“Rag’n’Bone Man – Hard Came the Rain”

 “Rag’n’Bone Man – Hard Came the Rain”

Sono andata completamente in si fissa con questo brano dal weekend

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Torino

Torino

Fino a qualche giorno fa io non conoscevo assolutamente l’esistenza dei Neko Café. Sono dovuta andare a Torino per scoprirlo.
Quando viaggio da sola sono molto brava: nel senso che creo mappe, mi segno i posti da vedere, i luoghi dove mangiare, ecc.
Poi capita che vada in giro alla cazzo e non sappia nemmeno se quello che sto guardando sia importante e conosciuto, oppure no.
Altro modo che uso per trovare i posti si basa sullo stesso principio del comprare un libro dalla copertina. Apro Google Maps, individuo una zona e mi faccio ispirare dai nomi. È così che ho trovato il Miagola a Torino. Da quello che mi sembra di aver capito è stato il primo neko cafe italiano. È un posto informale, country, e mi fa venire in mente quelle grandi cucine in legno vintage.
Nei neko café, i gatti sono lasciati liberi di interagire con i clienti.
Gatto mi ha accolta – lo chiamo Gatto perché si dice che il nome dei gatti sia segreto – con fusa e miagolii, la testina nell’incavo del collo. Credo che posti del genere siano terapeutici e riescano a infondere serenità. Sono fondamentalmente tranquilli, contraddistinti da una lentezza felina.
Io ho un buon rapporto con i gatti. Ai loro occhi sono probabilmente un’umana atipica. Non tento mai di prenderli in braccio, non pretendo da loro attenzioni. Generalmente li osservo, oppure lascio ciondolare la mano e Gatto arriva, se vuole e va via quando vuole.

Sempre a Torino, c’è il Neko Cafè, un posticino a due piani dove si mangia in compagnia dei gatti. Il menù per il pranzo presenta proposte che oserei definire curate. Giusto per intenderci, non si trovano piatti conosciuti.

Per quanto riguarda la cucina, io non la commento mai e non leggo mai le recensioni di coloro che si atteggiano a critici culinari e solitamente il piatto più elaborato che hanno mangiato sono le lasagne della nonna. A me solitamente interessa l’ambiente e l’eventuale particolarità del menù. 

Per me è importantissimo fare colazione, o pranzare in un posto gradevole. Ancora più dei prezzi o della qualità. Quest’ultima la valuto io senza curarmi delle opinioni altrui. C’è da dire che fino ad ora non mi è mai capitato di mangiare male. Ci sarebbero anche un po’ di cose da dire sulle opinioni altrui, che sono spesso del tenore: “… il pane però era insipido.” Ipotetica parte finale di una recensione a un ristorante toscano.

Di neko cafè ce ne sono altri in Italia, uno – tra l’altro – a Milano, in zona Centrale, che conto di visitare al più presto. 

Torino l’ho adorata, sebbene l’abbia sempre amata particolarmente. È una città raffinata, con i suoi palazzi, le sue piazze, i luoghi da vedere, i suoi bar e caffè, i suoi ristorantini, spesso piccoli e raccolti, ma curatissimi. È quasi aristocratica, a differenza di Milano che definerei opulente. Io amo particolarmente Milano, ad essere sincera. Ma è una città che guarda al futuro, mentre Torino volge ancora il suo sguardo al passato.

Senza contare tutto il bagaglio esoterico che si porta appresso.

Il Museo del Cinema è un posto assolutamente meraviglioso, pieno di oggettistica legata ai giochi ottici del barocco, sino alle prime macchine da presa; c’è poi un piano dedicato alla realizzazione di un film con spazi dedicati ad ogni elemento, sceneggiatura, montaggio, etc… La galleria delle locandine e altre cose che, secondo me ho mancato, ma per essere visitato bene necessiterebbe di mezza giornata, se non di più.

