Nic Pizzolatto “True Detective”

Nic Pizzolatto “True Detective”

True_DetectiveTrue Detective o lo odi o lo ami. Se si dà importanza esclusivamente all’aspetto poliziesco True Detective delude; delude perché la risoluzione del caso non è una vera risoluzione del caso, o meglio, scioglie solo la punta dell’iceberg; se uno guarda l’ottava puntata sperando in una risposta a tutte le domande che si è posto, meglio che si rassegni, al massimo risponde a una domanda; se si spera negli ultimi dieci minuti con il botto, anche qui, meglio mettersi l’anima in pace, perché il finale è un anti-climax.

True Detective indaga sui rapporti umani, sui legami che uniscono le persone (che siano d’amore, o di lavoro, o altro), talmente sottili, che basta un niente per infrangerli. Centrale è, quindi, il rapporto tra i due protagonisti che, attraverso alti e bassi, si concretizza in un completo e rassegnato riavvicinamento.

Molte cose vengono solo accennate. In letteratura ti fanno “una testa tanta” con l’affermazione “Show, don’t tell.”, dimenticando di precisare in grassetto, sottolineato, che in molti casi è meglio “Tell, don’t show” soprattutto con le scene di violenza.
C’è da premettere una cosa. Io sono contro la violenza interamente mostrata, perché il mostrare è un modo per esorcizzare l’orrore.

C’è un video in True Detective. Un video molto, molto brutto… talmente brutto che un agente di polizia, abituato persino a trovare bambini uccisi in un forno a microonde non è in grado di vedere sino alla fine. Noi non verremo mai a conoscenza del contenuto di quel video, ma intuiamo che deve trattarsi di un orrore inimmaginabile. Forse tentiamo di immaginare qualcosa, ma qualsiasi cosa ci viene in mente ci sembra sbagliata, non abbastanza orripilante, perché, in fondo, ci diciamo “Se posso immaginarlo, allora sarà ancora più terribile.”
Sicuramente nemmeno l’hanno girato il video; ma non è questo l’importante; sono stati bravi a scegliere di non mostrarlo.

True Detective è pieno di indizi sull’identità dell’assassinio e di indizi che fanno sorgere un mucchio di dubbi. Ad ogni fine puntata, ci si fa la solita domanda “Non è che…?” e la si fa seguire da intuizione legate a un’immagine vista di sfuggita, una fotografia, una frase detta e via dicendo.

Gli assassini sembrano ruotare attorno a sacrifici in onore di una divinità agraria o silvana. Per fortuna, non abbiamo nessun cerchio di invasati che si mettono a sacrificare una vergine al chiaro di luna, ma una splendida Carcosa nell’ottava puntata. Un luogo sospeso nel tempo, spaventoso, costruito attorno a un idolo avvolto in un drappo giallo e assiso su un trono. Carcosa è pura bellezza scenografica.

Un aspetto, infine, che può piacere come non piacere, è l’aspetto filosofico che permane la serie, dovuto fondamentalmente ai monologhi dell’agente Rust. Egli è dotato di un’intelligenza fuori del comune, di un forte intuito, grande conoscitore della psiche umana, etc… etc… tutte cose che in un certo senso lo portano a vedere la realtà che lo circonda in un modo molto cinico e a non vivere alcun rapporto con gli altri.

Dallas Buyers Club

Dallas Buyers Club

dallas-buyers-clubJean-Marc Vallée non è un nome molto conosciuto; potrebbe essere paragonato a Steve McQueen, che prima non se lo cagava nessuno, e poi ha fatto un film (Shame) con Fassbender che sta nudo per 3/4 del tempo (più o meno) e quest’anno, ha quasi rischiato di vincere l’Oscar per la regia…
E infatti… DBC il circuito The Space non lo distribuiva, l’Arcadia l’ha tenuto fuori giusto una settimana, l’UCI ce l’aveva, ma mica mi sbatto ad andare fino al Bicocca Village… insomma, un’odissea.

Una piccola osservazione sul doppiaggio italiano.
E’ orrendo. Non tanto per la fedeltà dei dialoghi (io l’ho visto in lingua originale, non so come l’abbiano reso doppiato), quanto per la scelta dei doppiatori.
Jared Leto, ad esempio, altera la sua voce, tenendo  un leggero falsetto; il doppiatore italiano, invece, parla normalmente, con una profonda voce maschile (almeno per quello che ho potuto vedere dal trailer).
Discorso analogo per Matthew McConaughey; nel doppiaggio spariscono le sfaccettature rudi, graffianti, da duro uomo del Texas, infarcito dai frequenti fuck off e son of bitch.

Magistrale l’interpretazione di entrambi; ma questo si sapeva già.

Vallée non cade nella trappola della scena commuovente, tagliodellevene, mibuttodallafinestrachefaccioprima. Ci sono delle scene intense, è vero. Ma niente di gratuito; nessuna scena madre del “protagonista A che tiene la mano al protagonista B che sta per morire“.

Una delle cose più interessanti, è il cambiamento che Ron Woodroof (Matthew McConaughey) compie nel corso del film: il crescere della consapevolezza e della voglia di vivere e di lottare e l’evolversi del suo rapporto con Rayon (Jared Leto) dal “stammi lontano” al “sei il mio migliore amico”.