Luna?

Luna?

Ho ripreso a scrivere il blog, perché avevo cose da dire. Alcune cose me le porto dentro da una vita. Sono idee che ho maturato, sguardi con cui osservo il mondo. Altre sono impressioni fugaci che durano solo il momento in cui le formulo.

Sono una persona fluttuante. Che un giorno afferma con ardore una cosa, il giorno dopo è capace di dire tutt’altro. All’occorrenza indosso una maschera e mi rapporto all’ambiente, alle persone. Uno dei miei libri preferiti è Uno, nessuno, centomila di Pirandello. Uno dei miei film preferiti è Persona di Ingmar Bergman.

Se qualcuno dovesse chiedermi: Quando sei con me, chi sei? Io non saprei rispondergli. Una volta stavo guidando e mi è preso il panico. Ho stretto il volante e ho pensato: Chi sono? Amo davvero le persone che dico di amare, o la mia è solo una convenzione sociale? Le cerco perché sento la loro mancanza, o per una questione di calcolo?

Ho visto il vuoto. La desolazione. L’artificio del mio io. La disperazione di essere una menzogna. Di essere il mero risultato della società. Un prodotto fatto e finito.

Una mattina ero in Garibaldi e l’orrore mi ha presa. Davanti a me un flusso di persone che camminava compatto e ho visto le loro catene e le mie. Volevo gridare. Correre via. Ma non l’ho fatto, perché la vita è questa e a me non piacciono le persone che fuggono dalla vita.

Viaggio, perché viaggiare è un modo per coltivare il mio io. Viaggio da sola perché sono diventata insofferente agli altri.

Sono quasi certa che ci sia un’ombra di follia in me, tenuta a freno da una ferrea logica, però a volte mi sfugge e mi comporto come se fossi folle.

Una delle domande-affermazioni più stupide che abbia sentito è: “Cos’è la normalità? Definisci la normalità.”

È molto semplice. Normalità è tutto ciò che non sorprende un ipotetico campione di persone xyz. Se la persona che hai di fronte non è stupita allora hai buone probabilità di non aver fatto niente di strano, ma può anche essere che sia folle come te, allora prendila a braccetto e andate a danzare al chiaror della luna.

Autumn Rain

Autumn Rain

A volte incontriamo persone che restano con noi il tempo di una sera, o durante un matrimonio, o per un viaggio di tre ore. Ci sono persone che dimentichiamo anche se hanno condiviso con noi tante cose e altre che ci hanno concesso solo un attimo della loro vita che ricordiamo anche a distanza di anni. Io ricordo il lugubre aspetto dell’uomo che mi parlò del mio passato e del mio presente. E ricordo la personalità gaudente di colui che mi disse “Non ho segreti. Perché il segreto è un qualcosa che possono usare contro di te.” Molti sconosciuti li ricordo grazie alle mie fotografie: il ragazzo coreano seduto in un bar di Firenze, il trio di amici che avanza compatto, le sorelle islamiche che camminano abbracciate per le vie di Parigi, il pittore e i suoi quadri, il ragazzo che fissa una donna che passa.

Ancor prima di compiere vent’anni ero convinta che sarei morta prima di compierne trenta. Mi sarei consacrata all’eternità del tempo, sfidando le leggi della caducità della materia. Il mondo attorno a me sarebbe andato avanti, io avrei conservato la bellezza dei miei ventiquattro anni. Mi sarei fatta vetro. Cristallo che non muta.

C’è stato un tempo in cui sognavo il divino. Ho visto luoghi, incontrato divinità antiche. A volte, ma solo a volte, ho l’impressione che potrei sparire in una pioggia d’autunno. Camminare incontro alle gocce di pioggia e sparire nel nulla. Come se non fossi mai esistita. E a volte, ma solo a volte, vorrei che qualcuno mi afferrasse il polso.

Ma nella pioggia non ci sarà che la pioggia.

La Porta Stretta, Gide

La Porta Stretta, Gide

Sto leggendo, tra le altre cose, La Porta Stretta di Gide e la cosa particolare è che ho l’impressione di averlo già letto, ma non ricordo quando e dove.

L’amore raccontato da Gide è un tipo di amore che io non riesco a concepire. Un amore che pare nutrirsi solo dell’assenza dell’altro, che cresce con la lontananza dell’amato, che sembra quasi sparire al momento dell’incontro. Casto, platonico, ideale, privo totalmente di eros.