Una cosa a cui ho pensando guardando i disegni di Toulouse-Lautrec è stato a quanto fosse abile a rendere qualcuno con pochi tratti. Una parte della mostra è dedicata agli schizzi. Toulouse disegnava spesso, riutilizzando più volte lo stesso foglio. Ebbene, io credo che lui sapesse cogliere l’essenza di ognuno: una particolarità del volto, la postura… cose che ti facevano dire è lui.

In Via Principe Amedeo – io alloggiavo lì – c’è un posticino carinissimo, lo Sweet Lab, non troppo grande con dettagli delicati : le tazze a fiori, le posate decorate e un menù da brunch britannico.

Sempre lì in zona c’è Mum, un posto dove puoi comprare polpette. Un po’ come il Ciccilla di Milano.

Credo che ci tornerò molto presto. 🙂

Cremona

Cremona

dsc03757Cremona è una città tranquilla. Ha due tra le più belle piazze d’Italia, vicoli dal sapore medievale e un itinerario di negozi storici, tra cui diverse pasticcerie.
I dolci sono favolosi a Cremona. Una delle migliori pasticcerie da su Piazza del Comune. Paste così buone che valgono un ritorno – anche in giornata.
Il Museo di Stradivari è uno dei migliori musei che mi sia capitato di vedere per l’interattività che offre. E così, anche chi come me non sa nulla può vedere e capire cosa c’è dietro la creazione di un violino. Mi rincuora il fatto che i violini non possano diventare oggetto della produzione di massa.
Ovviamente Cremona è disseminata di liutai.
Uno degli inconvenienti dell’avere l’albergo nel centro storico è il casino notturno. Nel dormiveglia immaginavo di aprire la finestra della mia camera e di lanciare oggetti dalla finestra. Naturalmente mi riaddormentavo con la rapidità di un pensiero.
Ci sono due posti dove far passare le ore a Cremona. Una è la Piazza del Comune. Ci si siede sui gradoni e si chiacchiera, si guarda la gente passare si legge un libro. L’ altro sono i Giardini che in autunno hanno colori meravigliosi.

Ah, giusto per la cronaca … non ci sono stata recentemente, ma il post era finito nel dimenticatoio

