II – La Papessa

II – La Papessa

I

Emily cammina guardando la punta delle Converse.
Non sente i rumori delle auto che le passano accanto e non vede le persone che la scansano lanciandole occhiate seccate.
I suoi piedi l’hanno portata davanti alla porta dove sperava di trovarsi. È rossa. L’unica porta rossa di quella via. L’edera ha quasi inghiottito la facciata della casa.
Nonna dovrebbe tagliarla via.
«Dovresti chiamare qualcuno a tagliare via quell’edera.» le dice non appena vede la porta aprirsi.
Nonna è curva come un filo d’erba calpestato. Ogni giorno che la vede è sempre più curva. Ha novantasette anni. Emily la chiama nonna, ma in realtà sarebbe la nonna di sua madre. La sua bisnonna. Ma bisnonna non le piace.
Nonna si ferma sull’uscio per qualche istante. Guarda fuori. Fa un paio di piccoli passi in avanti.
«Dovrei. La casa non respira.» dice.
La voce le trema, ma la mente no. La mente è quella che aveva a vent’anni e si trascina un baule di ricordi.
«Mi hai portato qualcosa?» chiede.
Emily infila le mani in tasca.
«No, nulla. Sono venuta qui…»
«Senza saperlo.»
Nonna ride. Le mancano alcuni denti, così mangia un sacco di yogurt e di passati di verdura, e le mandorle tritate, naturalmente.
Emily si stringe nelle spalle.
Sa che Nonna sa e che è tempo per il loro rituale delle confidenze.
Nonna si muove verso la cucina. Dondola sulle gambe storte e tiene la testa bassa perché non ha bisogno di vedere dove sta andando.

II

Emily fissa il suo volto nell’ambra del té rosso. C’è un piatto di biscotti tondi sul tavolo. Quelli con le ciliegie candite e lo zucchero. E un vaso con fiori finti. Nonna non vuole i fiori freschi. E le ha insegnato a osservare, non a strappare.
I fiori finti però non hanno odore.
Emily sospira. Nonna è paziente. Aspetta. Avrebbe aspettato ore, se fosse stato necessario. A una certa età, non si può far altro che aspettare.
Emily beve un sorso. Il te è caldo, ma non troppo. Nonna dice che non va fatto raffreddare e dice che non va messo lo zucchero. Così, Emily si è abituata a bere il té amaro.
«Questa mattina, in classe, ho avuto una strana sensazione.»
Sente Nonna appoggiare la tazza sul tavolo, ma non alza la testa. Preferisce guardare sé stessa riflessa nel té.
«Che cosa hai sentito?» le chiede Nonna.
Un’altra persona non avrebbe avuto un tono così serio.
«Ero spaventata.»
«Da cosa?»
Emily alza lo sguardo.
Nonna ha le sopracciglia aggrottate. Emily avrebbe preferito vederla sorridere.
«Da Elia.» risponde in un soffio.
Nonna annuisce.
«I D*** sono qui da molto tempo.»
«Tu credi alle storie che si raccontano su di loro?»
Emily è attonita. Nonna dovrebbe sminuire le sue fantasie, non alimentarle. È quasi offesa.
«E tu ci credi?»
Emily si morde un labbro.
«Sono solo favole. Racconti per spaventare i bambini.»
«Nel XV secolo la Santa Inquisizione ha condannato alla morte sul rogo l’intera famiglia ***, rea di pratiche stregonesche. Questa è storia.»
«Molte persone venivano accusate di stregoneria a quei tempi, forse i *** davano fastidio a qualcuno. Qualche nobile locale… »
«La Santa Inquisizione ha setacciato l’intera regione alla loro ricerca. Il loro sterminio è storia.»
«Non sono stati sterminati.»
«No, non lo sono stati.»
Emily non crede alle storie di stregoneria. È solo superstizione. L’accusa ideale per liberarsi di nemici scomodi. E Santa Madre Chiesa non esitava a dare credito agli accusatori. Più streghe venivano bruciate, più il suo potere cresceva. La gente si genufletteva davanti alla croce e i prelati si arricchivano con i possedimenti dei condannati a morte.
«Ma la Chiesa non ha trattenuto a lungo le loro proprietà.»
No, non l’ha fatto, pensa Emily.
Due secoli fa, un uomo è giunto in paese annunciando di essere l’ultimo ***. Aveva titoli di proprietà ed era pieno di soldi. L’Illuminismo aveva spazzato via l’Inquisizione, la sua oscurità e il suo terrore.
«Tu credi a quelle storie?» chiede Emily scandendo le parole lentamente, quasi come se stesse aspettando che Nonna la interrompesse con una risata.
Nonna si alza e va alla finestra.
Sta lì, molto tempo. A guardare fuori. La strada. La gente che passa. Gli stessi di sempre.
«Elia non è il primogenito, da quello che mi risulta.»
Emily termina il tè con un ultimo sorso. Nonna la sta fissando.
«No. Ha un mucchio di fratelli, più grandi di lui.» Arriccia il naso. Tutti quei figli. «Non usa … beh, sai nonna… Sono molto credenti.»
«Ha dieci fratelli più grandi di lui. Elia è l’undicesimo figlio.»
Emily si stringe nelle spalle.
Sarà, pensa.
«E’ l’undicesimo figlio, di un undicesimo figlio, di un undicesimo figlio…»
Nonna si volta. Ha le sopracciglia aggrottate.
«Come fai a sapere…»
Emily si morde le labbra. Sa che Elia ha tanti fratelli, ma non sapeva che suo padre… e suo nonno e poi? Chi altri?
«C’è qualcosa che devo sapere?»
Emily guarda Nonna.
Lei è vecchia e vede cose che altri non vedono. Lei sente parlare il silenzio e le sue dita sfiorano i fantasmi che vagano tra il giorno e la notte.
«No. Nulla.»

