Cit. 08

Cit. 08

– L’epica ci insegna che ogni lavoro è equivalente a qualsiasi altro. Quando ci saremo liberati dalla paura e dai desideri, nessuna delle nostre azioni avrà più importanza di quella precedente o di quella successiva. L’emancipazione è la via per il transreale. Ed è nel transreale che si interiorizza la nostra vera natura. Il corpo è un’illusione. L’epica c’insegna chela razza umana non è in grado di varcare i confini del tempo fino a raggiungere l’occhio dell’assoluto. Gli uomini devono procedere a tappe successive attraversando innumerevoli frontiere. Emancipati dalla paura e dal desiderio, scopriremo la nostra vera natura. Il bene. La bontà. Dio. L’idolo divino. Il male è tutto nella dipendenza. La dipendenza è il male.
– Il male è un movimento in direzione del nulla.

Don DeLillo, Great Jones Street

Annunci
Cit. 07

Cit. 07

Essere indipendenti non c’entra con l’essere sposati o il vivere soli. Ho visto tanti figli che anche dopo il matrimonio e dopo aver lasciato la casa paterna, continuano a vivere sotto il peso della figura dei genitori. Non c’è niente di male, ma è chiaro che l’indipendenza non è quella.
L’ho capito davvero solo dopo aver incontrato Akira. Non perché abbiamo formato insieme una coppia, o una famiglia, non sono così sentimentale, ma nel senso che dopo averlo conosciuto ho capito davvero la malinconica realtà del fatto che ognuno di noi è solo. Né mio padre, né mia madre, né la comunità, né Akira possono pensare per me: se io faccio qualcosa sono solo io a farla, sono io che decido per me, sono io che adesso mi trovo qui, e non altrove.
Come posso spiegare?
La mia casa sono solo io, il mio posto è solo dove sono in quel momento, e però questa realtà non si può isolare: è un processo continuo come la bellezza azzurra dell’aurora che dopo un istante si trasformerà in un’alba che posseide una diversa bellezza non meno meravigliosa. E’ più o meno la stessa cosa.

Banana Yoshimoto

Cit. 06

Cit. 06

Il problema non è sapere dove sei. Il problema è pensare che ci sei arrivato senza portarti dietro niente. Questa tua idea di ricominciare daccapo. Che poi ce l’abbiamo un po’ tutti. Non si ricomincia mai daccapo. Ecco qual è il problema. Ogni passo che fai è per sempre. Non lo puoi annullare. Non puoi annullare niente. […]
Tu credi che quando ti svegli la mattina quello che è successo ieri non conta. Che altro c’è? La tua vita è fatta dei giorni che hai vissuto. Non c’è altro. Magari pensi di poter scappare via e cambiare nome o non so cosa. Di ricominciare daccapo. E poi una mattina ti svegli, guardi il soffitto e indovina chi è la persona sdraiata nel letto?

Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi

 

Cit. 04

Cit. 04

Amare, essere amato… come sono tristi le azioni umane. Quando ero al secondo o al terzo anno del liceo femminile, durante un esame di inglese vennero fuori alcune domande sulla forma attiva e passiva dei verbi. Colpire, essere colpito; guardare, essere guardato… mischiati tra tanti verbi come questi, ce n’erano due che emanavano una luce speciale: amare, essere amato. Mentre guardavamo con attenzione le domande leccando le matite, a un certo punto da dietro le spalle mi arrivò un bigliettino, che qualcuno aveva fatto girare per gioco. Guardai, c’erano scritte due domande: “Vuoi amare?” “Vuoi essere amata?”. E sotto la frase “Vuoi essere amata?”, scritti con l’inchiostro o con la matita blu e rossa, c’erano molti cerchietti, mentre nella colonna “Vuoi amare?” non c’era nemmeno il più piccolo segno di adesione. Anch’io non feci eccezione e aggiunsi il mio cerchietto sotto “Vuoi essere amata?”. Perfino le ragazze di sedici, diciassette anni, che capiscono ben poco di cosa quelle parole “amare”, “essere amato” possano significare, intuiscono già per istinto che la felicità sta nel fatto di essere amate.
Solo la ragazza seduta accanto a me, quando le passai il biglietto, vi diede una rapida occhiata e subito, con un deciso tratto di matita tracciò un grande cerchio nella colonna bianca ignorata da tutte le altre. Lei voleva amare. Ricordo ancora chiaramente che provai allo stesso tempo antipatia per quella compagna priva di mezze misure, e disorientamento per essere stata colta di sorpresa. La ragazza era un tipo insignificante, dall’aria malinconica, e i suoi voti non erano particolarmente alti. Non ho idea di come sarà diventata da grande quella ragazza dai capelli un po’ rossastri, sempre sola, ma chissà perché, dopo più di vent’anni, mentre scrivo questa lettera, i lineamenti del suo viso mi tornano chiari alla mente.
Quando, giunte alla fine della loro vita, serenamente distese, volgeranno il loro viso al muro della morte, tra la donna che ha goduto appieno della felicità di essere amata e la donna che può dire di aver avuto poche gioie ma di avere amato, a quale delle due Dio vorrà concedere il tranquillo riposo? Ed esiste, in questo mondo, una donna che possa dire davanti a Dio: “Io ho amato”? Sì, sono sicura che esiste. Avrà magari i capelli in disordine, il corpo segnato dalle ferite, gli abiti a brandelli, ma potrà dire a testa alta, con fierezza: “Io ho amato”. Ed esalare l’ultimo respiro.

 Inoue Yasushi “Il Fucile da Caccia”

Cit. 03

Cit. 03

Guardati allo specchio.
Sei bella. Sei forse anche più bella di allora. Ma sei tanto cambiata. Vorrei che vedessi quanto sei cambiata. I tuoi occhi hanno sguardi rapidi e sfuggenti. Un tempo guardavi tutto e tutti apertamente. Senza crearti una maschera. La tua bocca ha assunto un’espressione insoddisfatta, famelica. Prima era così dolce. Il tuo viso è pallido. La pelle è incolore. Sei costretta a truccarti. La tua bella fronte ampia e spaziosa ha quattro rughe sopra ogni sopracciglio. Non riesci a vederle con questa luce, ma risaltano chiare di giorno. Lo sai da dove ti vengono queste rughe? Dalla tua indifferenza, Maria.

Ingmar Bergman, Sussurri e Grida