Aetna – Prologo

Aetna – Prologo

Daphne Cneourum's Stories

For this freedom
I have given all I had
For this darkness
I gave my light
For this wisdom
I have lost my innocence
Take my petals
And cover me with the night

Emilie Autumn, Rose Red

Anno 1986

Si guardò le mani.
Queste mani… hanno portato la giustizia per il mondo.
«Ti guardi le mani con orgoglio, Deathmask. Sei fiero di essere colui che ha ucciso il più alto numero di persone nella storia dei Gold Saint?»
«I volti nella mia casa. Le mie vittime. Sono la testimonianza della mia potenza. Non c’è altro modo per dimostrare la forza…»
«Una ben macabra moneta per misurare la tua forza.»
Aphrodite stringeva delicatamente il gambo di una rosa rossa.
«Te ne faccio dono, Deathmask.»
Deathmask arretrò senza volerlo. I denti stretti. Una rosa.
Aphrodite affondò il volto nei petali.
«Una rosa. Così bella, Angelo, ma così …» dal suo pugno chiuso…

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Il Principio della Notte – Prologo

Il Principio della Notte – Prologo

Per arrivare all’alba, non c’è altra via che la notte. 
Khalil Gibran 

Questo sole che sorge con lentezza, che si trascina verso l’alto con fatica. Questo sole che illumina senza giudicare, che non può chiudere mai gli occhi tranne quando Lei gli si pone davanti e gli sussurra con voce d’argento, Guarda me. Guarda me
Andrea aspira una lunga boccata dalla sigaretta elettronica alla quale si è convertito a inizio anno. La odiava, ma dopo un po’ ci ha fatto l’abitudine. Si passa una mano sul volto a stropicciare gli occhi stanchi e, senza dire una parola, afferra lo smartphone che l’agente De Luca gli sta porgendo. 
Adocchia il nome sul display illuminato e una smorfia di disappunto compare sul volto stanco. 
«Signore.» Attacca, gli occhi rivolti al cielo. 
La voce dall’altra parte è secca, nervosa. Andrea attende pazientemente la fine delle accuse e delle recriminazioni. Delle minacce. 
Il grido soffocato delle sirene in lontananza è un rumore in background, come la pioggia che cade per giorni e viene dimenticata. Ma il cielo è limpido ed oggi, Andrea lo sa, sarà un giorno sereno, magari con temperature superiori alla media, stando alle ultime notizie dal meteo. 
Ci vorrà tutto il giorno e forse la notte , pensa mentre il suo sguardo segue il movimento di una colonna di fumo che dalle parti di Corso Alighieri si leva fino al cielo schiarito dai primi bagliori dell’alba. 
Un sospiro stanco gli sfugge dalle labbra. Chiude la chiamata e restituisce lo smartphone all’agente De Luca. 
Ha accumulato una stanchezza lunga una vita nella notte appena conclusa, e non è certo che riuscirà a riposare abbastanza, nemmeno se potesse dormire per tre giorni di fila. 
Aggrotta la fronte, mentre fissa, senza realmente vederlo, un ragazzo caricato a forza su una volante. Si sofferma su dettagli inutili e caratteristici, come i dread rossi che fioriscono nella chioma leonina, o i pantaloni dal cavallo basso che se fosse stato suo figlio … 
Scuote la testa, realizzando istantaneamente l’inutilità di quei pensieri. Che importa del modo di vestire di tuo figlio, quando il mondo è andato in pezzi? 
Un elicottero sorvola il centro, mentre il crepitio degli edifici in fiamme sembra il sussurro di una folla di demoni. 
Dovrebbe fare qualcosa. Lo sa, ma tutto ciò che riesce a fare è stare lì, in piedi, le mani in tasca, a fissare la piazza: i cassonetti incendiati, le vetrine dei negozi infrante, un lampione divelto dall’asfalto, sradicato da una forza che gela il sangue nelle vene e disteso sul caratteristico porfido di Piazza di Santa Maria della Croce. 
Qualcuno grida. Hanno gridato così in tanti questa notte, che lui ha quasi paura del silenzio. 
Ha giurato di proteggere. Ha giurato di difendere. La sua auto ha sfrecciato per le vie di Selvacroce senza requie. È sempre arrivato in ritardo. 
Una folata di vento solleva la mozzetta del Cardinale Demitri. 
«Eccellenza.» lo saluta. 
L’uomo alza la mano chiazzata dalla vecchiaia. 
Non ha più il rubino, è il pensiero istantaneo che attraversa la mente di Andrea. 
«Qualche testa salterà, nei prossimi giorni, nelle mie e nelle sue fila.» è il saluto che gli rivolge. 