III

Maria non si vede a scuola da giovedì. La sua assenza è uno squarcio nella vita di tutti i giorni.
Elia guarda fuori dalla finestra.
Undici è un brutto numero. Questo Emily lo sa. È un numero che si situa oltre la perfezione. Nonna glielo ha spiegato prima che tornasse a casa.
«L’hanno fatto apposta? Le nascite? Devono essere tutti maschi?»
Nonna aveva annuito.
«E cosa accade se nasce una femmina?»
Nonna l’aveva fissata e Emily avrebbe voluto ricacciarsi dentro quella domanda per continuare a ignorare.
«Perché?» aveva sussurrato.
«Una decisione passata. Non c’è un vero motivo…» aveva sollevato la testa, a guardarla, in quel suo modo dal basso verso l’alto. «Il rito è solo una ripetizione di azioni. Compiamo riti tutti i giorni. Al mattino, quando ci svegliamo… la sera, quando andiamo a letto… quando apparecchiamo la tavola, scriviamo una lettera … La religione ad esempio… la religione è piena di riti.»
«Ma perché solo figli maschi? Per quale ragione?»
«E perché il rito della messa è strutturato in quel modo?» Nonna aveva sorriso, ma Emily aveva visto che c’era tristezza nella piega delle sue labbra. «Perché qualcuno ha deciso che fosse così. Perché in fondo abbiamo bisogno della ritualità…»
«Perché?»
Nonna aveva sospirato.
Emily ci aveva pensato un po’ su, poi aveva chiesto:
«Quindi non è vero che erano stregoni?»
Nonna non si era trattenuta. La sua risata aveva scosso il suo piccolo corpo piegato.
«Loro credevano di esserlo e la Santa Inquisizione credeva che loro lo fossero, per questo diede loro la caccia.»
«Quindi, non lo erano.»
«No, bambina… non lo erano.»
E quello che ho avvertito, quando ho guardato Elia? avrebbe voluto chiedere, ma Nonna, dopo essersi seduta sulla sua poltrona aveva già ripreso a parlare.
«Ti racconterò una storia. Molto molto tempo fa, c’era un signore molto superstizioso. Stava attento a non passare sotto le scale, e a non far cadere l’olio o il sale. Guai se qualcuno incrociava le mani con lui e aveva così paura di rompere uno specchio che in casa non ne aveva nemmeno uno. Un giorno, mentre camminava per la strada, all’improvviso, un gatto nero balzò fuori chissà da dove e gli attraversò la strada. Il poveretto ne fu terrorizzato. Tornò immediatamente a casa, perché era convinto che se fosse restato in giro, gli sarebbe accaduto qualcosa di molto grave. Passarono i giorni, e l’uomo non riusciva a farsi passare la paura della catastrofe imminente. A quelli che andavano a trovarlo diceva che sarebbe morto presto, perché aveva incrociato la strada con il diavolo. Il poveretto non si alzava dal letto, non mangiava… Se prendeva sonno, gli incubi lo svegliavano. Cominciò a vedere cose a cogliere segni… Un filo uscito dall’ordito della sua coperta, era il segno che la sua vita sarebbe uscita dalla trama della realtà. Le ombre alle pareti? Spiriti venuti a reclamare la sua vita… e via dicendo, finché un giorno, il poveretto non morì. Hai capito cosa significa, Emily?»
Lei aveva arricciato le labbra pensierosa e poi aveva risposto: «Che non importa quanto una cosa sia vera o falsa, se qualcuno ci crede. Il gatto nero era solo un gatto nero, ma la paura dell’uomo lo aveva reso un presagio.»
Nonna aveva annuito.