La distanza in amore non dovrebbe essere un motivo per amare di più, un qualcosa che ti fa quasi dire: “Ho bisogno di sentire la tua mancanza, per amarti.” Che senso ha? Non siamo l’uno, il premio dell’altro. Dovrebbe essere una nemica, qualcosa da annullare. A un certo punto, la lontananza dovrebbe cedere il posto alla quotidianità.

Ho quasi l’impressione, a volte, che chi rifiuta il quotidiano, tema il naufrago del sentimento. Ne La Porta Stretta i due protagonisti amano i rispettivi ideali e la quotidianità è nemica dell’ideale. Essa ti mostra l’altra persona nella sua interezza, ti obbliga a nutrirti dell’altra persona fino a quasi averne la nausea. Ma il punto è che la nausea non ti viene mai, che l’innamorato è sempre affamato dell’altro.

I protagonisti delineati da Gide sono bigotti, noiosi, in antitesi all’amore. Nel desiderio di elevarsi in Dio, si annullano in terra. Ogni loro gesto, ogni loro parola persegue l’estetica della Santità, l’amore disinteressato, l’agape in antitesi all’eros. Nella ricerca di tale perfezione l’amore si annulla. Alissa nel tentativo di sfuggire al destino del suo sangue, tesse la propria vita all’opposto di quanto aveva fatto la madre. Essa è, cristianamente parlando, colma di grazia, ma dal lato della vita Alissa è una distesa brulla, una striscia di terreno dove gli arbusti seccano e l’erba ingrigisce.

Elogio del cambiamento.

Elogio del cambiamento.

Sei contenta della tua vita? È una domanda che mi sono posta spesso in passato. Ci sono stati anni che la risposta non arrivava. Era una scrollata di spalle, il cipiglio severo di chi non sa bene cosa rispondere perché vive in un limbo. Non va proprio male, ma non va nemmeno benissimo.

Ci sono poche cose che ho imparato. Una è l’importanza del cambiamento e l’impermeabilità delle persone al cambiamento. La maggior parte delle persone si adatta a una situazione negativa perché ha paura dell’ignoto. E così vive anni accanto a una persona che si sforza di amare, abita una città che odia, si sveglia ogni mattina per fare un lavoro che le prosciuga lo spirito e le da in cambio solo un po’ di soldi.

A volte il cambiamento lo devi cercare, a volte ti piomba addosso e tu nemmeno ti rendi conto che stai già cambiando. C’è una sorta di idea da perseguire, un obiettivo, un fine a cui tendere.

Io penso in modo semplice, lineare. Sono arrivata a una simile sintesi di pensiero dopo anni di elucubrazioni, una matassa di vuote supposizioni, ipotesi, zavorre che appesantiscono l’azione fino a renderla impossibile. Quindi, se la persona che ti sta accanto non ti rende felice, lasciala. Se il lavoro che fai non ti soddisfa, fa di tutto per trovarne un altro, come se da questo dipendesse la tua stessa esistenza. Se la città dove vivi ti va stretta, ci sono molti posti dove puoi vivere.

Abbiamo paura di cambiare perché crediamo che ciò che ci circonda ci definisca. Ma noi siamo noi. In ogni dove. In ogni tempo. È il passo che spaventa, quel saltare nel vuoto, dove tutto ciò che vediamo è il buio. Ma il punto è che, il più delle volte, quel salto misura al massimo venti centimetri.

Io credo nella persona, credo nel suo potenziale, sono certa che ognuno sia capace di grandi cose. A volte sbaglia l’approccio, a volte è privo di una forte motivazione. Non sono il tipo di persona che la mattina si colpisce il volto gridando frasi di incitamento, ma sono quel tipo di persona che si muove meccanicamente forte della quotidianità dei gesti.

Un’altra cosa che ho imparato è il culto dell’ignoto. Ora sono su un treno, il paesaggio che passa accanto a me è pianeggiante, verde, il cielo cupo è basso all’orizzonte. So dove sto andando, perché è scritto sul mio biglietto, ma non so cosa accadrà, non so quali emozioni mi porterò a casa, al ritorno.

La vita è un po’ così. Puoi rivivere sempre gli stessi giorni, camminare sul tracciato imposto, e arrivare a sera lamentandoti di quanto la tua vita sia triste e noiosa. Oppure puoi decidere di vivere nell’incanto. Un giorno dovrei raccontare l’incanto.

