Park Chan-Wook

Park Chan-Wook

220px-Sfmvposter2Sympathy for Mr. Vengeance, Park Chan-Wook

Va bene, a volte, è necessario adattare il titolo di un film (o di un libro) perché certi modi di dire, o certe espressioni non possono essere rese letteralmente, ma che cosa ci sarebbe di così strano in “Compassione per il Signor Vendetta”?
Il titolo parla: non è sul Signor Vendetta che uno si deve focalizzare, ma sulla compassione nei confronti del Signor Vendetta.
E chi è il Signor Vendetta? Ryu che ha perso sua sorella o il Sig. Park che ha perso sua figlia?
C’è una scena – come dire – che rappresenta il punto di contatto tra il Sig. Park e Ryu – una sorta di identificazione – quando entrambi esausti, svuotati da quello che hanno precedentemente fatto per inseguire le loro rispettive vendette si passano la mano sul capo, in un gesto che esprime molte cose: rassegnazione, accettazione degli eventi, stanchezza…
Due uomini che per motivi indipendenti dalla loro volontà hanno subito torti che li hanno portati a compiere delle scelte, che condurranno a loro volta a nuovi torti e alla nuova necessità di vendicare quei torti.
Il film è una catena di eventi. Le catene sono composte da cerchi, circoli che si intrecciano. Così è la struttura di Sympathy for Mr. Vengeance: le parti che compongono l’intera narrazione si intersecano l’una all’altra, rendendo visibile – tangibile – la cosiddetta “catena di eventi” che condurrà all’epilogo finale.

Che altro? Il film è minimalista. I dialoghi sono scarni, quasi privi di emozione anche nei momenti più drammatici. Sono le immagini a raccontare la storia, i silenzi, e ciò che non si vede. In diversi momenti, Park Chan-Wook sceglie di non inquadrare il soggetto della scena, lasciando che lo spettatore deduca ciò che manca dall’atteggiamento degli altri.
Ciò avviene, ad esempio, durante le due autopsie, quando la telecamera fortunatamente non ci offre dello splatter gratuito, ma ci mostra l’espressione del Sig. Park, presente ad entrambe. Le reazioni sono diverse, perché diversi sono i sentimenti che l’uomo nutre per i rispettivi cadaveri.

OldboyOldboy, Park Chan-Wook

Con Oldboy, Park Chan-Wook continua la sua trilogia della vendetta.
Questo film è un capolavoro.
Gli eventi sono narrati in modo non lineare – soprattutto all’inizio.
Abbiamo questa meravigliosa scena iniziale. Un uomo, capelli arruffati – Oh Dae-su – tiene per la cravatta un uomo che sta per cadere dal tetto di un palazzo. Perché lo fa? Sta cercando di salvarlo? Vuole ucciderlo? Cosa farà? La narrazione fa un salto indietro, di ben 15 anni e ci porta all’interno di un incubo.
Un uomo – sempre Oh Dae-su – fa il coglione in una stazione di polizia. Il primo impatto che abbiamo con il protagonista è di antipatia, fastidio. È irritante.
Viene rilasciato – ubriaco fradicio – cammina insieme a un amico e ad un tratto scompare.
Per quindici anni vivrà rinchiuso in un monolocale, senza sapere il perché.
Di nuovo, Park Chan-Wook, mette in scena la vendetta. Di nuovo, due uomini a confronto, mossi dal medesimo desiderio.
La vendetta è un motore che li fa andare avanti, che li sprona. Finché esiste il desiderio di vendetta, entrambi possono continuare a vivere, ma quando la vendetta viene consumata, quando l’uomo che volevi uccidere, far soffrire, distruggere, s’inginocchia ai tuoi piedi… che cosa ti resta?

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Kim Ki-Duk (2 film)

Kim Ki-Duk (2 film)

moebiusMoebius, Kim Ki-Duk

Penultimo film di Kim Ki-duk, presentato fuori concorso al Festival di Venezia nel 2013, Moebius – in originale Moibiwooseu, letteralmente “Nastro di Möbius” – è uno dei film più “provocatori” degli ultimi anni, sia per tematiche trattate che per la scelta di privarlo interamente di dialoghi. Saranno quindi i gesti, gli sguardi, i gemiti, i rumori di sottofondo a raccontare la storia.
E’ un film atipico che ha diviso il pubblico e la critica. O lo odi o lo ami. Molti hanno accusato Kim Ki-duk di aver voluto prendere in giro il pubblico, realizzando un film il cui scopo fosse solo la provocazione; altri, lo hanno descritto come un film vuoto, un porno di quart’ordine (????).
Mah… io mi discosto abbastanza da queste opinioni. Paradossalmente non sono riuscita a guardare film di Kim Ki-duk più – diciamo – alla portata come “Soffio”.
La provocazione è una caratteristica imprescindibile della maggior parte delle opere d’arte. Quindi, accusare un’artista di voler provocare è un po’ come dire che un cane piscia per marchiare il territorio – sì, oggi sono in vena di paragoni di merda, va bene? – è nella loro natura.
A parte ciò. Il film ha un titolo che non è messo lì solo perché Kim-duk aveva voglia di fare il figo, ma è una direttiva. Quindi…
Il Nastro di Möbius è una superficie non orientabile. Tutte le superfici hanno due facce – l’inferiore e la superiore; l’intero e l’esterno – divise da una linea: il bordo. Nel Nastro di Möbius invece esiste un solo bordo e un solo lato. Escher ad esempio realizza una sua personale versione del Nastro di Möbius – la Striscia di Möbius I e II – quella con le formiche, tanto per intenderci.
Ergo, il film di Kim Ki-duk è un’opera priva di facce, di distinzione, i cui personaggi e gli eventi sembrano scorrere l’uno nell’altro, in un ossessivo scambio di ruoli, fino a quando il giro non è stato compiuto e non ci si ritrova al punto di partenza.
L’assenza di dialoghi costringe lo spettatore a seguire con attenzione, poiché uno sguardo perso è una battuta mancata.
Okey… potrei anche dire due parole sulla sessualità, sul piacere e sul dolore, sul complesso di Edipo o – perché no – su Medea, sulla simbologia fallica, ma non lo farò.

dream

Dream, Kim Ki-Duk

Un uomo sogna di essere al volante e di causare un incidente. Una sconosciuta si mette al volante, mentre sta dormendo e causa l’incidente. È questo sostanzialmente l’inizio di Dream, uno degli ultimi film di Kim Ki-Duk. Rispetto agli altri, è quello che mi è piaciuto meno – senza contare quelli che non ho visto fino alla fine –, forse a causa della componente onirica che rende complicato capire dove finisce il sogno e dove inizia la realtà o forse perché io preferisco il Kim Ki-duk che parla dei rapporti umani, della bassezza, di cose che ti immagini ma non oseresti mai dire.
Dream è fine a sé stesso e in questo sta la sua purezza.
O sarò io imbecille (sì, mi insulto da sola, così quando m’insultano potrei passare direttamente alle maniere forti!) o in effetti questo film è un puro film narrativo. Una storia.
Oppure, dubbio che mi è venuto guardandolo, non è affatto quello che sembra. Sì, perché parecchi dubbi mi sono venuti. Ad esempio, che le due coppie in realtà fossero una. O che sia tutto appunto un sogno.