IV

Emily è davanti alla porta di casa di Maria.
È li da cinque minuti ormai.
I passanti hanno cominciato a notarla, ma lei non sa che fare.
Gonfia il petto, ispira, trattiene il fiato per un paio di secondi, rilascia di botto l’aria e suona il campanello.
La mamma di Maria viene ad aprirle.
Emily la guarda per un attimo prima che lei giri la testa di lato.
Ha pianto, pensa, mentre Laura la fa entrare e le prende la giacca.
«Maria è in camera sua.» s’interrompe, non sa cosa dire. Poi a voce più bassa, riprende: «I primi tempi sono i più difficili.»
Emily vorrebbe chiedere: Lo terrà?, ma si limita ad annuire.
Maria è a letto e dà le spalle alla porta. Non si muove quando Laura le dice di Emily e non si muove nemmeno quando la porta alle spalle di Emily si chiude.
Emily si guarda la punta delle converse rosse.
Passa del tempo. Il rumore dei camion interrompe il silenzio. Il traffico pomeridiano si va diradando prima di riprendere sul tardi.
«Non sei venuta a scuola, in questi giorni.» dice a un tratto.
«Non mi sentivo bene… Sai, le nausee…» dice Maria con un tono un po’ strano. Come se stesse raccontando di aver pestato una cacca di cane.
«I tuoi genitori?» chiede Emily, guardando verso la porta.
«Mio padre si è arrabbiato moltissimo, all’inizio. Mi ha detto che sono una puttana…»
«Non pensava veramente quelle cose.»
«Sì che le pensava. Ha detto che non è possibile rimanere incinta nel XXI secolo… che potevo usare delle precauzioni… e altre stronzate del genere…»
«E tua madre?»
Maria trae un respiro.
«Mia madre piangeva.»
«Credevo…Io pensavo…» Emily si morde il labbro inferiore. «Credevo che intendessi abortire.»
«Anche io lo credevo… Ma i miei genitori non la pensano nello stesso modo.»
Maria si alza e si siede sul letto. Ha i capelli arruffati ed è pallida. Emily si chiede se abbia mangiato.
«Dopo l’arrabbiatura iniziale è subentrato il loro senso del dovere…» ridacchia.
Emily sa che quella risata è più amara delle lacrime.
«E tu?»
«Io?» La guarda come se non capisse. «Io sono solo una ragazzina di quindici anni.»
Maria sta stringendo le coperte. Emily lo sa che vorrebbe piangere.
«Loro lo sanno che è di Elia?» chiede ad un tratto.
Maria annuisce.
«E?»
«E? Nulla. Non hanno detto nulla. Ma» deglutisce. Gli occhi sbarrati: «Sono preoccupati.»
Un trillo.
Emily si volta di scatto verso la porta.
Qualcuno sta chiamando.
Tende l’orecchio, ma non riesce a sentire nulla.
Torna a rivolgere la sua attenzione a Maria.
Lei siede sul letto. Sembra un gatto che ha sentito l’odore di un cane.
Emily si umetta le labbra.
Rumore di nocche sulla porta.
«Maria…»
Laura apre la porta lentamente. Le vedono il cespuglio di capelli neri sulla fronte. Quel taglio terribile… Laura non ha mai capito che le sta male.
«Il telefono.» dice con voce quieta. Si guarda intorno. Cerca conferme. «E’ Elia.»
Elia.
Sussurro.
Nome impronunciabile.
Cosa le ha detto per farle salire le scale?
Emily guarda Laura che guarda Maria che guarda la parete vuota.
«Digli che non ci sono.»
«Gli ho già detto che ti avrei passato il telefono.»
«Digli che ti sei sbagliata. Digli che non ci sono.»
Maria si butta sul letto. Tira su la coperta. Si nasconde. Una collinetta di carne, ossa e stoffa.
La porta si chiude alle spalle di Laura.
Laura è arretrata a capo chino. Senza una parola.
«Non puoi evitarlo.»