Lui annuisce. 
«Adesso la Chiesa rivedrà le condizioni del Patto.» 
Annuisce anche a questo. 
Se deve essere sincero, non gliene frega un cazzo. 
Sul volto incartapecorito del Cardinale compare una smorfia di disgusto. 
Andrea segue istintivamente la direzione dello sguardo dell’uomo. 
Claudia Verdiana Draconi è in piedi tra due agenti, i polsi imprigionati nelle manette d’acciaio. 
«Se vuole scusarmi, Eccellenza.» 
L’uomo gli concede il sommo diritto di lasciare la conversazione con un gesto della mano e s’incammina verso la Mercedes dalla quale era sceso. 
«Commissario Fabrizi.» lo saluta lei, il mento sollevato, l’oscurità negli occhi di ossidiana che è simile a quella della notte senza luna e dell’inferno più profondo. 
Lui rivolge un cenno del capo agli agenti che arretrano di un paio di passi, ma senza andarsene veramente. 
Fa scorrere lo sguardo sulla figura della donna, non con gli occhi di un uomo, ma con quelli di un poliziotto. Con gli occhi di qualcuno che vorrebbe capire, ma non ci riesce. 
Il cappotto dal taglio militare è abbottonato con precisione, i capelli mossi sfuggono dalla coda bassa a incorniciare un volto diafano screziato dalle strisce di sangue. 
Inarca il sottile sopracciglio, quando si rende conto che lui la sta fissando e un sorriso sghembo fiorisce sulle labbra cremisi. 
«La vedo affaticato, Commissario.» la voce bassa, un po’ roca. 
Lui si guarda riflesso nell’ossidiana che sono i suoi occhi. 
Sì, ha ragione. È stanco. Sarebbe meglio dire, che è distrutto, devastato. La camicia sfuggita ai pantaloni stretti da una cintura allentata, la barba sfatta ad ombreggiare il volto. 
«E’ stata una lunga notte.» è tutto quello che le risponde. 
Distoglie lo sguardo. 
Lei non dice nulla. Per un po’ Andrea si perde nell’osservazione impersonale della piazza, dei suoi colleghi che ancora cercano di rimettere in ordine le cose; si perde nei pensieri, nelle colpe. 
Torna a guardare Claudia Verdiana Draconi. Sul suo volto scorge un’ombra, una cupezza così antica da portarlo a chiedersi, per l’ennesima volta, chi sia veramente quella donna. 
«Non immagina cosa darei per una sigaretta.» dice lei, ad un tratto, senza guardarlo. 
Lui estrae quella elettronica dalla tasca. 
«Fa sul serio!?» gli domanda, le sottili sopracciglia che guizzano verso l’alto. 
«Hai ragione. Meglio smettere del tutto.» 
Solleva la mano e con movimento veloce chiama a sé l’agente Russo. 
La Marlboro ha un sapore acre, di condanna e piacere, aspira una lunga boccata, prima di offrirla alle labbra socchiuse della donna.
«Era proprio necessario?» le chiede, mentre lei reclina la testa all’indietro per soffiare fuori il fumo, la sigaretta stretta tra le dita di una mano imprigionata dalla volontà della Legge. 
«Chi può dire quanto profondi siano gli abissi, prima di caderci dentro, Commissario. O quanto oscura può diventare la notte.» 
«Tu lo sapevi, Claudia.» 
Sente la durezza nel suo tono, la rabbia repressa che si concretizza nel pugno serrato. 
Lei lo fissa, solleva entrambe le mani a togliere la sigaretta che pende all’angolo della bocca e la lascia cadere, volontariamente, involontariamente, chi può dirlo? 
Non gli dice nulla e lui non le chiede altro. 
Tutto ciò che gli rivolge è un sorriso adombrato dalla malinconia e il debole sussurro dei versi di una canzone conosciuta, mentre s’allontana, tra i due agenti, incontro al sole che si leva 

And I find it kind of funny 
I find it kind of sad 
The dreams in which I’m dying are the best I’ve ever had 
I find it hard to tell you 

Note dell’autrice: “Il Principio della Notte” quando l’ho ideato, mesi fa, non si intitolava “Il Principio della Notte”. Non aveva titolo. Non ero nemmeno certa di tramutarlo in una vera e propria storia. 
Non garantisco aggiornamenti periodici, ma l’impegno a giungere all’Epilogo; forse.
Il prologo anticipa eventi futuri, probabilmente coinciderà con l’Epilogo. 
L’ambientazione è italiana, ma Selvacroce è un luogo inventato, sebbene la somiglianza con Roma sarà palese. 
La canzone canticchiata da Claudia alla fine è Mad World di Gary Jules. 