Il Principio della Notte – Prologo

Il Principio della Notte – Prologo

Per arrivare all’alba, non c’è altra via che la notte. 
Khalil Gibran 

Questo sole che sorge con lentezza, che si trascina verso l’alto con fatica. Questo sole che illumina senza giudicare, che non può chiudere mai gli occhi tranne quando Lei gli si pone davanti e gli sussurra con voce d’argento, Guarda me. Guarda me
Andrea aspira una lunga boccata dalla sigaretta elettronica alla quale si è convertito a inizio anno. La odiava, ma dopo un po’ ci ha fatto l’abitudine. Si passa una mano sul volto a stropicciare gli occhi stanchi e, senza dire una parola, afferra lo smartphone che l’agente De Luca gli sta porgendo. 
Adocchia il nome sul display illuminato e una smorfia di disappunto compare sul volto stanco. 
«Signore.» Attacca, gli occhi rivolti al cielo. 
La voce dall’altra parte è secca, nervosa. Andrea attende pazientemente la fine delle accuse e delle recriminazioni. Delle minacce. 
Il grido soffocato delle sirene in lontananza è un rumore in background, come la pioggia che cade per giorni e viene dimenticata. Ma il cielo è limpido ed oggi, Andrea lo sa, sarà un giorno sereno, magari con temperature superiori alla media, stando alle ultime notizie dal meteo. 
Ci vorrà tutto il giorno e forse la notte , pensa mentre il suo sguardo segue il movimento di una colonna di fumo che dalle parti di Corso Alighieri si leva fino al cielo schiarito dai primi bagliori dell’alba. 
Un sospiro stanco gli sfugge dalle labbra. Chiude la chiamata e restituisce lo smartphone all’agente De Luca. 
Ha accumulato una stanchezza lunga una vita nella notte appena conclusa, e non è certo che riuscirà a riposare abbastanza, nemmeno se potesse dormire per tre giorni di fila. 
Aggrotta la fronte, mentre fissa, senza realmente vederlo, un ragazzo caricato a forza su una volante. Si sofferma su dettagli inutili e caratteristici, come i dread rossi che fioriscono nella chioma leonina, o i pantaloni dal cavallo basso che se fosse stato suo figlio … 
Scuote la testa, realizzando istantaneamente l’inutilità di quei pensieri. Che importa del modo di vestire di tuo figlio, quando il mondo è andato in pezzi? 
Un elicottero sorvola il centro, mentre il crepitio degli edifici in fiamme sembra il sussurro di una folla di demoni. 
Dovrebbe fare qualcosa. Lo sa, ma tutto ciò che riesce a fare è stare lì, in piedi, le mani in tasca, a fissare la piazza: i cassonetti incendiati, le vetrine dei negozi infrante, un lampione divelto dall’asfalto, sradicato da una forza che gela il sangue nelle vene e disteso sul caratteristico porfido di Piazza di Santa Maria della Croce. 
Qualcuno grida. Hanno gridato così in tanti questa notte, che lui ha quasi paura del silenzio. 
Ha giurato di proteggere. Ha giurato di difendere. La sua auto ha sfrecciato per le vie di Selvacroce senza requie. È sempre arrivato in ritardo. 
Una folata di vento solleva la mozzetta del Cardinale Demitri. 
«Eccellenza.» lo saluta. 
L’uomo alza la mano chiazzata dalla vecchiaia. 
Non ha più il rubino, è il pensiero istantaneo che attraversa la mente di Andrea. 
«Qualche testa salterà, nei prossimi giorni, nelle mie e nelle sue fila.» è il saluto che gli rivolge. 
Lui annuisce. 
«Adesso la Chiesa rivedrà le condizioni del Patto.» 
Annuisce anche a questo. 
Se deve essere sincero, non gliene frega un cazzo. 
Sul volto incartapecorito del Cardinale compare una smorfia di disgusto. 
Andrea segue istintivamente la direzione dello sguardo dell’uomo. 
Claudia Verdiana Draconi è in piedi tra due agenti, i polsi imprigionati nelle manette d’acciaio. 
«Se vuole scusarmi, Eccellenza.» 
L’uomo gli concede il sommo diritto di lasciare la conversazione con un gesto della mano e s’incammina verso la Mercedes dalla quale era sceso. 
«Commissario Fabrizi.» lo saluta lei, il mento sollevato, l’oscurità negli occhi di ossidiana che è simile a quella della notte senza luna e dell’inferno più profondo. 
Lui rivolge un cenno del capo agli agenti che arretrano di un paio di passi, ma senza andarsene veramente. 
Fa scorrere lo sguardo sulla figura della donna, non con gli occhi di un uomo, ma con quelli di un poliziotto. Con gli occhi di qualcuno che vorrebbe capire, ma non ci riesce. 
Il cappotto dal taglio militare è abbottonato con precisione, i capelli mossi sfuggono dalla coda bassa a incorniciare un volto diafano screziato dalle strisce di sangue. 
Inarca il sottile sopracciglio, quando si rende conto che lui la sta fissando e un sorriso sghembo fiorisce sulle labbra cremisi. 
«La vedo affaticato, Commissario.» la voce bassa, un po’ roca. 
Lui si guarda riflesso nell’ossidiana che sono i suoi occhi. 
Sì, ha ragione. È stanco. Sarebbe meglio dire, che è distrutto, devastato. La camicia sfuggita ai pantaloni stretti da una cintura allentata, la barba sfatta ad ombreggiare il volto. 
«E’ stata una lunga notte.» è tutto quello che le risponde. 
Distoglie lo sguardo. 
Lei non dice nulla. Per un po’ Andrea si perde nell’osservazione impersonale della piazza, dei suoi colleghi che ancora cercano di rimettere in ordine le cose; si perde nei pensieri, nelle colpe. 
Torna a guardare Claudia Verdiana Draconi. Sul suo volto scorge un’ombra, una cupezza così antica da portarlo a chiedersi, per l’ennesima volta, chi sia veramente quella donna. 
«Non immagina cosa darei per una sigaretta.» dice lei, ad un tratto, senza guardarlo. 
Lui estrae quella elettronica dalla tasca. 
«Fa sul serio!?» gli domanda, le sottili sopracciglia che guizzano verso l’alto. 
«Hai ragione. Meglio smettere del tutto.» 
Solleva la mano e con movimento veloce chiama a sé l’agente Russo. 
La Marlboro ha un sapore acre, di condanna e piacere, aspira una lunga boccata, prima di offrirla alle labbra socchiuse della donna.
«Era proprio necessario?» le chiede, mentre lei reclina la testa all’indietro per soffiare fuori il fumo, la sigaretta stretta tra le dita di una mano imprigionata dalla volontà della Legge. 
«Chi può dire quanto profondi siano gli abissi, prima di caderci dentro, Commissario. O quanto oscura può diventare la notte.» 
«Tu lo sapevi, Claudia.» 
Sente la durezza nel suo tono, la rabbia repressa che si concretizza nel pugno serrato. 
Lei lo fissa, solleva entrambe le mani a togliere la sigaretta che pende all’angolo della bocca e la lascia cadere, volontariamente, involontariamente, chi può dirlo? 
Non gli dice nulla e lui non le chiede altro. 
Tutto ciò che gli rivolge è un sorriso adombrato dalla malinconia e il debole sussurro dei versi di una canzone conosciuta, mentre s’allontana, tra i due agenti, incontro al sole che si leva 