Un tremito.
La collinetta di carne, ossa, stoffa sobbalza.
Mormorio dal fondo del mondo.
Emily si sporge, tende l’orecchio alla voce di Maria.
Separa il flusso continuo di vocali e consonanti. Delimita la loro forma e genera un discorso da udire.
“Tunoncomprendinessunocomprendequellocheiosentodentro conchecosamiaddormentoogninotte”
Un respiro interrotto.
Emily abbassa lo sguardo.
Rumore di passi sulla scala. È Laura.
Che torna.
Ha con sé il telefono.
«Dice che è importante.» dice Laura. «Dice che deve parlarti.»
Tende il telefono.
La stoffa si muove, si dispiega, genera una fenditura dalla quale esce la mano di Maria. Le unghie color mattone scheggiate, tracce di pennarello sulla punta delle dita.
Si porta il telefono con sé.
Nel suo mondo.
Un mondo creato in cinque secondi.
Un mondo grande come il principio. Quando esisteva solo l’Io. E l’Io non era io. Non era niente.
«Pronto.»
Voce sussurrata.
Emily si alza.
Si avvia verso la porta.
Un grido la blocca.
«Ho detto di no. Smettila di chiamarmi.»
Il telefono schizza fuori dal mondo. Sparato nell’orbita di una realtà ancora potenziale.
Il mondo perfetto si è rotto. La Sfera è andata in frantumi.
«Tutto bene?»
Emily allunga una mano. La appoggia sulla spalla di Maria. Crede che sia la spalla. Ma c’è un muro di lana.
«Vuole che abortisca.»
Gelo.
Emily ritrae la mano di scatto.
«Ma voi due…» balbetta. Non capisce. «Io credevo. Lui.» La rabbia le gonfia le tempie. «Come può essere così stronzo?!»
«Non mi ha mai detto che mi amava.»
Maria emerge dal suo mondo.
Ha i capelli arruffati. Le guance rosse. Ma gli occhi sono asciutti. Solo pieni di rabbia.
«Ho fatto l’amore con lui perché mi faceva sentire speciale. Desiderata. L’ho fatto perché lui era bello e io volevo essere speciale. E poi l’ho fatto ancora e ancora, perché lui sapeva dove mettere le mani.»
Non sono le parole di una ragazza innamorata.
Aggrotta la fronte. Ripensa.
Maria e Elia.
Quante volte li ha visti insieme?
Due classi diverse.
Maria nella C. Lei e Elia nella F.
L’intervallo? L’uscita da scuola?
Emily pensa e scuote la testa dentro di lei. Fuori è immobile. Guarda Maria e aspetta.
Non li ha mai visti insieme. Nessuno sapeva che stavano insieme.
Ma lo sono mai stati?, si chiede.
«Lo ami?» domanda.
Maria la guarda. Sguardo attonito. La guarda come se lei fosse un medico che le annuncia la morte imminente.
La guarda con disperazione e terrore.
«Ho paura.» risponde, invece.
Abbassa gli occhi. Le lacrime palpitano tra le ciglia.
«Sogno cose. Di notte. Sogno me. Me e una stanza bianca. Le mura bianche. Il pavimento bianco. Bianche le tende. Bianco il letto. Sono a letto. Sento un peso sul petto. Un peso dolce. Abbasso gli occhi. Bianche le mie vesti. Bianca la mia pelle e sotto di me. Un velo rosso. La testa di una bambina. Color del crepuscolo. So che è una bambina. So persino il suo nome. E comincio a piangere. Perché è una bambina. E non ci sono figlie all’ombra della croce

