che possono essere tranquillamente lette in rete.
C’è una scena meravigliosa, però.
L’insurrezione ha trascinato la gente nelle strade; dietro loro, l’ombra del potere militare pronto a ristabilire l’ordine attraverso la dittatura. La massa compatta di insorti marcia verso l’ospedale, senza dialoghi, senza musica di sottofondo; entrati nell’ospedale, Tarr ci mostra la violenza dei colpi a una categoria di persone che, per loro stessa natura, consideriamo indifesi: i malati.
Gli insorti li prendono a bastonate, li buttano giù dal letto, distruggono apparecchiature mediche, corrono da una parte all’altro, fino a quando, entrati in una stanza e presi a bastonate gli occupanti di un letto, due di loro non aprono una tenda. Ed è a quel punto che la musica inizia. Il biancore è accecante. In una vasca, in piedi, c’è un vecchio nudo.

Credo che sia una delle scene più crude e terribili di tutta la cinematografia. Oh, non c’è sangue, non ci sono urla, non c’è niente di quello che potrebbe farti storcere il naso. C’è solo questo vecchio.
Si potrebbe dire che gli insorti dopo aver colpito senza pietà i malati, non siano riusciti a fare nulla contro un vecchio che rappresenta quanto di più indifeso possa esserci.
Oppure, che il vecchio sia uno specchio che riflette il futuro, noi stessi. Noi adesso siamo giovani, forti, bellissimi – chi più, chi meno; ma alla fine saremo come quel vecchio. I figli del futuro non ancora nati ci guarderanno con disprezzo: “Guardatelo! Quel vecchio!” Ma un tempo siamo stati splendidi; un tempo tutti i vecchi che guardiamo con sufficienza, sono stati giovani e forti.

Quindi, ecco, credo che Béla Tarr sia un regista meraviglioso.

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È infastidita.

È infastidita.

Ma si può sapere perché certe persone sentono la necessità di sapere cosa io faccio nel mio tempo libero?

Saranno cazzi miei se io voglio passare il tempo fissando il soffitto.

C’è una legge che lo vieta? No, naturalmente no. Limito la libertà altrui? Non mi sembra. Ti do fastidio? Che minchia ci fai in casa mia?!

Ovviamente, non fisso il soffitto, ma se c’è una cosa che non sopporto è dover spiegare a persone per le quali non nutro alcun interesse ciò che penso, ciò che desidero e ciò che faccio. 

Grazie agli dei, non siamo tenuti ad essere amici di tutti.