And I find it kind of funny 
I find it kind of sad 
The dreams in which I’m dying are the best I’ve ever had 
I find it hard to tell you 

Note dell’autrice: “Il Principio della Notte” quando l’ho ideato, mesi fa, non si intitolava “Il Principio della Notte”. Non aveva titolo. Non ero nemmeno certa di tramutarlo in una vera e propria storia. 
Non garantisco aggiornamenti periodici, ma l’impegno a giungere all’Epilogo; forse.
Il prologo anticipa eventi futuri, probabilmente coinciderà con l’Epilogo. 
L’ambientazione è italiana, ma Selvacroce è un luogo inventato, sebbene la somiglianza con Roma sarà palese. 
La canzone canticchiata da Claudia alla fine è Mad World di Gary Jules. 

Nell’altra vita cacciavo gazzelle e sto a Ravenclaw

Nell’altra vita cacciavo gazzelle e sto a Ravenclaw

ravenclawCi ho provato. Che nessuno dica che io non ci abbia provato. Avevo deciso di adottare una dieta vegetariana, la quale avrebbe migliorato il mio intestino.
Sono durata un mese senza carne e sono arrivata alla conclusione che esistono esseri umani, di cui io faccio parte, che si nutrono di carne non per abitudine, ma per una sorta di necessità.

Ovviamente io voglio conoscere, stringere la mano, e fare una foto insieme a chi ha ideato lo spot del Panettone Motta. Geni assoluti! Motta Forever! Altro che il Fertility Day e la Campagna Pro Sì del Referendum. Ci voglio lavorare anche io alla Motta/Bauli.

Secondo Pottermore io sarei una Ravenclaw.
Ovviamente.
Sarei mai potuta essere una Hufflepuff? Io? Una Hufflepuff! Sono tanto carini gli Hufflepuff, ma non c’azzecco niente con i tassi.
Sarei mai potuta essere una Grifondoro? Io, che in caso di pericolo, urlo: Prendi lui! Prendi lui! E sarei pronta a dire tutto pur di salvarmi il culo! Questo fa molto Slytherin.
Ma Pottermore ha decretato che l’acume batte l’egoismo e ha riconosciuto il mio genio svampito e molto alla Luna Lovegood.
Sempre Pottermore ci ha impiegato una vita a trovare il mio Patronus … very unusual, very unusual … blaterava. Alla fine si è arreso e ha creato niente po-po’ di meno che il Gufaquila! Che fondamentalmente è ha il profilo di un’aquila che ha mangiato troppo.
Ah, la bacchetta. Per stare in tema: acacia con piuma di fenice. Acacia. Pare che sia una bacchetta molto capricciosa e insolita, difficile da piazzare. E te pareva!