Nell’altra vita cacciavo gazzelle e sto a Ravenclaw

Nell’altra vita cacciavo gazzelle e sto a Ravenclaw

ravenclawCi ho provato. Che nessuno dica che io non ci abbia provato. Avevo deciso di adottare una dieta vegetariana, la quale avrebbe migliorato il mio intestino.
Sono durata un mese senza carne e sono arrivata alla conclusione che esistono esseri umani, di cui io faccio parte, che si nutrono di carne non per abitudine, ma per una sorta di necessità.

Ovviamente io voglio conoscere, stringere la mano, e fare una foto insieme a chi ha ideato lo spot del Panettone Motta. Geni assoluti! Motta Forever! Altro che il Fertility Day e la Campagna Pro Sì del Referendum. Ci voglio lavorare anche io alla Motta/Bauli.

Secondo Pottermore io sarei una Ravenclaw.
Ovviamente.
Sarei mai potuta essere una Hufflepuff? Io? Una Hufflepuff! Sono tanto carini gli Hufflepuff, ma non c’azzecco niente con i tassi.
Sarei mai potuta essere una Grifondoro? Io, che in caso di pericolo, urlo: Prendi lui! Prendi lui! E sarei pronta a dire tutto pur di salvarmi il culo! Questo fa molto Slytherin.
Ma Pottermore ha decretato che l’acume batte l’egoismo e ha riconosciuto il mio genio svampito e molto alla Luna Lovegood.
Sempre Pottermore ci ha impiegato una vita a trovare il mio Patronus … very unusual, very unusual … blaterava. Alla fine si è arreso e ha creato niente po-po’ di meno che il Gufaquila! Che fondamentalmente è ha il profilo di un’aquila che ha mangiato troppo.
Ah, la bacchetta. Per stare in tema: acacia con piuma di fenice. Acacia. Pare che sia una bacchetta molto capricciosa e insolita, difficile da piazzare. E te pareva!

Iblard Jikan, Naohisa Inoue

Iblard Jikan, Naohisa Inoue

iblardIblard Jikan è un prodotto d’animazione giapponese del tutto particolare.
Ha la durata di trenta minuti circa. Si presenta essenzialmente come una carrellata di immagini pressoché ferme, d’ispirazione impressionista, dove l’animazione è affidata a pochi elementi: il movimento della pioggia o dei corsi d’acqua; il volo dei dirigibili; la corsa sui binari di un vagone; la fioritura dei rami; il fumo dai comignoli; le figure umane che, di tanto in tanto, compaiono nei quadri, entrando e uscendo dagli edifici, ad esempio, o compiendo altre azioni semplici, per poi, fondersi nel quadro stesso.
Fatta eccezione per queste isolate animazioni, ogni cosa a Iblard è immobile, come se il tempo si fosse fermato.
Non vi sono dialoghi, non c’è una storia; solo una musica dolce, lenta che accompagna questa sequenza di immagini.
Iblard Jikan va visto come si guarda un quadro, cercando di cogliere i dettagli, lasciando che le immagini fluiscano e cercando la propria storia.

Buoni e irrealizzabili progetti per il 2017

Buoni e irrealizzabili progetti per il 2017

L’altro giorno ho sognato che casa mia tremava; no, non è esatto, più che tremare, tutto lo spazio visibile convergeva verso qualcosa, si deformava. Ho provato a cercare il significato del sogno ma non sapevo come definirlo: alterazioni elettromagnetiche? scosse sismiche? alterazione spazio-temporale?
Fatto sta, che ricordo con certezza la mia voce – o era quella di qualcun altro? – che all’affermazione: “Il terremoto!” ribatte: “No! Questo non è un terremoto.”
Quindi, deduco di non aver sognato un terremoto.
Ah, già, giusto, era la prima notte dell’anno.