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XVI – La Torre

XVI – La Torre

The TowerHo sfiorato le mie guance. Un gesto rapido, mentre tenevo la testa bassa.
Ho sempre provato vergogna per le lacrime. È come se attraverso esse venisse fuori la parte segreta di me. Per questo non ho mai pianto davanti agli altri.
Perché non volevo sentirmi nuda.
Fa caldo e la maggior parte delle persone è vestita di nero.
Anche io lo sono.
Nonostante quello che ero solita dire, ho indossato l’abito nero e ho messo persino le calze per evitare che le scarpe di vernice mi mordessero il calcagno.
Il lamento di Maria è esploso in un urlo ed è stato in quel momento che non sono più riuscita a trattenere le lacrime.
Mi affretto ad asciugarle con un gesto distratto perché non voglio che altri vedano il mio dolore.
Il vecchio se ne sta in disparte.
Indossa un panciotto d’altri tempi, rosso come fragole mature e porta una giacca verde.
Non so perché sto notando il modo in cui la gente è vestita.
Forse è il mio modo per affrontare il dolore.
Erigere un muro di dettagli inutili sperando che sia solido.
Sono effimera.
Come il mio nome.
Aria.
Anna aveva gli occhi come le stelle di sera. Brillavano e sembrava che racchiudessero tutto il destino del mondo.
Le volevo bene … forse l’amavo.
Non sono mai riuscita a capire la differenza. Mi piaceva abbracciarla. Sentire i suoi seni contro i miei. Respirare il suo profumo.
Una volta l’ho persino baciata. Volevo sapere cosa si provasse.
Le sue labbra le ricordo ancora. Così come ricordo il suo sapore. E il battito del mio cuore.
Alzo gli occhi, proteggendoli con la mano. Il cielo è sgombro di nuvole. Poche parole sussurrate, una pacca sulla spalla, un abbraccio.
Provo pena per Giorgio.
Con Maria che è stata portata via, è lui a dover fronteggiare quegli assalti.
È un uomo alto. Ha spalle larghe, da nuotatore e un volto ancora aitante nonostante l’età. L’ho sempre visto ridere. Non avrei mai creduto che potesse fare un’espressione così dolorosa.
Anna era la loro unica figlia.
Era sola a casa, quando è successo.
Un colpo di pistola. Preciso. A bruciapelo. Dritto in mezzo alla fronte.
Chi è entrato conosceva la combinazione dell’allarme di casa.
Maria non si dà pace.
Avevano messo quell’allarme tre anni prima e non avevano mai cambiato il codice d’accesso.
Non hanno portato via niente.
Anna non ha potuto fare nulla.
È venuta la polizia. Hanno sigillato tutto. I M*** sono andati in albergo. Non volevano vedere. Non volevano sapere.
Quelli delle pompe funebri hanno fatto un bel lavoro. Quando l’ho vista credevo che dormisse. Le gote leggermente arrossate, i boccoli castani che le incorniciavano il volto.  Un’Ofelia arida, in un’alcova di legno e raso bianco.
Il vecchio è comparso il giorno dopo la morte di Anna. Ero passata dalla casa, ma non per entrare. C’ero passata perché  … non lo so perché. Forse avevo bisogno di sapere, di rendermi conto.
Il vecchio fumava una sigaretta.
Mi fece un cenno con il capo e io rimasi immobile.
Lui scosse la testa e spense il mozzicone contro il palo della luce, poi lo fece volare via con uno scatto delle dita.
Credevo mi dicesse qualcosa, ma lui rimase zitto.
Sembrava … rassegnato.
Mi avvicino alla fossa. Ho ancora il fiore in mano e non lo sapevo. L’ho tenuto stretto per tutto il tempo.
Guardalo, adesso!
È piegato verso il basso. Era un giglio un tempo, ma adesso è spezzato.
Guardatela, adesso!
Non riesco a fermare le lacrime. Mi mordo le labbra. Inspiro, ma non c’è più aria.
Era la mia migliore amica.
Io l’amavo.
Credevo che ci saremmo diplomate insieme.
Leggeva sempre.
Si dimenticava persino di mangiare.
Avrebbe studiato Lettere all’università. Sarebbe diventata un’insegnante. Sarebbe stata un’insegnante meravigliosa e avrebbe insegnato agli altri ad amare quello che avrebbero voluto odiare.
Meritava di più.
Meritava una vita.
I capelli bianchi.
Tre figli.
Un marito in giacca e cravatta che le regalasse mazzi di fiori e promesse d’eternità.
Mi guardo attorno.
Scorro un volto dopo l’altro, ma so già che non lo vedrò.
Lui non è venuto.
Non ha chiamato.
Non si è più visto.
Lo odio.
Qualcuno mi ha preso tra le braccia.
Riconosco la stretta di mio padre.
Lascio scivolare il giglio verso la tomba.
Sollevo la testa.
I suoi occhi sono arrossati.
Ha pianto per me che sto piangendo per lei.
Aveva pianto per lei.
Ho chiuso gli occhi e ho appoggiato la testa al petto di mio padre. Lo stringo forte, aggrappandomi alla sua giacca. Cammino così, senza vedere dove sto andando. Affidandomi completamente a lui, incapace persino di decidere la direzione di una manciata di passi.