La ricerca della bellezza

La ricerca della bellezza

Mi sono chiesta, cosa spinga le persone a viaggiare, a lasciare per un weekend, una settimana, un mese, i luoghi del quotidiano.
Si tratta di un bisogno, quasi una necessità, che può sorgere all’improvviso, durare un anno, oppure tutta la vita. Superficialmente, si può commentare che l’obiettivo di tali persone sia il mostrare agli altri un elenco di mete raggiunte il più lungo e il più originale possibile. Oppure, in modo altrettanto superficiale, si può credere che il viaggio sia una fuga da una vita insoddisfacente o, ancora, una moda. E non metto in dubbio che per molti, il viaggio sia proprio questo: una dimostrazione, una fuga, una moda.
Ci ho pensato un po’, chiedendo a me stessa: Perché viaggi? Ci possono essere diverse risposte a questa domanda, ma penso che la motivazione più vera sia la ricerca della bellezza. E viaggiare è un modo perfetto per scoprirla. La si trova nelle vie, nelle persone, nella forma delle nuvole, nei profili degli edifici che si specchiano nelle acque, nei colori del tramonto, nello splendore dell’alba, nelle sfumature di un mare d’inverno, nella presentazione di un piatto, nei corridoi di un museo. La si trova nei gesti, nei sorrisi, nelle cadenze linguistiche capaci di rendere le parole formule magiche.
La bellezza è forma che si fa sostanza. Essa basta a sé stessa. Non servono spiegazioni. Non serve profondità. È difficile da spiegare a chi non riesce a sentirne la completezza.
La Grande Bellezza di Sorrentino è stato un film che molti hanno criticato per la vuotezza del contenuto. Io l’ho adorato perché Sorrentino è riuscito a mostrare la Bellezza e quando la comprendi, quando riesce a raggiungerti, non puoi far altro che piangere. Quindi io rendo grazie all’ignoto di avermi resa una persona capace di vivere nella contemplazione della grazia della realtà.
Forse ha ragione S. quando mi dice: “È come se tu appartenessi a un altro pianeta.”

Me and MySelf

Me and MySelf

Sono seduta davanti al pc da più di mezz’ora e vorrei scrivere un post; ho iniziato a scriverne uno e, a un certo punto, mi sono resa conto che non stavo dicendo nulla. L’ho cancellato e ho iniziato a scriverne un altro, ma mi sono fermata di nuovo: scrivevo cose che già sapevo e scrivere cose che già si conoscono, annoia.
Quindi, adesso sto scrivendo un post per la terza volta, spiegando perché questa è la terza volta che scrivo un post.
Il senso di tutto è: perché a volte le dita battono sulla tastiera che è una meraviglia, le sinapsi galoppano, e tu scriveresti un libro e, invece, altre volte non riesci nemmeno a mettere in ordine una frase?
Di cosa sono fatte le idee? Dove inizia l’introspezione?
Io ho una vita piena; l’ho riempita nel corso del tempo. Io occupo buona parte del mio spazio; un’altra parte è occupata da un lavoro che mi piace; i miei amici e colleghi occupano un altro spazio; poi ci sono i viaggi, i libri, i tramonti, le fotografie che immortalano gli attimi; i desideri; le speranze e le gerbere; le città che si specchiano nelle acque; e il caos vivo di Milano, quello in cui mi immergo ogni mattina e dal quale fuggo di sera. Presto arriverà l’estate e una cosa che amo dell’estate è l’assenza e il canto delle cicale, quando l’aria sembra trasformarsi in una barriera che separa questo mondo da un altro.
Quindi, cosa mi porta a scrivere, cosa mi porta a tacere?
Ho tante cose da raccontarvi, molte più di quando non avevo nulla da dire e forse è questo il motivo. Forse alcune persone vengono sopraffatte dalla realtà e quando la realtà si fa intensa, non c’è più spazio per il virtuale. O forse, il problema è più semplice e banale. Forse è solo mancanza di tempo e stanchezza. Arrivi a casa, e tutto quello che vuoi è fare una doccia e buttarti su un letto. Non esci più. Mangi perché devi. Respiri perché il cuore batte incondizionatamente. Vivi. Non sopravvivi. Vivi davvero e vivere davvero stanca parecchio.
Oggi sei più di ieri. Sei meno di domani. Sei arrivata in un punto e cerchi una nuova direzione.
Chi sarò domani? Dove sarò? Con chi sarò?
Non lo so. La vita è bella perchè è imprevedibile. Tu pensi di essere in un posto e sei da tutt’altra parte . Pensi che quella persona starà insieme a te per sempre e invece il sempre non esiste, esiste solo nell’attimo. Nel battito di ciglia. E’ l’imprevidibilità a rendere bella la vita, a farti fremere i polsi, sgranare gli occhi, battere il cuore.