Il primo gennaio io sono sempre depressa. Sono depressa perché un anno se n’è andato e io sono un’eterna insoddisfatta, ergo mi guardo indietro e penso sempre: “Un anno sprecato!” Poi, guardo avanti e penso: “Due palle! Un nuovo anno.” Insomma, sono piuttosto uno zombie il primo dell’anno e non per i bagordi della notte precedente. Io non festeggio la fine dell’anno! Faccio le stesse cose che facevo il 30 dicembre. Tento di ignorare questa festa il più possibile.
Dalle mie parti – beh, non proprio dalle mie parti, ma abbastanza – un adolescente ne ha sfregiato un altro perché gli aveva chiesto: “Cosa fai per Capodanno?”
Non so, qualche domandina sulla vita, sul mondo, su varie cose, te le poni. Giusto un paio.

Ma comunque, il 2017 è iniziato ed io ho deciso che farò una breve lista delle cose che intendo fare entro il 31-12-2017. Cose, per altro, indipendenti dalla mia volontà e quindi non di facile realizzazione.

1) Trovare un nuovo lavoro che comporti un miglioramento delle mie condizioni economiche/lavorative.
2) Prendere un monolocale/bilocale
3) Migliorare l’inglese
4) Comprare una reflex e fingere di saper fare fotografie
5) Viaggiare di più
6) Perdere qualche chilo – no! Non è vero, non mi serve, ma è un must;
7) Leggere TUTTI i libri che ho in casa e che non ho mai letto è__é
8) ……………..

Solo 7?
Tenendo conto che probabilmente l’unica cosa che riuscirò a portare a termine è la settima, sì, sette sono più che sufficienti.
Va da sé che dalla 1 ne dipendono altre, ergo, sta al primo posto.

Menedevoandare Menedevoandare Menedevoandare Menedevoandare
Respira.
Non sclerare come tuo solito!

Oh, mi è venuto in mente l’ottava.

8) Finire le storie che ho iniziato. Ok, diciamo Procedere con !

Goodbye 2016!

Goodbye 2016!

A pochi giorni dalla fine del 2016, mi ritrovo a fare mentalmente il punto della situazione.
E’ andato bene il 2016? Sei soddisfatta?
Sì, e no.
Penso che ci siano state delle cose buone, ma sarebbero potute essere migliori. Penso che mi piacerebbe avere un anno più interessante di quello che mi lascio alle spalle.
Il 2016 è stato, secondo l’astrologia cinese, l’anno della scimmia e io mi auguro che il 2017 sia l’anno dei cambiamenti e che tali cambiamenti arrivino, perché è frustrante aspettare un vento che non arriva, mentre te ne stai lì con le tue ali davicinciane.
C’è da maledire l’immobilità dell’aria. 

Mentre riflettevo su queste cose, nel pomeriggio mi è capitato tra le mani il discorso che Steve Jobs fece a Standford – se non ricordo male – nel 2005. Si può dire tutto e il contrario di tutto su Jobs – come del resto capita con tutte le personalità di rilievo – ma il discorso è molto bello. Una cosa che in Italia non potrebbe mai funzionare, perché noi non ce l’abbiamo proprio quella cosa del “sogno americano” e un po’ sta cosa la invidio all’America, per quanto ipocrita – o che dir sì voglia, possa essere. 

Noi siamo pieni di “non”.

Non puoi farcela!
    Quindi non provarci nemmeno!
Non puoi trovare di meglio!
    Quindi accontentati!
Non puoi cambiare!
    Quindi accettati per quello che sei!

Trincerarsi dietro i “non” significa proteggere noi stessi dalle delusioni e dagli errori e così viviamo adattandoci all’ambiente perché il cambiamento ci spaventa.

Rotture di coglioni

Rotture di coglioni

Ho veramente le palle piene di certi uomini: se mi inviti ad uscire e invento scuse per rifiutare. Non ti cerco, se non per questioni lavorative, non ti faccio gli auguri di Natale, ergo ti considero meno del conoscente che sento tre volte l’anno, mi dici di essere stato in ospedale e io ho una reazione come se mi avessi detto che il sole tramonta, cosa minchia mi chiedi l’amicizia in facebook, porco mondo? Che c’è il rischio che debba pure accettare, sempre per la questione dei rapporti sociali .